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dicembre 14, 2002
 Da lunedì parte il nuovo sito di @ltroMolis€ @ 18.36.58
di Antonio Sorbo

Un mese e mezzo fa il nostro giornale ha compiuto un anno di vita e un anno di dura fatica. Un anno anche ricco di soddisfazioni e caratterizzato da qualche dispiacere. Un anno comunque positivo per tanti aspetti. Non vogliamo soffermarci su meriti e demeriti, anche per evitare le critiche di chi ci accusa di "autoincensarci". E" una pratica che non ci appassiona. Ci piace lavorare in silenzio mettendo in cassaforte il nostro piccolo tesoro di esperienza e di risultati. Quest"anno appena trascorso è stato utilissimo per capire. Per capire innanzitutto che un giornale come il nostro, nonostante l"esiguità dei mezzi (alla quale sopperiamo con tanta buona volontà, con l"entusiasmo e con un enorme lavoro), può funzionare e può funzionare bene anche in una regione come il Molise. Perciò abbiamo deciso di investire ancora in questo progetto per dare un servizio ancora migliore ai nostri sempre più numerosi lettori. Per mesi abbiamo lavorato al nuovo sito di @ltroMolis€ insieme ai tecnici della Nuova Comunicazione Globale. Per mesi alcuni nostri lettori, selezionati, hanno fatto i "betatester", testando il nostro sito in allestimento. Adesso è arrivata l"ora di attivarlo. Da lunedì cliccando a questo stesso indirizzo, troverete dunque questo nuovo sito. Nuovo nella grafica, nell"impostazione, nei numerosi servizi che offre e che consente una maggiore interattività. All"inizio non sarà facile e potrebbe esserci qualche problema. Ce ne scusiamo in anticipo, ma col vostro aiuto e con la vostra compresione, riusciremo presto a lavorare "a regime" anche con il nuovo sito. Ci aspettiamo naturalmente suggerimenti, proposte, idee e soprattutto una partecipazione ancora più attiva da parte vostra per "fare" il giornale. Abbiamo anche altre idee, che però hanno bisogno di più tempo. Innanzitutto quella di creare una "rete" di siti molisani che potremmo definire "alternativi". Unendo le forze, pur conservando la propria autonomia, vi è maggiore possibilità di incidere e di far sentire la nostra voce, che poi è una voce che ha difficoltà a "passare" attraverso altri canali di informazione. Eppure questa "voce", queste "voci" dicono spesso cose interessanti, denunciano problemi reali, rappresentano la necessaria ed insostituibile coscienza critica della nostra comunità. Lanciamo perciò da adesso un invito a coloro che sono interessati (siti indipendenti, portali molisani eccetera) a contattarci. L"altro progetto è una idea di molti lettori che ci hanno chiesto di realizzare anche una versione cartacea di @ltroMolis€. Un obiettivo difficile per i costi, per le difficoltà del mercato editoriale molisano, perché sarebbe necessaria una struttura redazionale più ampia ed un"organizzazione più forte. Nonostante queste difficoltà non abbiamo rinunciato all"idea e da qualche tempo pensiamo che si potrebbe partire con un mensile che non verrebbe messo in vendita nelle edicole ma inviato solo per posta agli abbonati. Questo progetto ha però bisogno del sostegno dei lettori, attraverso la sottoscrizione di un congruo numero di abbonamenti. Un progetto ambizioso che necessita però di una lunga preparazione e di una analisi molto approfondita. Intanto diteci cosa ne pensate.
Un"ultima cosa: le difficoltà tecniche per il trasferimento del nostro ormai immenso archivio da un sito all"altro, potrebbe creare problemi ai lettori. Così sul nuovo sito ci sarà un link che vi consentirà di andare direttamente al vecchio sito e, quindi, di accedere al vecchio archivio. Incrociamo le dita e speriamo che tutto vada per il meglio. A voi auguriamo una buona "fruizione" del nostro sito. A noi auguriamo di crearvi pochi disagi e di non deludervi.


dicembre 13, 2002
 Concerto fotogramma @ 22.15.56
di Nicola Piovani

Si tratta di un concerto di brani orchestrali e canti (a una, a due voci, concertati) tratti da colonne sonore e musiche di scena di Nicola Piovani che al pianoforte dirige sette musicisti dell"Orchestra Aracoeli e tre cantanti. Un"attrice recita poesie di Vincenzo Cerami scritte appositamente per scandire i passaggi del concerto. Uno schermo di media grandezza proietterà immagini tratte dai film, alternate a didascalie e titoli. Il Concerto fotogramma è una riflessione a scena aperta su musiche che sono nate per vivere sotto - o a fianco di - sequenze di film, qualche volta per messe in scena teatrali, musiche che ora, rilucidate e riorchestrate, sono pronte ad essere rilette con scrupolosa libertà, riallestite per essere suonate al pianoforte, in mezzo ai Solisti dell"orchestra Aracoeli; senza la potenza lussuriosa e l"enfasi magica dell"orchestra sinfonica, ma con l"elasticità espressiva del gruppo solistico. Viaggiando fra partiture più o meno recenti - da La notte di San Lorenzo a La voce della Luna, da Caro diario a La vita è bella, da Canti di Scena a Romanzo musicale - le musiche del Concerto fotogramma si affidano all"immediatezza del cantabile, alla libertà dello scarto ritmico, al gusto di suonare affiatati, cioè sul fiato reciproco e sul fiato del pubblico - quando ci si riesce. E tutte le sequenze sonore che si susseguono nel concerto, anche quelle che vengono da spettacoli teatrali, restano legate nella mia fantasia di evocazioni a un"immagine, a uno spezzone visivo, a un disegno: a un fotogramma, comunque. Il fotogramma è un lampo invisibile, una tela nata per non essere vista, per scivolare impercettibilmente sul nostro sguardo, ventiquattro volte in un secondo; ma a volte, a fissarlo, riesce a indurci una sorprendente ipnosi fuori ordinanza. Si dice spesso che di una musica ben riuscita bastano poche battute per rievocarci alla mente l"anima di un intero film. Ma è anche vero che qualche volta può bastare un solo fotogramma, fisso ma eloquente, per risuscitarci nella memoria un"intera partitura. Il Concerto fotogramma altro non è - o meglio altro non aspira ad essere - che un cammino riflessivo, imprudente e senza ambizioni consuntive, attraverso quelle musiche narrative che hanno di più segnato la coscienza di chi le ha scritte, cioè la mia.


dicembre 8, 2002
 L'INTERVENTO - Altromolise moderna agorà @ 20.04.28
di Antonio Picariello

Altromolise nuova agorà territoriale. Va riconosciuto ad Altromolise non solo la qualità del mezzo di comunicazione ma soprattutto l’aver ideato in Molise, che nel mondo delle comunicazioni telematiche è avanguardistico e pioniere (ultime elezioni in elettronica, prima invenzione dei dizionari Garzanti ViVaVoce ),l’identità della nuova piazza, l’entità futuribile del luogo di scambio e della mercanzia comunicativa. Conversazioni, modelli informativi, rappresentazioni mentali e ufficiali, critica,opinioni personali e in rappresentanza di gruppi, pettegolezzi pubblici e privati, i vari registri del linguaggio scritto molisano, statistiche, storia,cultura arte, insomma, AltroMolise come piazza del Campo senese, piazza Maggiore di Bologna, le piazze di Firenze e dell’Italia rinascimentale. È la giovane agorà, luogo in tempo reale attraverso cui passa la storia vivente del popolo molisano. Ma questa è un’analisi dovuta per constatazione, quanto mi preme dire riguarda la capacità di questa nuova agorà di saper smantellare uno dei fenomeni virali delle comunicazioni di massa, dei mezzi che hanno attaccato alla loro anima comunicativa la perversione progettata della Tematizzazione. Gli argomenti televisivi hanno la funzione oltre che di informare anche di convincere. Succede che a fine trasmissione nelle percezioni degli utenti restano sovrapposizioni di immagini di argomenti, lo spettatore subisce il fenomeno della vicinanza comunicativa, la tematizzazione appunto, che raccoglie il calderone dei palinsesti caduto nella testa degli ascoltatori e divenuto bombardamento continuo di franzoli informativi. Succede che i refusi condizionatori portano a vedere passioni e realtà legate a quanto una progettualità dei palinsesti ha stabilito avvenisse. La comunicazione è una scienza e come tale può essere formulata come meglio si crede o come meglio fa comodo avvenga il coinvolgimento convincitorio. Qui in Altromolise tutta questa architettura dell’imposizione subliminale nell’informazione, è svanita. Chiunque interviene lascia la sua apprezzabile democratica opinione e poi si colloca in una nuova enciclopedia del presente che raccoglie quanto di totalitario agisce in tempo reale in Molise. Si può accedere al sapere senza temere di essere invischiati nel mondo del sentito dire e dei rumori di sottofondo. Qui il vezzo del parlar male o di innescare voci viene a cadere. È questo il motivo fondamentale che mi fa apprezzare e dare il massimo credito per il futuro alla nuova piazza molisana.


dicembre 7, 2002
 L'OPINIONE - C'è la devolution: il Molise può attendere @ 19.46.07
di Federico Pommier

La maggioranza di governo ha oggi votato in Senato un"inversione dell"ordine del giorno che rimanda l"approvazione del decreto sul terremoto in Molise, che era prevista questa mattina, per continuare ad esaminare il disegno di legge costituzionale sulla devolution. Il decreto sul sisma stanzia 50 milioni di euro per le zone terremotate e scade domani (deve essere varato entro trenta giorni dalla presentazione). Ora e c"è il rischio che non venga approvato o che lo sia solo in extremis.
Evidentemente per i senatori di centro-destra è molto più urgente tenere buono Bossi, sebbene sia ormai certo che alla Camera il federalismo targato Lega sarà cambiato o bloccato, piuttosto che affrontare la drammatica emergenza del basso Molise. Eppure il presidente del Consiglio Berlusconi aveva assicurato la massima celerità negli interventi. Eppure il Ministro Gasparri ha detto ieri ai molisani che il governo profonderà il massimo impegno nell"opera della ricostruzione. Parole, parole, parole. Smentite dai fatti.


