dicembre 11, 2002
 Patrimonio culturale in vendita, un danno per l'Italia @ 19.54.24
di a cura di Legambiente

"E" quantomeno curiosa la preoccupazione di Urbani per il potenziale danno all"immagine dell"Italia causato dalla nostra denuncia. E che ne viene invece all"immagine dell"Italia dal fatto che l’intero patrimonio dello Stato sia affidata ad società con un capitale di appena un milione di Euro, sottratta al controllo della Corte dei Conti e sottratta alle procedure che regolano l’operato della Pubblica Amministrazione (bandi, gare, ecc.) e di cui l’amministratore e il Presidente sono promanazioni del Ministro dell’Economia e il cui Consiglio d’Amministrazione ha di fatto possibilità illimitate?" Ermete Realacci, presidente di Legambiente, risponde alle accuse di "ingiustificato allarmismo" lanciate dal Ministro per i Beni e le attività culturali. "Sulle finalità "meramente contabili" della lista pubblicata dall"Agenzia del demanio (decreto 19 luglio 2002) poi qualche dubbio ce lo abbiamo. Non è da quella lista che verranno selezionati i beni da vendere e cartolarizzare? Perché invece di questa rincorsa alle smentite il ministro non chiarisce una volta per tutte quali limiti debbono essere applicati nell"alienazione del patrimonio? Nessuno ci ha ancora detto in termini chiari quali garanzie verranno attuate per tutelare i beni culturali."

Si comincia con gli isolotti della laguna di Venezia, con l"Asinara, Pianosa e l"isolotto di Nisida nel golfo di Napoli. Col Carcere dell"isola di Santo Stefano, quello in cui fu rinchiuso anche Pertini; coi secenteschi Forti di Genova e il magnifico castello della Regina, a Torino. E poi Palazzo Barberini a Roma, Palazzo Bagnara a Napoli, il castello Orsini a Sorano. Non è che la prima parziale e approssimativa lista che circola negli ambienti del ministero dell"Economia e che mette in fila i beni pubblici che per primi verranno venduti all"incanto. A portarla allo scoperto è Legambiente che denuncia, "prove alla mano", la pericolosità di un progetto - quello incardinato sulle Patrimonio e Infrastrutture Spa - che svilisce e mercifica la ricchezza del nostro Paese.

"Il ministro Tremonti, col silenzio compiacente dei ministri dell"Ambiente e dei Beni culturali, ha messo sull"Italia una pesante ipoteca per riaprire una frenetica stagione di inutili opere pubbliche. Ogni bene in possesso dello Stato è in pericolo, nessuno escluso. Ecco perché questa lista ha un valore solo indicativo e risponde probabilmente alle pressioni delle banche o di danarosi privati. Il problema centrale non è tanto l"ingresso di privati nella gestione di spazi museali o pregevoli aree naturali: temiamo invece che le privatizzazioni si traducano in privazioni per la comunità. Le acrobazie finanziarie previste, poi, sono tali che non garantiscono una sicurezza maggiore che una giocata al casinò. La stessa Corte dei Conti ha criticato duramente le trovate del Ministro dell"economia".

"Nel corso degli ultimi mesi - commenta Realacci, presidente di Legambiente - abbiamo registrato una vera e propria escalation delle iniziative ai danni dell’ambiente: dalla Patrimonio Spa, appunto, alla Legge Obiettivo, passando per il cosiddetto Decreto Sblocca-centrali o l’innalzamento dei limiti in materia di elettrosmog, per tacere dei ripetuti tentativi di condono edilizio che periodicamente vengono riproposti. Né lascia ben sperare la recente approvazione della legge che delega il Governo ad affrontare tutta una serie di questioni, molte delle quali erano appena state oggetto di riordino normativo (rifiuti, inquinamento atmosferico, difesa del suolo, ecc.). Ecco perché abbiamo deciso di darci appuntamento il 14 dicembre per una giornata di mobilitazione in tutta Italia dietro lo slogan l"Italia non e’ in vendita. Dalla Cava scavata nell"amianto in Val Lemme (Piemonte) al palazzo delle Statue di Arezzo (a rischio di privatizzazione); da Grosseto, contro l"Autostrada in Maremma, al sito archeologico Alba Fucens, ad Avezzano, scenderemo in piazza per dire no a tutti i tentativi di compromettere, saccheggiare e privatizzare un patrimonio che è e deve restare di tutti"



la lista

Foreste Casentinesi, nell"Appenino Tosco-Emiliano, sono tra le più preziose e pregevoli del nostro Paese