novembre 30, 2002
 Un mese dopo la tragedia: il Molise è un'altra cosa @ 17.00.34
di Giuseppe Tabasso

E" passato ormai un mese, un lungo, terribile mese dall"ecatombe di San Giuliano e nel trigesimo di quel tragico evento il sentimento prevalente è quello della memoria per chi non c"è più e della vicinanza verso coloro che hanno patito i danni morali e materiali più strazianti.
A questo punto però non possiamo esimerci dal dovere di chiederci: come sta il Molise ad un mese dalla spaventosa tragedia che lo ha sconvolto? La risposta più immediata è che si sta leccando come può ferite troppo profonde ed è in attesa che la sua classe dirigente indichi con chiarezza e trasparenza i criteri della ricostruzione allontanando qualsiasi sospetto che avvengano operazioni spartitorie sulla torta del risarcimento e della solidarietà scattata in tutto il Paese.
Ma può bastare tutto questo? Possiamo accontentarci - bene che vada e grasso che cola - di buoni ed onesti piani di riedificazione e di restauro? La ricostruzione è un"emergenza, anzi è l"Emergenza e si pone in modo prioritario, ma è giusto che essa diventi, come pare stia avvenendo, l"alibi per giustificare l"assenza di qualsiasi strategia progettuale di rilancio regionale a medio e lungo termine? Può il terremoto giustificare l"incapacità di guardare al dopo? Possono gli amministratori regionali ripiegarsi sulla pura gestione del territorio senza alcuna visione di futuro?
In tantissimi conterranei sembra affiorare dopo il sisma una "sindrome di defuturizzazione", la sensazione di una mancanza di futuro di cui, per inciso, le recenti spinte "secessionistiche" verso l"Abruzzo sono un sintomo.
Da osservatore esterno di cose molisane ho maturato la convinzione che la classe politica regionale non si sia resa ancora ben conto che da un mese il Molise è un"altra cosa e che mai come ora è urgente dare segnali di riassicurazione ai vecchi e motivi per rimanere ai giovani.
Prendiamo l"edificio scolastico crollato a San Giuliano: quella è ormai una scuola-simbolo e sul metro della sua ricostruzione si potrà giudicare tutto l"approccio dato al dopo terremoto. Nel senso che da scuola-simbolo essa deve diventare una scuola-modello progettata come richiedono non solo l"architettura e l"ingegneria più moderna ma secondo i più avanzati dettami pedagogici e didattici.
Il 31 ottobre 2002 è stato un "11 settembre" che al Molise ha cambiato la faccia fisica e l"immagine esterna. A ricostruire la prima deve pensarci in concreto il Governo di Roma, alla seconda può invece pensarci solo il governo della Regione. Come rilevammo all"indomani della tragedia, l"unico "conforto" che il Molise ha potuto trarre dal terremoto è stato il moto di simpatia e di solidarietà scattato in Italia e nel mondo; di colpo abbiamo colmato il nostro storico "deficit d"immagine", abbiamo acquisito una riconoscibilità geografica e una positiva identità regionale di operosità, forza morale e sobrietà. (Ieri il maggior quotidiano italiano, il Corriere della sera, ha riservato all"inaugurazione dell"università del Sacro Cuore un pezzo su 4 colonne; in altri tempi la notizia forse non sarebbe nemmeno passata.)
Ebbene, nella società della comunicazione questo è un capitale virtuale ma forte, come le emozioni che ha suscitato: ma proprio come le emozioni forti esso è fatalmente destinato a scemare col tempo. Ecco allora il punto: la classe dirigente molisana - quella imprenditoriale inclusa - sta perdendo un"occasione irripetibile per mettere a frutto un patrimonio d"immagine costato tanti lutti e sta gettando alle ortiche le ricadute economiche che potrebbero instaurarsi, anche in termini di investimenti.
Un semplice esempio: ieri, 29 novembre, l"Azienda di Promozione turistica del Trentino ha organizzato su tutti i piani del più noto grande magazzino della Capitale una manifestazione a base di prodotti artigianali e gastronomici con esibizione di cori folkloristici, fotografie, sculture e costumi tradizionali. Chissà che successo e perfino che commozioni avrebbe suscitato una manifestazione del genere se ci avesse pensato qualcuno nel Molise.
Già ma nel Molise i pensatoi sono occupati in ben altro…


novembre 29, 2002
 Caro Monsignore, mi perdoni se non la perdono @ 19.50.56
di Nichi Vendola

Gentile Monsignor Nazzaro, forse non le importerà nulla di questa lettera, ma io gliela scrivo ugualmente perché sento l"urgenza di comunicarle il grande turbamento (stavo per dire lo "scandalo") che provoca in me il suo brutale licenziamento di Don Vitaliano. Ho imparato a conoscere questo giovane parroco nel vivo di molte battaglie di giustizia, ho imparato a volergli bene anche per quella sua capacità di spendersi sempre in prima persona, ho sentito sempre l"urto "evangelico" della sua testimonianza.
Oggi lei lo butta fuori dalla sua parrocchia: ma perché? Don Vitaliano è forse un usuraio, è forse un pedofilo, è forse un truffatore, è forse uno spericolato appaltatore di opere pie e di sacri affari, è forse un trafficante? Non credo. E allora? Forse perché ci spiega San Paolo mentre manifestiamo contro le basi militari? Forse perché è un costruttore e un camminatore di pace, non con l"eloquio della domenica, ma con la fatica feriale dei suoi passi che lo hanno accompagnato tra i poveri indigeni del Chiapas o nella terra santa del dolore palestinese? Qual è la sua colpa? Quella di aver lavato i piedi alla Maddalena e di aver parlato al gay pride? Quella di aver levato alta e forte la sua voce contro quel Mercato che spesso invade anche il Tempio? Quella di credere che ogni uomo è icona di Dio e che Dio spesso ha un figlio kurdo o senegalese inchiodato alla croce di una espulsione e di un foglio di via?
Mi perdoni se mi intrometto nelle faccende di Chiesa: io sono un militante comunista, siedo su uno scranno parlamentare, non ho titoli per sindacare la sua decisione di cacciare don Vitaliano. Eppure mi prende una strana rabbia dentro: ripenso alla chiesetta di Sant"Angelo a Scala, a quel paesello caldo e accogliente, a quel prete sempre di corsa che però ha sempre il tempo per dare un consiglio o una carezza a tutti: un pastore premuroso, così direste se non fosse don Vitaliano.
Caro Monsignore, si sente la puzza del "sepolcro imbiancato" nella sua lettera: così burocratica e così povera di speranza. Questo genere epistolare ricorda le lettere aziendali di licenziamento piuttosto che le Scritture. Appartiene alla storia del Potere e delle sue censure piuttosto che alla storia dell"Annuncio e delle sue profezie. Proprio qualche sera fa don Vitaliano mi parlava di lei: Tarcisio Nazzaro è un buon uomo, così mi diceva, chissà quante pressioni riceve per la mia estromissione dalla parrocchia. E dunque anch"io credo che lei sia un buon uomo: ma oggi ha scritto una pagina cattiva, ispirata da una fede capovolta e vendicativa. Lo so che questa è una lettera che le giungerà da molto lontano, da territori forse sconsacrati, chissà: eppure sappia che ogni volta che ho incontrato don Vitaliano ho sentito di imparare qualcosa di bello e di pulito.
Caro Monsignore, mi perdoni se io, oggi, nel mio piccolo, non riuscirò a perdonarla.


novembre 26, 2002
 Ecco perché Iorio non può fare il commissario unico della ricostruzione @ 23.23.57
di Antonio Sorbo

Nella furia "inciuciosa" e "inciuciante" che ha portato praticamente tutti i partiti, di destra e di sinistra - a tutti i livelli - a sostenere la nomina di Michele Iorio a commissario unico per la ricostruzione post-terremoto, vogliamo portare qualche argomento "contro". E non per andare sempre contro corrente (esercizio che comunque ci piace praticare con frequenza) e nemmeno per il gusto della provocazione (che, come è noto, non ci dispiace), ma per fare delle riflessioni ad alta voce dicendo ciò che pensiamo e ciò che altri non diranno mai.

Premessa: i presidenti di Regione che si sono coalizzati a favore della nomina del loro collega molisano, lo hanno fatto soprattutto pensando a se stessi (ognuno di loro potrebbe trovarsi nella stessa condizione, e non piace a nessun politico, né di destra né di sinistra, venire escluso dalla gestione di centinaia di miliardi di vecchie lire) e poi per spirito di "corporazione". Gli esponenti di centro sinistra, che hanno invocato la nomina di Iorio come i pellegrini - e chiediamo scusa per l"irriverente accostamento - a San Giovanni Rotondo invocano il nome di Padre Pio, lo fanno appellandosi al "rispetto dell"istituzione regionale e delle funzioni delle autonomie locali". Alcuni sono in buona fede e la loro posizione è ispirata da una beata ingenuità politica (il principio in generale è giusto, ma è del tutto inadeguato alla situazione molisana e alla sua classe politica). Altri, invece, pensano di potersi sedere a tavola e partecipare alla "grande abbuffata", ritagliando un po" di spazio (e di miliardi) per imprese "amiche" o ingegneri, architetti, geologi eccetera della propria parrocchia politica (gli incarichi tecnici incidono per almeno il 30% sull"importo complessivo). Un dato è certo e non smentibile dai fatti: il terremoto ha provocato 29 vittime, numerosi feriti, centinaia di senza tetto, ma creerà anche alcuni miliardari. Dopo questa doverosa premessa possiamo avventurarci nel nostro ragionamento "blasfemo".

Innanzitutto chi scrive ritiene - e non da oggi - che l"attuale governo regionale e il suo presidente non siano in grado di gestire l"ordinaria amministrazione, figuriamoci una questione enorme, complicata e impegnativa come la ricostruzione post-terremoto. Il giudizio nasce da ciò che questa giunta regionale ha fatto finora. I fatti di questo primo anno di governo parlano da soli. Non c"è stata la tanto annunciata riforma degli enti sub-regionali. Il riordino della sanità molisana è lontanissimo dalla sua concreta realizzazione. Il Dpef regionale è un libro dei sogni lontano anni luce dalla realtà sociale ed economica del Molise, alla quale non dà alcuna risposta seria. Non esiste un piano di sviluppo della Regione. Alla crisi occupazionale che investe il Molise, con fabbriche che chiudono da Venafro a Petacciato, da Termoli a Monteroduni, da Pozzilli a Campobasso, la giunta regionale non riesce a contrapporre proposte serie e strategie credibili in materia di politiche del lavoro e di sviluppo economico. L"edilizia è in ginocchio, i commercianti si lamentano della scarsa attenzione dell"esecutivo regionale, gli imprenditori agricoli fino ad oggi hanno avuto solo i vuoti proclami dell"assessore Picciano rimanendo sistematicamente con un pugno di mosche in mano e fra qualche mese si ritroveranno alcune centrali a turbogas piantate nei loro campi. Le infrastrutture, che secondo le promesse elettorali di Iorio e del suo "capo" Berlusconi, dovevano spuntare come funghi, sono un miraggio lontano (per la Termoli-San Vittore non ci sono fondi, e il centrodestra cerca di gettare fumo negli occhi con l"affidamento dell"incarico per lo studio di fattibilità che in concreto non significa nulla visto che lo stesso Iorio ha ammesso pubblicamente che per realizzare questa arteria sono necessari i soldi dei privati, che non arriveranno mai). Le aree interne, che stanno morendo, continuano ad essere abbandonate alla loro agonia tanto che in alcune zone, come l"altissimo Molise, c"è chi pensa addirittura di cambiare regione. La giunta regionale non è stata capace di far approvare il piano energetico, favorendo così una "deregulation" che ha fatto proliferare i progetti per la costruzione di centrali turbogas sul territorio molisano, progetti che hanno provocato una vera e propria "rivolta" popolare a Termoli, Larino, Venafro. Non è stata realizzata la promessa riorganizzazione della macchina burocratica regionale e tutta l"attività di Iorio in questa direzione si è limitata al cambio dei direttori generali. L"isolamento della regione è sempre più grave e desolante. Continua l"impoverimento dei servizi tanto che due deputati del Polo, Di Giandomenico e Riccio, solo poche settimane fa hanno presentato una interpellanza parlamentare contro la chiusura di uffici pubblici e "presidi" dello Stato sul territorio molisano, confermando indirettamente che questa opera devastante di depauperamento avviene sotto gli occhi e sotto i baffi della attuale inerte giunta regionale. Che questa giunta non funziona lo dicono anche importanti esponenti del centro-destra, come il consigliere dell"Udc Luigi Velardi che proprio per questo ha chiesto, qualche mese fa, il rimpasto. Se a questo aggiungiamo che il governo regionale e il suo presidente hanno dato il meglio di sé: introducendo i ticket sui farmaci (dopo che avevano giurato e spergiurato che mai avrebbero fatto ricorso a questo provvedimento); organizzando l"evento (sob!) "Voci di una notte di mezza estate" (che ha consentito al presidente Iorio di fare passerella, insieme alla sua amica e compagna di partito Gabriella Carlucci, spendendo diverse centinaia di milioni di vecchie lire dei contribuenti); facendo la moltiplicazione dei pani (reparti ospedalieri) e dei pesci (primariati) con un enorme sperpero di denaro pubblico (basti ricordare gli inutili "doppioni" di reparti tra Termoli e Larino e soprattutto la "perla" del "doppione" creato in uno stesso ospedale, quello di Campobasso dove ci sono ben due chirurgie); nominando una pletora di consulenti esterni che non servono a nulla ma che vengono pagati profumatamente. Insomma, un vero e proprio fallimento, il cui peso ricade interamente sulle spalle dei poveri molisani. Davvero qualcuno - anche nel centro-sinistra - crede e vuole farci credere che una giunta che ha fallito miseramente nella gestione dell"ordinaria amministrazione, possa gestire in modo efficiente, efficace, rapido, concreto una vera e propria emergenza come la ricostruzione post-terremoto?

Seonda questione: Michele Iorio è ancora un presidente "sub judice". Anche se Tonino Martino ha ritirato il suo ricorso elettorale (costringendo Iorio ad uno dei pochi atti di "straordinaria amministrazione", cioè la nomina dello stesso Martino a commissario dello Iacp come "ringraziamento" per la dolorosa rinuncia), davanti al Tar ve ne sono altri pendenti che sostengono, né più né meno, le stesse cose che sosteneva Martino. E cioè che le elezioni che un anno fa hanno portato alla vittoria di Michele Iorio sono state inficiate da gravissime irregolarità e perciò debbono essere annullate. E" vero che alcuni sostengono che il Tar - e quello del Molise, in questi anni, non ha fatto molto per smentirli - è "sensibile" alle sirene della politica, ma se i giudici amministrativi giudicheranno sulla base dei fatti (senza farsi "distrarre" da questioni che con il giudizio non c"entrano nulla, come, appunto, il tragico terremoto del 31 ottobre) e saranno coerenti con la sentenza da loro stessi emessa poco più di un anno fa, con la quale furono annullate le elezioni regionali del 2000, allora è facile prevedere che vi sono significative probabilità che la vittoria di Iorio venga cancellata. Se ciò avvenisse, come potrebbe un presidente non legittimato gestire con pieni poteri la fase della ricostruzione.

Terzo punto: una volta nominato commissario, Iorio si troverà a ricoprire contemporaneamente diversi onerosi incarichi e dovrebbe trasformarsi in Superman per potere adempiere a tutti con l"impegno che essi richiedono istituzionalmente. Immaginiamo una settimana tipo di Iorio. Non essendosi mai dimesso (e non essendo mai stato "cacciato" dalla Camera dei deputati, nonostante la palese incompatibilità provocata dal doppio incarico), l"onorevole Iorio, per guadagnarsi la "pagnotta" (cioè l"indennità da parlamentare, non meno di una ventina di milioni al mese netti, tutto compreso) dovrebbe recarsi tre-quattro giorni alla settimana in Parlamento a fare il suo dovere di deputato. Nel poco tempo che gli resta Iorio dovrebbe fare:
a) il presidente della Regione impegnato nella risoluzione di gravi problemi (riforma degli enti sub-regionali, riordino della sanità, piano di sviluppo della Regione, riorganizzazione della macchina burocratica regionale, elaborazione del piano energetico regionale eccetera);
b) il presidente della Regione impegnato a rappresentare il Molise in giro per il mondo e per il resto d"Italia (è stato calcolato che in media, fino ad oggi, Iorio ha compiuto due viaggi all"estero al mese, senza contare le sue continue peripezie su e giù per lo Stivale per partecipare a conferenze dei presidenti di Regione, convegni, manifestazioni di partito, conferenze, seminari, firma di protocolli d"intesa eccetera);
c) il presidente della Regione impegnato nella difficile trattativa per la crisi Fiat (ha promesso solennemente che si batterà fino in fondo per evitare la chiusura o il ridimensionamento dello stabilimento di Termoli: per questo è stato anche in trasferta a Torino) e nelle altre numerose vertenze, aperte in tutto il Molise a difesa dei lavoratori che rischiano il licenziamento;
d) il presidente impegnato nelle complicate trattative con la Puglia per la cessione delle acque molisane;
e) il presidente impegnato nelle rischiose manovre con gli alleati per il rimpasto (o, come dice lui, "l"allargamento") della giunta;
f) il presidente impegnato ad ascoltare i suoi tanti consulenti esterni (anche se volesse ascoltare ognuno di essi una volta al mese, comunque ci vorrebbe, visto il numero, un sacco di tempo).
Già così Iorio non riesce a combinare granché (basti ricordare che in un mese non ha ancora trovato il tempo per dare una risposta agli amministratori del Consorzio industriale di Pozzilli e ai sindacati che gli avevano chiesto un intervento per risolvere l"incredibile e ridicola vicenda dei due presidenti), come farà a fare anche il commissario unico per la ricostruzione post-terremoto, che di tutti i suoi tanti incarichi è il più impegnativo? Aspettiamo risposte.

La nostra proposta? Che la ricostruzione post-terremoto venga gestita dai sindaci e dagli amministratori locali dei paesi colpiti e da un "referente" centrale governativo, magari lo stesso Bertolaso, che ha dimostrato nella difficile fase dell"emergenza - nella quale la Regione ha accumulato colpevoli ritardi - capacità, equilibrio, competenza. Un rapporto "diretto" tra Governo e Comuni eviterebbe il rischio che l"enorme fiume di denaro che sta per riversarsi sul Molise prenda strade lunghe e tortuose e si perda in mille rivoli incontrollabili. Sarebbe l"unico modo per garantire una gestione davvero trasparente dei fondi e una ricostruzione rapida dei paesi feriti dal terremoto. Si saprebbe con chiarezza chi sono i "responsabili" in caso di ritardi e incongruenze.