Bosco di Castel Porziano, importante zona umida

Bosco di Capodimonte (Napoli)

60 ettari di terreno sul golfo di Marinella (Costa Smeralda)

Isole Asinara e Pianosa

Isolotti nella laguna di Venezia

L"isoletta di Nisida, nel golfo di Napoli: un tempo legata alla terraferma da un istmo di terra, oggi lo è grazie ad un ponte costruito nel 1934. Piccola ma ricca di storia, ebbe il suo periodo d"oro in epoca romana, quando ebbe come ospiti illustri personaggi quali Lucullo, Cassio, Bruto, Cicerone.

Carcere dell"isolotto di S. Stefano (Latina): antico Carcere borbonico costruito nel XVIII sec chiuso nel 1965. Vi furono rinchiusi Luigi Settembrini e l’ex presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Torre di Velia (Salerno): resti del castello di epoca aragonese, realizzato sul promontorio dove preesisteva il santuario di un"antica colonia magno-greca.

Ex Forte Ardeatino (Roma)

Forti di Genova, commissionati dal Senato della Repubblica di Genova e realizzati tra il 1626 e il 1633

Forte Santa Sofia, a Verona, uno dei tre forti asburgici che dominano la collina.

Castello delle 4 Torri di Ivrea: fatto edificare, a partire dal 1358, da Amedeo VI di Savoia.

Castello dei Duchi di Genova ad Agliè (TO), originario del XII secolo è passato ai Savoia nel "700. Recentemente restaurato.

Castello Orsini a Sorano (Grosseto), poderosa Fortezza documentata già dal 1172.

Villa della Regina a Torino, splendido complesso seicentesco costituito da un sistema villa-giardino di gusto romano

Palazzo Bagnara (Napoli)

Certosa di S. Martino (Napoli): risalente al XIV secolo è l"espressione del barocco napoletano.

Villa Jovis (Capri): posta in cima al Monte Tiberio, a 354 metri di altezza sul livello del mare in posizione arroccata e dominante, fu la principale residenza dell"imperatore Tiberio e ben ne riflette il carattere esclusivo e riservato

Palazzo Barberini (Roma) "600

Alba Fucens, Avezzano: sito archeologico, città preromanica

L’Italia in vendita

Sarà possibile vendere il Colosseo? E cosa vuol dire “cartolarizzazione”? Cosa può succedere al nostro patrimonio pubblico dopo l’approvazione della legge voluta dal Ministro Tremonti per riequilibrare i conti dello Stato?
Sono solo alcune delle domande più frequenti con le quali in questi giorni molti di noi sono costretti a confrontarsi. Abbiamo cercato, in queste pagine, di chiarire alcuni aspetti relativi alla vicenda dell’alienazione del patrimonio pubblico per fornire una serie di strumenti utili a fronteggiare quello che si preannuncia come il tentativo più grave di aggressione ai danni del patrimonio del nostro Paese.

Cosa sta succedendo?
Con obiettivi differenti di tipo finanziario, legati alla necessità di ridurre il debito pubblico, di finanziare la realizzazione di infrastrutture, di gestire in maniera redditizia il patrimonio dello Stato, negli ultimi mesi si è intervenuti con provvedimenti che modificano profondamente l’ordinamento relativo alla gestione dei beni pubblici nel nostro Paese.

I passaggi più importanti dal punto di vista normativo sono stati due:
- Con la Legge 410/2001 si autorizza il Ministero dell’Economia a costituire società allo scopo di realizzare operazioni di “cartolarizzazione” dei proventi derivanti dalla dismissione del patrimonio immobiliare dello Stato e degli enti pubblici.
- Con la Legge 112/2002 si è prevista la possibilità di cedere il patrimonio dello Stato a due società per azioni create per l’occasione “Patrimonio dello Stato Spa” e “Infrastrutture Spa”. Alla prima possono essere trasferiti tutti i beni immobili, disponibili o indisponibili, e demaniali dello Stato. Il tutto può ulteriormente essere trasferito a “Infrastrutture Spa”, società creata per finanziare la realizzazione di opere pubbliche e aperta anche al capitale privato.