Nel frattempo invitiamo tutti, anche quelli che giudicheranno queste considerazioni "bislacche" e "infondate", a riflettere. Invitiamo invece gli amministratori locali e le popolazioni dei comuni colpiti dal terremoto a non farsi fregare, a far sentire la propria voce. Li invitiamo a vigilare affinché la tragedia di San Giuliano, la tragedia dei paesi colpiti dal sisma, la loro tragedia non venga usata dai soliti furbi che in questi ultimi quindici anni hanno già dato ampia prova di sé.


novembre 25, 2002
 Un esercito di sognatori, per questo siamo invincibili @ 19.39.01
di Francesco Caruso

Ai fratelli e alle sorelle del movimento dei movimenti

Alla società civile

Alle moltitudini in cammino per un altro mondo possibile


Un milione di persone sono tante.
Un milione di persone, di uomini e donne a Firenze ha detto, ribadito e gridato a gran voce che un altro mondo è possibile e necessario, un mondo senza guerre e bombardamenti “umanitari”, un mondo nel quale le guerre si evitano semplicemente non facendole, un mondo nel quale la casa, il lavoro, il reddito, l’acqua, la terra sono diritti di tutti e non privilegi per alcuni.
Un milione di persone che dicono e rivendicano queste cose sono molte.
Per qualcuno, nei palazzi di potere, sono anche troppe.
Firenze è stata un’ulteriore tappa delle moltitudini in movimento che da Seattle a Genova, da Napoli a Praga hanno rilanciato a livello mondiale le rivendicazioni degli indios zapatisti, elementari ma al tempo stesso rivoluzionarie: Democrazia, Giustizia, Dignità.
Da questa cella piena di sbarre, democrazia giustizia e dignità sono parole vuote, concetti e valori impercettibili.
In questa discarica umana, in questo carcere pieno di disperazione e disagio sociale, la dignità umana non è calpestata, ma semplicemente non esiste.
Come movimento siano sempre stati dalla parte degli ultimi, degli esclusi, delle vittime della selvaggia globalizzazione neoliberista.
Dalle periferie degradate di Napoli ai campi profughi in Palestina, dalle zone terremotate in Molise a Sarajevo sotto i bombardamenti, abbiamo sempre messo in gioco i nostri corpi e impegnato le nostre energie per conoscere, comprendere e combattere le tante contraddizioni e ingiustizie del nostro tempo.
Dovrò paradossalmente ringraziare i magistrati di Cosenza e i loro teoremi per avermi dato la possibilità di attraversare l’infernale girone dantesco delle carceri: Trani, Viterbo, migliaia di persone rinchiuse come polli in batteria, dove anche il minimo, elementare diritto diventa un favore da implorare.
Qui dentro ci sono solo i soggetti deboli e marginali, per i quali troppo spesso l’illegalità non è una scelta ma una strada obbligata dai perversi meccanismi di un sistema sociale incentrato sul profitto. Qui democrazia, giustizia e dignità si possono tradurre in un sola parola: AMNISTIA, subito e per tutti.
Come movimento dobbiamo urgentemente farci carico di questa battaglia, per ridare un senso a questi valori anche qui dentro, per smascherare le chiacchiere e le false promesse dei palazzi di potere.
Democrazia, Giustizia, Dignità.
Ma si può parlare di democrazia, di giustizia e di dignità in un paese nel quale si perseguitano gli oppositori politici? Non è questo forse il discrimine, la linea di confine tra democrazia e autoritarismo, la spia di un’involuzione democratica?
Allora l’urgenza di mobilitarsi al grido di “SIAMO TUTTI SOVVERSIVI” non è un’impellenza esclusiva dei ribelli, degli attivisti dei movimenti, ma anche e soprattutto della società civile, dei sinceri democratici, di coloro i quali credono e sperano di vivere in una democrazia matura: in gioco non vi è solo la nostra scarcerazione (che è ora una variabile secondaria) ma piuttosto l’agibilità politica e democratica dell’opposizione sociale nel nostro paese.
Se passa il teorema di Cosenza, ogni attivista dei movimenti, ogni persona che si è mobilitata in questi anni per un “altro mondo possibile”, chiunque sia sceso in piazza a Napoli, Genova, Firenze, potrà essere perseguitato come pericoloso e violento sovversivo.
La pericolosità sociale e politica di quest’inchiesta è sotto gli occhi di tutti.
Dietro l’ambiguo e inconsistente impianto accusatorio, si cela il maldestro tentativo di ridurre la ricchezza e la vitalità dei movimenti ad un mero problema di ordine pubblico.
Alla base di queste assurde congetture c’è un delirante pregiudizio ideologico sul rapporto tra democrazia, mobilitazione e conflitto sociale.
Se a livello mondiale, grazie all’esperienza di Porto Alegre e all’attivismo dei movimenti, è entrata nell’agenda politica la sperimentazione di forme inedite di democrazia partecipativa, che pongono al centro delle determinazioni sociali e politiche la partecipazione, la mobilitazione ed il conflitto sociale, permane nella società e soprattutto nel mondo politico una diffidenza a riconoscere il conflitto e la mobilitazione sociale come linfa della democrazia.
Ma c’è anche di peggio: soprattutto nell’establishment politico, economico e culturale, nei piani alti dei palazzi di potere, c’è chi vede i movimenti sociali come pericolosi virus da debellare, il male da sconfiggere, il disordine da reprimere, per ristabilire ORDINE e DISCIPLINA e preservare il proprio potere.
Con l’insorgere del movimento antiglobalizzazione, determinati settori degli apparati, della magistratura e delle forze dell’ordine, proprio a partire dal timore e dal terrore dell’attivismo dei movimenti del loro potenziale di trasformazione sociale e di messa in discussione degli assetti di potere, sostituiscono all’imparzialità degli atteggiamenti e delle procedure, un’ossessiva persecuzione politica che tocca il suo culmine con le violenze di Genova e l’omicidio di Carlo Giuliani.
Ora l’assurdo teorema di Cosenza: con in prima fila, ancora una volta, i Reparti Operativi Speciali dei Carabinieri (l’unico corpo senza indagati per i fatti di Genova) questa volta supportati da alcuni solerti magistrati che i ROS hanno trovato dopo estenuanti ricerche in un anonimo tribunale del profondo Sud.
Il desiderio perverso di costoro è che dei movimenti, di questi giovani “rumorosi e fastidiosi”, se ne occupino proprio e solo loro, coi loro metodi e le loro strategie di sistematico annientamento e repressione.
Che il movimento antiglobalizzazione sia un’accozzaglia di criminali sovversivi, violenti, cospiratori, da questa prospettiva non è un’ipotesi da dimostrare, ma una certezza da affermare.
Eppure, di fatto, bisogna andare a ritroso fino al ventennio fascista per ritrovare altri imputati per cospirazione politica oppure ai romantici carbonari dell’Ottocento: di certo, se qualcuno paragona il nostro impegno sociale e politico con quello dei nonni antifascisti o dei bisnonni carbonari, non fa che lusingarci.
In verità i pericolosi sovversivi, i veri criminali sono dall’altra parte della barricata, sono costoro che cercano di sospingere il movimento sul terreno dello scontro “fisico”, militare, anche perché sanno bene che questo è l’unico terreno dal quale usciremmo sconfitti.
La loro strategia è fin troppo evidente e banale: nel momento in cui non vogliono dare risposte concrete alle istanze ed alle rivendicazioni dei movimenti, sbrigliano i loro cani da guardia, le loro meschine strategie di criminalizzazione e repressione, nel tentativo di zittire, stigmatizzare e annientare il movimento.
Ma il movimento ha già dimostrato a Genova e dopo Genova la maturità politica capace di sfuggire a queste trappole: tanto meno questa ridicola inchiesta riuscirà a smentirla.
Non solo, ma - come l’esperienza di Genova - anche quest’attacco politico non produce arretramento, sconforto e smobilitazione, ma anzi rafforza la consapevolezza della necessità di rilanciare le battaglie del movimento: si scopre infatti chee in gioco non c’è solo la possibilità di conquistare nuovi diritti e garanzie sociali, ma anche la tenuta democratica, l’azzeramento delle strategie eversive e reazionarie con le quali, negli ultimi decenni, hanno pesantemente attaccato i precedenti cicli di mobilitazione sociale.
Per questo è importante che il movimento si divincoli da questa tenaglia in cui si cerca di stritolarlo, da quel vortice repressione/lotta alla repressione che tarpa le ali alla dinamicità ed ai processi di trasformazione sociale.
Le giornate di Firenze hanno posto domande e istanze politiche ben precise, da cui nessuno può pensare di divincolarsi grazie alle geniali intuizioni di un zelante magistrato o di solerti carabinieri. Per questo, ancora, a prescindere dalla sacrosanta battaglia per denunciare il carattere politico e persecutorio di quest’operazione, è importante continuare a rilanciare le pratiche ed i contenuti del movimento, anche perché è soprattutto attraverso questo che è possibile dimostrare chi sono i veri criminali: se sono coloro che come noi si autorganizzano dal basso, coloro che partecipano ai movimenti, oppure se sono coloro i quali si rendono responsabili di guerre e bombardamenti, di milioni di morti per fame e carestie, della devastazione ambientale del nostro pianeta.
Allo stesso tempo, è necessario ribadire e rivendicare le pratiche della disobbedienza civile come forme di mobilitazione legittime e sacrosante, dinanzi alle tante, troppe ingiustizie che attanagliano il nostro mondo globale.
Su questo nessuna inchiesta, nessun magistrato potrà farci arretrare.
Possono incarcerare 20, 200 o 2000 di noi, dei nostri fratelli, ma non ci piegheranno.
Noi con il cuore, ma tanti altri fisicamente, saremo in questi giorni al fianco degli sfrattati di Melito per il diritto alla casa, dei disoccupati che rivendicano un impiego o un reddito, dei lavoratori FIAT in lotta per difendere il posto di lavoro, degli immigrati il 30 novembre a Torino contro i centri-lager.
Con la violenza che si fa chiamare giustizia, ci hanno rinchiuso nelle carceri, tra mille sbarre e cancelli, ci hanno privato di un bene fondamentale, del bene primario per tutti gli esseri umani: la libertà.
Non si rendono conto che è tutto inutile, che perderanno anche quest’ulteriore battaglia: perché noi siamo un esercito di straccioni, ma anche e soprattutto di sognatori.
Per questo siamo invincibili.


Francesco Caruso

carcere di Mammagialla, Viterbo, Italia, Europa, Pianeta Terra
25 novembre 2002, Anno Secondo della Guerra Globale Permanente


novembre 13, 2002
 Il Molise dopo il terremoto: ricostruzione e nuovo modello di sviluppo @ 1.00.50
di Federico Pommier

Lasciamo nel silenzio il ricordo delle vittime di San Giuliano, nessuna parola è adeguata a tanto dolore. Resta la dignità di questa gente umile e fiera, l"impegno civico dei genitori che dicono: "ora pensiamo ai bambini vivi". Ma quale futuro è possibile per i piccoli del Molise dopo il terremoto? Perché i figli dovrebbero restare in questo lembo di Mezzogiorno e non seguire le strade dei loro padri e dei loro nonni dispersi per il mondo? Per affrontare l"opera della ricostruzione occorre innanzitutto porsi questi interrogativi. Non lo ha fatto il Presidente del Consiglio che, nello stesso giorno dei funerali, ha avuto l"avventatezza di convocare il suo architetto e di promettere entro 24 mesi una "San Giuliano 2", sul modello di quei quartieri in provetta già nati in grandi periferie urbane e di cui lui è stato proficuo demiurgo. E" un meccanismo tipico del "berlusconismo" il richiamo alla fattività e alla concretezza del costruttore in opposizione alla astrattezza parolaia dei politici e della politica, che diventa tanto più efficace in una situazione di grave emergenza e in un momento di difficoltà del governo. Ma al di là dello stile e delle motivazioni politiche, nel progetto presentato da Berlusconi si trova anche l"essenza di un modello urbanistico, e quindi sociale, culturale, politico, frutto di un culto della funzionalità che rifiuta il confronto con la storia e che è estraneo alla identità del nostro paese. Basti ricordare l"esperimento di Gibellina Nuova, il comune distrutto dal terremoto del Belice e ricostruito a 20 km di distanza, che nonostante l"impegno di numerosi architetti e artisti si è trasformato a detta di molti esperti in un fallimento sociale e progettuale. Il Molise è una terra in cui la storia ha sedimentato tracce, culture, appartenenze, dove ha costruito un senso della comunità che non può essere cancellato da un disegno geometrico, per cui la pianificazione senza un legame con il tessuto profondo della collettività e senza l"attivazione di un processo democratico che coinvolga tutti gli abitanti rischia di risolversi in una mera somma di case nuove, in un dedalo di vialetti e parchetti senz"anima..
Una ipotesi di ricostruzione del Molise non può essere poi avanzata senza pensare a un nuovo modello di sviluppo. Per farlo occorre innanzitutto sgombrare il campo dalle categorie "sudiste" e "fordiste" di molti commentatori che non riescono a superare né il meridionalismo che si lagna e compiace della propria vocazione agricola, né l" industrialismo che lamenta occasioni mancate. Forse sarebbe utile far sapere che proprio in questo territorio sconvolto dal sisma negli ultimi anni si è mosso anche qualcosa di diverso: un alto tasso di scolarizzazione, un"università dinamica, piccole aziende multimediali, consumi e servizi culturali, medici, ingegneri e avvocati formati nei grandi atenei che sono pronti a tornare nelle loro terre. Potenzialità di crescita che non sono state sfruttate da una classe dirigente ancorata a una visione tradizionale della modernizzazione Oggi il terremoto ha posto il Molise a un bivio: sparire (del resto non ci vorrebbe molto a spostare 300.000 abitanti), o rinascere sulla base di un modello innovativo che non violenti la storia e sia fondato sul capitale umano, la diffusione delle tecnologie, la riscoperta della propria identità in funzione globale. Così crescerà anche il coraggio di restare e di affrontare quei mostri terribili assopiti nelle viscere della terra. Qualcuno faccia sapere al Presidente del Consiglio che al Molise servono chip, non panchine.


novembre 7, 2002
 Un battito d'ali nel paese fantasma @ 20.25.27
di Antonio Sorbo

Nel paese fantasma non c’è silenzio. Un vento leggero che accarezza le colline fischia dolcemente una nenia alzando la polvere nei vicoli deserti. Ad ogni angolo un sussulto. Hai la sensazione che qualcuno possa spuntare all’improvviso e il cuore smette di battere per un istante. Guardi le rovine, le grosse pietre ammassate sulla strada, le case sventrate e ti chiedi: cosa è successo qui? Se non fossi rimasto per ore davanti al computer o al televisore per seguire minuto per minuto ciò che stava accadendo, se non sapessi che la Morte camuffata da terremoto ha camminato lungo questa strada che sale e si è fermata davanti alla scuola “Francesco Jovine” per portare via con sé il futuro e la speranza di questo paese, per rubare per sempre la serenità di questa gente, potrei pensare che San Giuliano di Puglia sia stato bombardato. E guardando i muri polverizzati e i pezzi di solaio crollati che adesso sembrano dare vita ad un informe e terrificante Monumento al Dolore, potrei pensare che la bomba più grossa, più devastante, più potente sia caduta sulla scuola. Pochi giorni fa queste strade erano piene di quella poca vita che in un paese piccolo come questo riesce a moltiplicarsi quasi per miracolo, a sembrare più di ciò che è realmente. Quella vita che solo qui, in questa provincia lontana dalle frenesie e dalla superficialità di un mondo che corre più in fretta di noi, riesce ad avere contemporaneamente il sorriso e la spensieratezza e l’indolenza dei bambini che sgambettano allegri, e lo sguardo e la saggezza e la piena consapevolezza dell’esistenza degli anziani, che vigilano sul tempo appoggiati ai muri di pietra o seduti su sedie di paglia agli angoli delle strade a godersi uno spicchio di sole. Camminando per i paesi del Molise hai la sensazione di riuscire a vedere, attraverso gli occhi dei vecchi e dei bambini, il passato e il futuro, non come dimensioni staccate, separate, ma come un tutt’uno che non può esistere senza gli uni o senza gli altri. A San Giuliano adesso anche lo sguardo dei vecchi, che pure ne hanno viste tante nella loro vita, non è più lo stesso. Questi vecchi, che si stringono nelle coperte, tra le tende blu e verdi, e guardano verso il “paese fantasma”; forse per la prima volta nella loro vita, lo sguardo sembra smarrito, e il volto, solo apparentemente imperturbabile, tradisce l’espressione di chi sa di essere stato testimone di qualcosa di irrimediabile. I bambini morti, figli che non diventeranno mai padri o madri. I vecchi, che furono figli e che sono oggi padri e madri e nonni. In mezzo uomini e donne che con il loro presente cercano di costruire il futuro di questa comunità. Per se stessi, per i propri figli, anche per quelli che non ci sono più, per non far perdere ciò che hanno fatto i loro padri. Sono loro a pagare il prezzo più alto. Gli uomini erano tutti su quel cumulo di macerie insieme ai vigili del fuoco a scavare a mani nude, a cercare di salvare qualcosa del loro futuro e del loro passato. Sono loro che adesso debbono trovare il coraggio di ricostruire e la forza di sconfiggere la disperazione. Sono loro che debbono imparare a convivere per sempre con il dolore e a sopportare quel senso di vuoto che si impadronisce dell’anima ferita per non lasciarla mai più. Fermo di fronte alle macerie della scuola, piegata su se stessa, accartocciata come una delle tante foglie morte che in questo periodo ingombrano le strade che si inerpicano faticosamente per arrivare quassù, che si arrampicano verso questo paese sperduto, chiudo gli occhi e mi sforzo di ascoltare e di vedere. Cerco di immaginare i volti di quei bambini, il loro rumoroso sciamare mentre escono dalla scuola, il loro gioioso rincorrersi, gli zaini colorati, i loro grembiuli aperti e in disordine. E le maestre, le professoresse che sorridono amorevolmente guardandoli allontanarsi e correre verso le madri e i padri che li aspettano. Questo accadeva solo qualche giorno fa. Tutto è stato cancellato in pochi istanti. Dove una volta c’era la vita adesso si nascondono spettri inafferrabili che si sono impadroniti della scuola. Mentre faccio la strada a ritroso per lasciare il “paese fantasma” promettendo a me stesso di non tornarci mai più, rivedo gli altri bambini, quelli che sono sopravvissuti, quelli che da un letto di ospedale hanno raccontato le ore passate al buio sotto i solai ed i muri crollati, quelli che hanno parlato dei loro compagni morti con una dolcezza che commuove, quelli che nonostante tutto sanno trasmettere la voglia di vivere con le loro parole pronunciate piano e con il loro sguardo pulito. Piccoli uomini. Piccole donne. Rivedo le facce provate dei padri e delle madri. Vedo i volti coperti da barbe incolte e segnati dalla rabbia e dall’impotenza dei padri. Vedo gli occhi gonfi di pianto e i lineamenti stravolti dalla sofferenza delle madri. E resto colpito dalla loro dignità, dalla capacità di caricarsi sulle spalle tutto il dolore senza piegare la testa. Li guardo mentre si danno da fare per aiutare gli anziani, mentre cercano di regalare un sorriso agli altri bambini donando così un sorriso anche a se stessi, mentre tutti insieme decidono di rimboccarsi le maniche sapendo che da quelli che sono venuti qui in giacca e cravatta e con l’auto blu non si possono aspettare granché. Sì, è vero, si sono commossi, hanno detto che torneranno, che non li dimenticheranno, che tutto sarà risolto in pochi mesi. Ma da queste parti sanno che con le chiacchiere non si fanno raccolti. Che le colline, che come dolci onde sembrano giocare ad inseguirsi sul filo dell’orizzonte, non danno grano, mais, semi di girasole, olive senza che qualcuno abbia prima arato, seminato, ripulito. Sanno che fra qualche settimana saranno di nuovo soli, come sempre, a camminare nella neve. Anzi, saranno più soli di quanto non siano mai stati prima. Sanno che arriveranno centinaia di miliardi per la ricostruzione e che ci sarà qualcuno che cercherà di approfittarne. Non saranno gli “sciacalli” che in questi giorni girano per il paese abbandonato cercando di rubare qualcosa. Saranno uomini in giacca e cravatta, magari tra loro ci sarà anche qualcuno di quelli che ha pianto al funerale, in prima fila davanti alle bare bianche. E’ una storia vecchia. Un film già visto in Irpinia o, per non andare troppo lontano nello spazio e nel tempo, a Venafro. E sanno che dovranno difendersi da soli. I vecchi osservano, silenziosi. Ti guardano come chi deve ancora dire l’ultima parola. Una parola che non può essere sprecata, perché è quanto di più prezioso essi conservano e che consegneranno ai loro figli come un tesoro da custodire. Un segreto, che forse spiega tutto. Spiega il dolore, la morte ma anche la voglia di non arrendersi, la forza di andare avanti. Prima di lasciare San Giuliano mi volto e guardo in fondo alla strada. Mi sembra di vedere qualcuno correre là in fondo, mi sembra di sentire voci e schiamazzi e risate. Resto un attimo in silenzio per ascoltare meglio. No, è solo uno scherzo del vento, un mulinello di polvere, un sibilo lontano che si perde nel nulla. Un battito d’ali. Ali di angeli.