Il patrimonio che viene conferito alla Patrimonio dello Stato Spa include tutto: dai parchi alle coste, dagli edifici storici ai musei, da case ad uffici, ed è stato valutato dal Ministro Tremonti in 2.000 miliardi di euro (circa 4 milioni di miliardi di vecchie lire).
Nel caso dei beni culturali di “particolare valore artistico e storico” il trasferimento dei beni avverrebbe d’intesa con il Ministro per i beni e le attività culturali.

Patrimonio Spa e Infrastrutture Spa rappresentano il cuore della legge 112/2002 che converte il cosiddetto Decreto Salvadeficit del Ministro Tremonti. La creazione di queste due società, di capitale pubblico, ma di diritto privato, dovrebbe servire, nelle intenzioni del Governo a “valorizzare, gestire e alienare” il patrimonio pubblico italiano: in pratica tramite la Patrimonio spa sarà possibile affittare, impegnare i beni tramite cartolarizzazione o venderli. La Patrimonio spa può trasferire a sua volta parte o l’intero patrimonio a Infrastrutture spa in modo che questo possa essere impegnato per finanziare la realizzazione di infrastrutture e opere pubbliche previste dalla Legge Obiettivo. D’altro canto la Infrastrutture spa può creare società miste pubblico/private cui destinare parte dei beni.
Non sono chiari, probabilmente neppure agli ideatori, i criteri e i meccanismi che regoleranno le operazioni di vendita, valorizzazione o cartolarizzazione. Quel che è certo è che, con l’approvazione della legge 112 del 2002 si è aperto uno scenario inquietante nella gestione del patrimonio culturale italiano, ossia di quell’insieme di beni famosi e di opere minori, di edifici storici e musei che rappresenta l’eredità di una complessa stratificazione storica e culturale che rende unico il paesaggio italiano. Aldilà dei rischi che correrebbero beni offerti in pegno a soggetti che non hanno certo la tutela del patrimonio nel loro fine societario, c"è da chiedersi quanto, questa operazione, deprezzerebbe l’intero nostro patrimonio culturale.
Infine, ma non da ultimo, l’operazione in questione è drammaticamente in linea con un approccio che attraversa pressocché tutte le iniziative del Governo Berlusconi: dalla scuola alle aree protette, dalla sanità ai beni culturali, ovunque si prospetta la possibilità di una traduzione economica di beni e servizi pubblici, una sorta di ansia monetizzatrice che tende a riportare qualsiasi cosa al suo mero valore economico. Un conto è prevedere la possibilità di vendere, come pure era stato fatto dai precedenti governi, un altro creare due società di diritto privato che hanno questo scopo precipuo, varare una legge che lega la realizzazione delle mega opere della Legge Obiettivo ai proventi derivanti dalla vendita o valorizzazione che sia del patrimonio pubblico, siglare tutta la complessa materia relativa al nostro patrimonio con la firma del solo Ministro dell’Economia, senza neppure la “complicità”, è il caso di dire, dei Ministri dei Beni Culturali o dell’Ambiente.
In fondo il senso di tutta l’operazione è contenuto nelle affermazioni del Ministro Urbani, secondo il quale noi non possiamo sapere quale sia l’entità del nostro patrimonio, e in quelle del Ministro Tremonti, per il quale invece il patrimonio pubblico del nostro Paese ammonterebbe a 2000 miliardi di Euro (4 milioni di miliardi di vecchie lire). Nessuno, prima di lui, aveva mai osato convertire in lire o in euro una realtà fatta di promontori, boschi e opere d’arte. Né si capisce sulla base di quali parametri sia stata fatta questa valutazione: un pezzo di demanio costiero, ad esempio, è stato valutato come fosse suolo edificabile, agricolo o cosa? O più semplicemente moltiplicando per un valore x il canone concessorio? E come è stato possibile quantificare il valore di un bene che in quanto bene pubblico si sottrae, anche da un punto di vista meramente giuridico, all’eventualità della commercializzazione? Per molti beni bisognerebbe parlare addirittura di “inidoneità alla proprietà privata”, in altri casi di diritti su beni che vanno oltre i confini dello Stato nazionale, ma tutto questo non turba i nostri ministri. Rassicurano che quello che non deve essere venduto non sarà venduto, ma allora perché conferirlo alla Patrimonio dello Stato Spa? E soprattutto, perché non distinguere tra valorizzazione, gestione e alienazione?