(Articolo pubblicato sul numero in edicola del settimanale "Corriere del Molise")


novembre 4, 2002
 Quella morte tenera e struggente che non ci farà più dormire @ 3:54:20 AM
di Caterina Sottile

I soldi arriveranno a San Giuliano. Arriveranno i viveri, le coperte, poi arriveranno le case. Ne siamo sicuri. Il mondo guarda, accompagna i passi lenti di un funerale già visto. Abbiamo già sentito quel silenzio che chiude la gola. Abbiamo già respirato quella polvere macabra che attraversa persino le telecamere e ci sembra di sentircela addosso. Le Istituzioni, a San Giuliano, nel giorno del funerale più triste della nostra storia erano imbarazzate, persino disorientate. In secondo piano rispetto ai Volontari della protezione civile, della Misericordia, dell"Esercito. Altrochè. Fortissimi compagni di sempre vestiti d"arancione o di verde e coi volti bianchi, sempre della stessa polvere. Sempre sporchi della stessa tragedia. Li abbiamo visti, molte volte. Ragazzi, sempre ragazzi, anche quando hanno cinquant"anni e dei figli a casa ad aspettarli. Sono lì e scavano, trovano, esultano e a volte rinunciano a piangere. Loro non possono, anche quando ne avrebbero più diritto di tutti gli altri. Grazie, ragazzi! Ma a voi non servono le cerimonie ufficiali e le auto blu che sgusciano via. Lo sapete che vi siamo grati senza che nessuno riesca a dirlo. Ma voi lo sapete. Grazie, dottori, grazie infermieri. Ho seguito i movimenti frenetici di Elda Della Fazia e dei suoi collaboratori durante i soccorsi, ed ho osservato, dopo, quel suo sguardo duro, recalcitrante al cerimoniale ufficiale. Queste sono le cose che ti "costringono a scrivere"! Mi ricordo quello sguardo molto più nitidamente delle parole del Presidente, pur serissime ed alte. E noi scriviamo, seduti con un piede fuori dalla scrivania, pronti a correre. Il video vibra, gli orsacchiotti e le cianfrusaglie sparse in camera si muovono e via, giù dalle scale per sfuggire all"ennesimo allarme. Il terremoto ci ha fatti furbi. Ma appena passa, click sul mouse e bisogna raccontare. Bisogna scrivere. Altrimenti, che senso ha? San Giuliano, Montelongo, Santa Croce, Ururi, San Martino, Termoli, Guglionesi, Larino, tremano e si rialzano. E tutte le mattine guardiamo le pareti sperando che non ci siano lesioni che non avevamo già visto. Ma le case saranno ricostruite. Il nostro é un Paese ricco, malgrado tutto. Oltretutto, la solidarietà della gente comune se ne frega delle lentezze della burocrazia e la scavalca con una generosità che fa arrossire "gli inadempienti storici" della Repubblica italiana. Marcella ha poco più che vent"anni ed ha svuotato il suo bar aperto da poco per portare succhi di frutta, sigarette a San Giuliano. Lei parte da Ururi con la sua macchina e arriva lì, in piedi sui suoi scarponi da maschio. A San Martino le mamme stanno svuotando le tabaccherie per portare caramelle e giocattolini ai bambini ricoverati a Termoli e a Larino: un po" patetico e un po" straziante, questo nostro Molise ci ha sorpreso. Ed ora, la domanda é: "Chi ricostruirà la Morale di questo Paese?" I soldi ci sono, bisogna dargli un contenuto, un fine che sia realmente umano. L"Etna si ribella ai soprusi della negligenza, il Molise si squarcia ed ingoia le sue anime pure. Non perdonerò mai a questa terra di non essersi fermata un attimo, di non aver avuto pena per chi non aveva colpa. Perchè quando non puoi spiegare un dolore bestemmi; ti scagli contro un capro espiatorio. Ma questa é retorica, trita retorica di specie scadente. Lo sappiamo bene. L"errore è nel legame rotto che abbiamo con questo territorio. La polemica sui censimenti non aggiornati delle zone sismiche mi sembra in mala fede: tutte le scuole devono essere costruite secondo i massimi sistemi di sicurezza di nostra conoscenza. Un territorio diventa a rischio sismico nel momento in cui si verifica un terremoto ed un terremoto non é prevedibile con certezza scientifica. E" ovvio che, ragionevolmente, tutte le zone del mondo sono potenzialmente sismiche. Perché perdere tempo con le sottigliezze? Perché costa? Perché una tragedia rende più che la prevenzione? O perché? Non sarà il terremoto l"occasione insperata per annebbiarci la mente? Non proveranno a usare il Molise come crocevia di finaziamenti per tutto e di più? Non ci convinceranno ad accettare qualunque cosa per superare l"emergenza? Non ci imporranno opportunità di "sviluppo" che prima non avremmo considerato accettabili? Ma i Molisani sono contadini, nell"accezione più alta e più nobile del termine. E come tutti i popoli di grande civiltà hanno rispetto assoluto per la morte. E non sarà oggetto di speculazione quella morte tenera e struggente che non ci farà più dormire.


novembre 2, 2002
 Un Paese che non difende i suoi figli @ 11:22:55 PM
di Federico Orlando

Vorrei unire il mio grido di dolore di nonno a quelli dei bambini schiacciati dalla loro scuola a San Giuliano di Puglia. Hanno, avevano, l’età dei miei nipoti, che oggi frequentano solide (?) scuole romane. Hanno, avevano, i miei anni di quando frequentavo anch’io la scuola di Larino, Scuola Elementare e Regio Ginnasio «Francesco D’Ovidio», quella al primo piano, questo al piano terra. La frana spaccò il gentile edificio poco dopo la guerra. Fu demolito e ricostruito col cemento nei primi anni 50, Cassa del Mezzogiorno, come la scuola «Francesco Jovine» crollata per il terremoto di Halloween nella vicina San Giuliano.
Ho detto la frana, il terremoto. Manca solo la malaria (distrutta dal Ddt, finora) per rifare la trinità mostruosa del Mezzogiorno: Ruinae, motui, mephiti sacrum, consacrato alla frana, al terremoto, alla malaria, come aveva scritto nella sua villa di Melfi uno zio di Giustino Fortunato. Il grande meridionalista inascoltato da un secolo.
Da secoli, il Molise trema e frana, dal 27 luglio 1805 (per restare alla «nostra età»), quando il terremoto che lo distrusse, uccidendo 5.573 persone, inaugurò la tragica catena fino all’anello di ieri: Basilicata (12.300 morti), Casamicciola (2.300 morti), Messina-Reggio (86.000 morti), Avezzano (33.000 morti), Irpinia 1930 (1.500 morti), Belice (236 morti), Friuli (976 morti), Irpinia 1980 (2.570 morti), Assisi e ieri ancora Molise, «soltanto» una trentina di ragazzi e maestre, una mattanza di agnellini appena separatisi dal vello materno. «Un paese che non difende i suoi bambini» così ha definito l"Italia Antonio Padellaro, intervistato, grasso che cola, a “La 7”. Un paese che non difende i suoi bambini lo scriviamo con la «p» minuscola. Almeno questo, visto che non è più tempo di forconi, come usava da noi nel Sud quando s’andava ad assaltare i municipi, dove si imponevano gabelle agli affamati e si adornavano le piazze di fontanine e lapidi, che di acqua da bere ne avevano poca.
Nel paese della denatalità, quella cittadina di mille abitanti, San Giuliano, che ha visto morire fra gli altri tutti i 9 bambini della prima elementare, cioè tutti i nati del 1996, avrà un suo posto simbolicamente forte. Perché nell’Irpinia, dove vedemmo la strage ancor prima dei generali, l’energia del terremoto era mille volte superiore (parola di tecnici) a quella di San Giuliano. E uccise tutti, senza scegliere. Qui, invece, la piccola energia ha ucciso i bambini. Perché questo paese non ama i bambini. Li ingozza di porcherie industriali, li parcheggia davanti ai televisori, gli spezza la schiena sotto pesanti bisacce griffate stracariche di libri per la gioia di chi li stampa e di chi li vende, chiede alla scuola di rilasciare solo promozioni e licenze. Ma si dimentica di chiedere che almeno stiano in piedi, quei diplomifici. Anzi, tollera che pseudomuratori, pseudoappaltatori, pseudogeometri a cui pseudoamministratori regalano licenze di costruzione e d’ampliamento in cambio di pacchetti elettorali (e talvolta anche non elettorali), rubino sul cemento, sul ferro, sui volumi, tanto chi mai andrà a controllare? «Voglio un’inchiesta», dice Berlusconi, e intanto prepara l’ennesimo condono edilizio, l’ennesima sanatoria dell’abusivismo, e nessun partito oserà dire no a piccola gente o a piccoli ras, visto che il malesempio è istituzionale, viene dai grandi ras, dalla gente bene. Giuseppe Zamberletti, che ottimamente inventò la protezione civile d’emergenza mentre nel cratere irpino ci piovevano le pietre in testa, dice, ed è vero, che non abbiamo noi italiani cultura della prevenzione; e che, dopo l’Irpinia, vennero i mutui a tasso zero per chi volesse rifarsi la casa o il tugurio con norme antisismiche («tugurio» era il termine con cui l’Istat classificava la maggioranza delle abitazioni molisane nel 1960).
Nessuno chiese il mutuo. Ma caro Zamberletti, il mutuo, anche a tasso zero, va restituito, o no? E se dai un mutuo a tasso zero a chi non ha lavoro o riesce appena a sfamare la famiglia, perché ti meravigli che il meschino non approfitti della cortesia?
È il cane che si morde la coda. Basterebbe non pensare alle spese della pseudogloria, alle opere faraoniche (mai sentito parlare di ponte sullo Stretto?) e con quei soldi trasformare il Mezzogiorno e anche tutta l’Italia appenninica in un unico immenso cantiere, con una scritta comune, «Si ricomincia». Si ricomincia dalle frane, dai boschi, dalle costruzioni antisismiche, dalle ferrovie cavouriane, dalle strade del Borbone, del papa, del granduca. Altro che posto al sole in Etiopia, altro che piramidi sullo Stretto.
Da noi in Molise, presso San Giuliano, c’è un’enorme diga, l’invaso di Occhito, che dovrebbe dare acqua alla Puglia «sitibonda d’acqua e di giustizia» (Matteo Imbriani) e allo stesso Molise. Ha retto al terremoto, ma ora sappiamo che quella massa d’acqua è in zona sismica, ancorché non «classificata» tale (ma pensa) nelle scartoffie della burocrazia. Ma c’è un’altra diga più inquietante tra Larino e Termoli, quella del Liscione, con un invaso (dicono) di 100 milioni di metri cubi d’acqua. L’hanno costruita trenta e più anni fa, la diga, e non c’è ancora il collaudo amministrativo, cioè la verifica delle regolarità almeno degli atti. Sicché in quell’enorme lago è vietato, per esempio, spingersi a pescare. Cosa si teme? Che le circostanti colline argillose, solcate dai calanchi che le tagliano a fette, possano franare nel lago che ne gonfia e infradicia la base? E se accadesse?
Ma la follia non è l’invaso, che serve all’agricoltura del Molise e della Puglia, ma lo svolazzante viadotto di chilometri che vi giravolta sopra, come un serpente d’acqua quando viene in superficie: piloni giganteschi affondano nel lago artificiale, a perdita d’occhio, svoltando fra le colline. È il tratto spettacolare, faraonico, della Fondo Valle del Biferno, la spina dorsale che unisce il cuore della regione, Campobasso, e il mare di Termoli, guardando dal basso in alto le colline solcate dall’antica nazionale 17 e dalla ferrovia Campobasso-Termoli, a un binario, a cui frane e nevicate impongono fermate aggiuntive. Da trent’anni, gli automobilisti molisani collaudano giorno per giorno la tenuta dell"acquedotto, (lapsus, volevo dire del viadotto sull’acqua), ma la Fondo Valle del Biferno viene frantumata dalla frana nei tratti di terra. Forse è per questo che hanno preferito costruire il viadotto chilometrico sull’acqua anziché sulla terra. Sta di fatto che da quattro anni Campobasso è senza raccordo con la spina dorsale, perché la sua costola è spezzata da una frana gigante. È stato necessario chiamare dalla Svezia un esperto di esplosivi per far saltare i piloni compromessi. Questo è il Molise, terra di balena bianca, questo il nostro appunto per Berlusconi e il nostro "pavane pour un infante défunte", nella prosa dei giornalisti.

(articolo pubblicato anche sull"Unità di oggi, 2 novembre)


ottobre 22, 2002
 Un fiocco rosa e la voglia di (vero) riformismo @ 9:55:39 PM
di Giuseppe Tabasso

Sul grande portone della stampa nazionale italiana è appeso da oggi un elegante fiocco rosa (nel senso che non è rosso e men che meno azzurro, politicamente parlando). Segnala la nascita di un nuovo quotidiano, IL RIFORMISTA, al quale vogliamo fare i più sinceri auguri di successo perché nel nostro Paese - e nella nostra regione - di riformismo ce n"è un bisogno davvero grandissimo. Anche se poi tutti, per un verso o per l"altro, si dichiarano riformisti: perfino quei Gattopardi che conducono operazioni come quella documentata e coraggiosamente denunciata da Antonio Sorbo a proposito del "caso Martino". (Invito anzi i lettori a demoltiplicare con un"e-mail la sacrosanta invettiva finale di Sorbo: VERGOGNA!)
* * *
L"uscita di un giornale dal nome così impegnativo, induce a qualche riflessione e ci ha spinti a prendere in mano il fondamentale "Dizionario di politica", curato da Norberto Bobbio e Nicola Matteucci, per leggervi che "riformista è quel movimento che mira a migliorare e perfezionare, ma non a distruggere, l"ordinamento esistente perché ritiene valori assoluti di civiltà i princìpi su cui esso si basa". Massimalisti e riformisti - vi si spiega - combattono insieme ingiustizie e miserie "ma mentre il riformista si mette all"opera, convinto com"è che nel più (il socialismo) sta comunque il meno (le riforme), il rivoluzionario si dispera perché teme diminuisca così la forza dello scontento su cui far leva per introdurre un mondo migliore".
Un"aurea definizione che mi pare faccia perfettamente il paio con l"importante intervista concessa la settimana scorsa a "Repubblica" da Giuliano Amato il quale ha in sostanza concluso che i massimalisti (sinistra cosiddetta alternativa) "indicano i problemi ma che poi spetta ai riformisti risolverli".
E oggi i problemi di questa nostra Italia sono giunti ad un livello di allarme. Conflitti istituzionali, sfascio dello Stato unitario, ricatto federalista di Bossi, condoni immorali, monopolio dell"informazione. Si legga sul supplemento bimestrale di "MicroMega" il colloquio, per molti versi angosciante, tra Federico Orlando e Domenico Fisichella: vi si denuncia la "condizione paneconomicistica" del Paese ed una "disarticolazione istituzionale" che, secondo il senatore di An, fa addirittura paventare una "dissoluzione dello Stato".
Per questo ci chiediamo se quel riformismo di matrice liberal socialista, erede dell"illuminismo europeo, potrà mai trovare anche da noi (e negli schieramenti di centrosinistra) il posto che meriterebbe e che occupa in Europa. E" un grande interrogativo che pesa sul futuro dell"Italia e al quale ci auguriamo che IL RIFORMISTA ci aiuterà a dare delle risposte o, quanto meno, ad aprire un serio dibattito di idee. E, nella tradizione riformista, di progetti.


ottobre 21, 2002
 EDITORIALE - Ricorsi elettorali, ricatti e silenzi @ 5:57:38 AM
di Antonio Sorbo

Dell"ultimo scandalo molisano la stampa "libera" non parla. Delle spregiudicate manovre di un avvocato-politico specializzato in ricorsi elettorali ma soprattutto nella corsa a poltrone e poltroncine nessuno parla. O meglio nessuno evidenzia che questa vicenda è emblematica di come la politica nel Molise sia arrivata ad un punto di degrado mai conosciuto prima. La storia è abbastanza nota. L"avvocato Tonino Martino è il leader del Partito Popolare Progressista di Ispirazione Cristiana, un partito fatto su misura per consentire al suo leader, che ha alle spalle vari decenni di politica "attiva" nelle file della Dc - ma vissuti sempre come personaggio di secondo piano - di essere eletto almeno consigliere comunale. Per la verità nella passata legislatura, grazie a conteggi, riconteggi, ricorsi e controricorsi, Martino era riuscito anche ad entrare - per pochi giorni - in Consiglio regionale. Poi c"è stato lo scioglimento dell"Assemblea in seguito ad un ricorso patrocinato dallo stesso Martino e firmato dal "cittadino-elettore" Michele Simiele (bravo ragazzo che tutti conoscono nel Molise soprattutto perché è il "braccio destro" di Martino: firmare quel ricorso gli è valso l"incarico di addetto stampa del presidente Iorio). Si torna alle urne con Michele Iorio e il Polo che dovrebbero essere grati - e, in un primo momento fanno finta di esserlo - a Martino. Iorio vince, Di Stasi perde, ma Martino questa volta non riesce ad essere eletto. Strappa comunque una promessa al Polo, quella cioè di ottenere un incarico, magari nel sottobosco del sottogoverno regionale. L"incarico non arriva, anzi arrivano gli sberleffi pubblici di importanti esponenti del centrodestra, come il coordinatore regionale di Forza Italia, Ulisse Di Giacomo. Tonino Martino, che pochi mesi prima aveva parlato di "brogli elettorali" riferendosi alla vittoria - poi annullata - del centrosinistra, si ritrova a patrocinare un altro ricorso elettorale, questa volta contro l"elezione di Iorio. Non mancano anche questa volta, naturalmente, disponibili "cittadini elettori" - stavolta sono due - che firmano il ricorso. E anche stavolta i "cittadini elettori" appartengono alla cerchia delle amicizie personali e politiche di Tonino Martino. Martino dice pubblicamente che le irregolarità commesse dalla Casa delle Libertà nella consultazione del novembre 2001 sono molto ma molto più gravi di quelle riscontrate dal Tar e dal Consiglio di Stato e che portarono all"annullamento delle elezioni dell"aprile 2000. Nel Polo c"è chi parla di vendetta: Martino avrebbe "sollecitato" la presentazione di questo ricorso per vendicarsi per non aver ricevuto dal governo Iorio alcun incarico. Martino si difende. Dalle tribune televisive e sulle colonne di quei pochi giornali che gli danno spazio, continua a ripetere il solito ritornello: io agisco nell"esclusivo interesse dei cittadini molisani e per il rispetto della legalità. Tutti sembrano credere alle parole dell"avvocato. Ma poi - e questa è storia recente - accade che un giornale vicino al centrodestra annuncia che Tonino Martino ha ritirato il ricorso contro Iorio. Sì, avete letto bene: non il "cittadino-elettore", l"unico che avrebbe titolo a ritirare ricorsi da lui presentati, ma l"avvocato, cioè lo stesso Martino viene indicato come colui che ha deciso di rinunciare al pronunciamento del Tar togliendo così anche quella piccola foglia di fico, rappresentata dai "fantomatici" firmatari dei ricorsi, dietro la quale Martino si nascondeva. Il motivo di questa marcia indietro? Basta leggere la pagina successiva del giornale per capire: il presidente della Regione Michele Iorio, colui contro il quale era stato presentato il ricorso, ha nominato Tonino Martino, che il ricorso lo aveva promosso, commissario dello Iacp di Campobasso. Secondo voi, cari lettori, con quali criteri Michele Iorio ha scelto di affidare questo incarico, tra tante persone competenti - se non di più - almeno quanto Tonino Martino, proprio al leader del Ppp? Ed esiste un collegamento tra questa nomina e il ritiro del ricorso? Il capogruppo dei Ds, Candido Paglione, una risposta l"ha data e ci sembra quella giusta: il ricorso elettorale è stato usato come arma di ricatto. E così c"è un avvocato-politico che usa la giustizia per obiettivi che con la giustizia non hanno nulla a che fare (altrimenti avrebbe proseguito nella sua azione dinanzi al Tar o avrebbe dato una spiegazione plausibile del suo dietro-front), e c"è un politico che guida la Regione Molise usando il potere che gli deriva dal mandato elettorale per risolvere alcuni suoi problemi personali. C"è uno che ha presentato un ricorso contro di me? Io, utilizzando il mio ruolo istituzionale, lo nomino da qualche parte e quello ritira il ricorso. Non sono questi interessi personali? Per Iorio è solo un dettaglio insignificante che la nomina riguardi un ente pubblico come uno Iacp e che il profumato stipendio al commissario Martino venga pagato con i soldi dei poveri contribuenti molisani. Né il presidente è stato sfiorato dall"idea che anche in politica possa esserci un minimo di etica o di moralità. D"altronde, cosa ci si può aspettare da uno che continua a mantenere illegittimamente il doppio incarico di presidente della Regione e di deputato intascando 50 milioni al mese netti sulle spalle dei contribuenti? Se poi di mezzo c"è un altro valore fondamentale, come quello della regolarità di una competizione elettorale, allora la questione - che già così come l"abbiamo descritta finora sarebbe grave - diventa di una enormità insopportabile. A noi è venuto un "legittimo sospetto": vuoi vedere che Iorio, come è oggettivamente sotto gli occhi di tutti, ha deciso di nominare Martino commissario dello Iacp per indurlo a ritirare il ricorso, perché questo ricorso era fondato (e quindi i giudici avrebbero annullato le elezioni e lo avrebbero mandato a casa)? E se questo ricorso era fondato ciò non significa che la Casa delle Libertà ha vinto le elezioni grazie a delle irregolarità? E se così stessero le cose, i cittadini-elettori molisani non sarebbero stati ingannati? E Iorio non governerebbe oggi illegittimamente e senza una autentica legittimazione popolare? Questi dubbi pesano come macigni sulla testa del presidente della Regione, sul suo governo, sull"intera istituzione regionale. La condotta di Tonino Martino non ha bisogno di ulteriori commenti: si è comportato come uno dei tanti peones della politica che gravitano intorno al presidente-padrone, riuscendo ad aggrapparsi ad una poltrona che però non lo salverà da una ineluttabile morte politica. Provoca invece indignazione il modo con il quale Iorio continua a gestire la cosa pubblica. Ormai non si contano più i consulenti esterni nominati dal presidente, personaggi dalle dubbie competenze che intascano decine di milioni all"anno. Troviamo di tutto tra questi "esperti": in attesa di conoscere, ad esempio, in quali campi svolgono il loro ruolo di "consulenti" Sabrina De Camillis o Lino Belviso (che fanno parte dello staff personale del presidente), si è appreso che Iorio ha nominato di recente altri consulenti: psicologi, sociologi ed altra varia umanità - talvolta mogli di... figli di.... - chiamata a dare consigli, pareri, impressioni su argomenti non meglio definiti. Dicono che, nonostante il ripensamento di Martino, alcuni ricorsi restano in piedi, che forse alla fine il Tar dovrà pronunciarsi. Non sappiamo quale valore dare a queste notizie. Ma, a prescindere da esse, possiamo dire - senza esagerare - che siamo al cospetto di uno scandalo che davvero non ha precedenti nella storia politica del nostro Molise e che difficilmente trova analogie nel resto del Paese. Eppure i giornali e i telegiornali locali, anche quelli diretti dalle "eroine della libertà di stampa", tacciono vergognosamente. E tacciono - e questo è ancora più grave - anche gli esponenti dell"opposizione. Si è dovuta attendere la presa di posizione - tra l"altro isolata e un po" tardiva - di Paglione per sentire qualche critica a Iorio e a Martino. Gli altri sono in silenzio. E se del silenzio dell"Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, il movimento che doveva difendere la legalità e la moralità della politica, ci siamo ormai fatti da tempo una ragione, continuiamo a rimanere esterrefatti di fronte al silenzio dei partiti e degli esponenti del centrosinistra. Ad esempio, l"ex segretario regionale dei Ds, Antonio D"Alete, così pronto a bollare come "inutili allarmismi" le proteste contro le centrali turbogas, su questa questione non ha pronunciato una sillaba. E come lui tutti gli altri: Antonio D"Ambrosio, Tommaso Di Domenico, Giovanni Di Stasi eccetera eccetera. Anche qui ci viene un "legittimo sospetto": vuoi vedere che conviene a tutti che Martino abbia ritirato il ricorso? Vuoi vedere che tutti hanno tirato un sospiro di sollievo quando hanno saputo che era stato neutralizzato il pericolo di un pronunciamento del Tar che avrebbe potuto rispedirli tutti a casa? Ed è questo l" "interesse generale" che essi dicono ogni giorno di voler tutelare? Certi personaggi minimi, anche del centrosinistra, sono impegnati nelle istituzioni soltanto per ricavare per sé qualche piccolo vantaggio, come quello di farsi "regalare" un computer portatile pagato con i soldi pubblici. Il resto non conta. Le grandi questioni non esistono. La tutela della legalità e della democrazia, intesa come sistema di garanzie per i cittadini, non è un loro problema. In questo contesto diventa oggettivamente difficile esprimere un giudizio che tenga conto di parametri "normali". E diventa impossibile trattenere - come si tenta di fare ogni volta per timore che possa apparire demagogica o eccessiva - quella parola che meglio di ogni altra descrive ciò che sta accadendo in questa Regione nei rapporti tra politica e informazione, tra maggioranza e opposizione, tra "potenti" e gestione della cosa pubblica: VERGOGNA!


ottobre 20, 2002
 L'INTERVENTO - Gli organi d'informazione e la centrale turbogas a Montenero @ 7:59:05 PM
di Giocondo Busico

La verità dei fatti e la chiarezza politica. Quali interessi diversi possono avere gli organi di informazione?. Conoscendo le posizioni dei partiti di centro-sinistra in tutti i livelli istituzionali della Regione Molise, conoscendo personalmente la posizione della maggioranza consiliare al Comune di Montenero di Bisaccia che sostine l’Amministrazione di centro-sinistra e conoscendo anche le posizioni della minoranza nello stesso comune, dopo aver visto il servizio del TgR Molise mi sento obbligato ad alcune precisazioni. Dal servizio dell’inviato a Montenero trasmesso all’interno del Tg delle ore 14 del 19 ottobre è apparso un quadro della situazione ben diveso da quella che è la realtà non solo comunale ma anche regionale. Infatti coloro che nel servizio sono stati presentati come paladini della difesa democratica dei cittadini sono proprio coloro che altrove con i loro gruppi politici di centro destra non solo hanno detto si di alle centrali turbo-gas, ma hanno anche negato l’esercizio dei più elementari diritti democratici e di rappresentanza. La maggioranza di centro sinistra al Comune di Montenero di Bisaccia ha deliberato con assoluta chiarezza: di “Esprimere parere contrario alla realizzazione della centrale elettrica nella nuova zona “D” in Contrada Padula per le motivazioni e le considerazioni esposte in premessa”; e di “Impegnarsi a proseguire ogni iniziativa volta alla realizzazione del progetto complessivo di sviluppo in contrada Padula di cui in premessa nel rispetto degli impegni assunti nel programma amministrativo coinvolgendo tutte le forze politiche , sociali, economiche e le organizzazioni di categoria presenti nel territorio”. Tra le motivazioni e le considerazioni esposte in premessa vi è soprattutto rimarcata la continuità di pensiero che il centro sinistra molisano ha sulla questione. Infatti la delibera della giunta provinciale di Campobasso n. 128/02, citata nella proposta di delibera, esprime anch’essa un netto parere contrario dicendo tra l’atro: “la Provincia di Campobasso, … , ha ritenuto necessario e doveroso impegnarsi su proposte strategiche finalizzate a promuovere soluzioni che disincentivino le attività ed i comportamenti ad alto consumo di energia non rinnovabile e che contribuiscano, tra l’altro, a sostituire le fonti energetiche non rinnovabili con fonti rinnovabili, garantendo la loro compatibilità ambientale, …”. Tutto questo lo ha letto e sentito o no l’inviato del TgR impegnato a registrare inesistenti prese di distanza e distinguo nella maggioranza ? Oppure ha registrato un servizio gia pensato e preconfezionato? Inoltre la maggioranza ha ritenuto di votare una sua Mozione dai contenuti prima richiamati per ovvie ragioni di responsabilità civica ed amministrativa ed ha deciso di rigettare la proposta dei gruppi Consiliari IdV e CdL oltre che per una netta e decisa motivazione politica per due ordini di motivi: · La CdL che a Montenero esprime una vocazione prettamente ambientale altrove si comporta molto diversamente. Appare evidente perciò come questa vocazione risulti strumentale e opportunista. Infatti a Termoli all’opposizione di centro sinistra è stato impedito, fuori da ogni regola democratica, di votare una analoga Mozione contraria all’installazione di una centrale turbo-gas all’interno del suolo comunale e l’Amministrazione di centro destra ha dato parere favorevole all’opera. · La mozione delle minoranze riunite dice: “la zona individuata per l’insediamento è sicuramente ad alta vocazione turistica , presentando già attività di produzione agricola-biologica”. La maggioranza crede che la nuova zona “D” sita in c.da Padula nel giusto equilibrio col turismo e l’agricoltura sia la più adatta anche agli insediamenti produttivi eco-compatibili perché contigua all’area industriale del vastese e prossima a ben tre importanti arterie viarie ed alla ferrovia. E questa era l’idea fino a poco tempo fa condivisa delle stesse minoranze. Certamente è vero che bisogna preservare la vocazione turistica e agricola del nostro comune ma questa più che una idea estemporanea della CdL e dell’IdV è una scelta strategica perseguita fedelmente dalla sinistra e dal centro sinistra da quando è al governo della comunità (17 anni). Tutto questo non mi pare sia emerso dal servizio del TgR o forse sono io che ho visto un altro Tg? Credo comunque che questo episodio si aggiunge ormai ad un elenco interminabili di altri episodi nei quali il diritto ad un informazione seria nella nostra regione viene sistematicamente ignorato. Tutto ciò non solo ci deve far riflettere ma credo che debba indurci a trovare delle soluzioni alternative. Io le soluzioni non le conosco ma spero che possano scaturire da un largo e proficuo dibattito sull’informazione in Molise ed in Italia.


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