Ma come ha funzionato fino ad oggi ?
In realtà la possibilità di effettuare alienazioni del nostro patrimonio erano già presenti, seppure in linea teorica e in forma piuttosto complessa, in norme preesistenti a quella del Ministro Tremonti. La novità in questo caso è rappresentata dagli effetti, non ancora abbastanza indagati, del passaggio di tutto il patrimonio pubblico a società di diritto privato: una ha il compito di gestirlo, valorizzarlo o venderlo, l’altra invece ha il compito esplicito di venderlo o cederlo in garanzia alle banche per realizzare con i proventi le opere previste dalla Legge Obiettivo.
L’Italia ha una delle più antiche e studiate tradizioni di gestione del patrimonio culturale al mondo. Un’idea per cui la tutela e la gestione sono subordinati alla funzione civile del patrimonio artistico e storico unico che lo Stato e gli enti locali possiedono. Anche per questa ragione il patrimonio culturale di proprietà pubblica è di fatto inalienabile, perché rappresenta l’eredità di valori e risorse che si trasmette di generazione in generazione.

Fino ad oggi i beni culturali (Legge 1089/39 e Codice Civile) di proprietà pubblica sono stati inalienabili, se non a determinate condizioni: “purchè non ne derivi danno alla loro conservazione e non ne sia menomato il pubblico godimento”.
Ma cattiva gestione e confusione normativa hanno reso il quadro dei beni culturali estremamente complesso. Infatti per tutti i beni di proprietà pubblica che abbiano più di cinquanta anni esiste una sorta di automatico inserimento tra i Beni Culturali (a meno di un accertamento negativo, come previsto dal testo unico 490/99).
Inoltre i Beni immobili di proprietà pubblica (dello Stato, dei Comuni, delle Regioni, ecc.) possono essere di natura demaniale oppure parte del patrimonio indisponibile (per entrambi è molto complessa l’alienazione), oppure parte del patrimonio disponibile (più semplice l’alienazione, ma comunque con regole).
Dopo anni di discussione e polemiche, con il DPR 283/2000 veniva approvato il regolamento che fissa le regole per la “disciplina delle alienazioni di beni immobili del demanio storico e artistico”. Il principio è quello di distinguere tra beni di interesse storico inalienabili e beni che non hanno valore soggetti a un regime di autorizzazione, ma comunque legati a un progetto di valorizzazione e a regole di fruizione.

In sintesi le questioni più delicate riguardano:

1- L’intero patrimonio dello Stato diventa vendibile senza distinzioni.
Di fatto nelle operazioni previste dal Ministro Tremonti si è eliminata ogni distinzione tra patrimonio immobiliare e culturale, così come tra patrimonio disponibile, indisponibile e demanio. La legge in questione inoltre prevede non solo la cessione del bene, ma anche la possibilità di cedere, in alternativa, i diritti d’uso dei beni stessi: come a dire che è probabile che non vengano vendute le coste, ma potrebbe essere benissimo venduto il diritto d’uso delle stesse, e cioè la possibilità di utilizzarle per un tempo significativo.
Il Ministero per i Beni Culturali viene coinvolto esclusivamente per l’eventuale alienazione di beni di “particolare valore artistico e storico”. Il problema è che non si è mai stabilito cosa voglia dire questa dizione, nel senso che per il patrimonio pubblico non è mai stato fatto un censimento preciso per stabilire quale bene deve essere considerato di “particolare valore storico artistico” e quale no perché tutto era di fatto inalienabile. Basti pensare che, per fare un esempio, fino a poco tempo fa persino il Colosseo non aveva un vincolo specifico, semplicemente perché nessuno si era preoccupato di apporre un vincolo su un monumento pubblico che, in quanto tale, si considerava inalienabile. Il patrimonio minore di edifici e chiese, oggi di proprietà pubblica, in rarissimi casi è stato censito dal Ministero per i Beni e le attività culturali. E’ vero che la normativa in questione invita le Soprintendenze a vincolare quei beni considerati di “particolare valore storico artistico”, ma è illusorio pensare che le nostre Soprintendenze possano effettuare in poche settimane un censimento del patrimonio pubblico che lo Stato non è riuscito a realizzare nel corso dei decenni.
Il rischio insomma è che all’interno di quella dizione “particolare” rientrino pochissimi beni e tutto possa essere venduto. In questi mesi le Soprintendenze stanno facendo una corsa contro il tempo per dichiarare l’interesse (declaratoria) di tutto ciò che riescono proprio per scongiurare gli effetti del provvedimento. La dead-line è rappresentata dal passaggio dei beni pubblici nella Patrimonio Spa: è vero che anche dopo sarà possibile apporre vincoli sui beni, ma sarebbe una procedura molto più complicata, molto più costosa e soprattutto facilmente impugnabile, con successo, da coloro che avessero già effettuato un’offerta su quei beni.
Nessuna possibilità di intervento è prevista invece per il titolare del Ministero dell’Ambiente sebbene nella Patrimonio Spa possano confluire tutte le aree protette, i parchi, le aree demaniali costiere e non e così via. Il Ministero dell’Ambiente semplicemente non è citato e la firma in calce alla legge che regolamenta l’intero meccanismo di alienazione, gestione e cartolarizzazione è solo quella del Ministro Tremonti.
Le prime tranche di cartolarizzazioni si sono già concluse ed hanno messo sul mercato, o meglio hanno svenduto, i beni degli enti pubblici. Scip 1 e Scip 2, queste le sigle relative alle prime due operazioni di alienazione del patrimonio degli enti, hanno portato nelle casse dello Stato il 45% nel primo caso (Scip 1) del valore stimato degli immobili, un valore ben al di sotto del reale valore di mercato. Nel secondo caso la percentuale di realizzo rispetto al valore stimato è stata dell’85%.
Al di là del risultato economico c’è da dire che è verosimile che già in queste prime cartolarizzazioni fossero presenti immobili di pregio ed è difficile immaginare che si possa apporre un vincolo ora dopo che l’offerta è stata avanzata.
Le rassicurazioni di Urbani e Berlusconi per cui non verrà mai venduto il Colosseo dimostrano come oggi questo sia comunque possibile, cosa impensabile in passato e comunque possibile in futuro. Nelle interviste recenti Urbani sostiene che verranno utilizzate le procedure previste dal Dpr 283/2000 che regola le alienazioni, ma è costretto ad ammettere che nella legge sulla Patrimonio Spa non c’è alcun riferimento al Dpr 283 e che dovrà essere previsto nel testo unico sui beni culturali ancora in fase di definizione. In ogni caso queste procedure varrebbero comunque solo per quei beni “particolari” e demaniali.
E’ giusto vendere ciò che non è utilizzato oppure non ha valore storico. Diverso è vendere tutto ciò che non è di “particolare” valore. Anche se si dovesse garantire un diritto di prelazione per gli enti locali, sarebbe difficile immaginare che i bilanci dei nostri Comuni possano permettersi operazioni d’acquisto di beni di particolare pregio e valore a prezzi di mercato.
Ma soprattutto è evidente la necessità di limitare il campo di intervento delle due società Patrimonio Spa e Infrastrutture Spa almeno esclusivamente al patrimonio senza valore storico e artistico.

2- Lo Stato rinuncia a sapere quali beni possiede mentre vende per fare cassa
L’immenso patrimonio immobiliare dello Stato, ma anche di Regioni, Province, Comuni è oggi di fatto sconosciuto (manca un censimento) e spesso male utilizzato, il più delle volte sconosciuto nel suo valore culturale ed economico agli stessi enti.
Inoltre la normativa di tutela complica la gestione proprio perché inserisce automaticamente ogni immobile di proprietà pubblica, dopo un cinquantennio di vita, nel regime di protezione di bene culturale a meno di una valutazione di merito in contrario. Questo vuol dire che anche beni di nessun valore storico (per esempio una casa o un ufficio degli anni ’40) diventano di fatto inalienabili e ne viene complicata la gestione.
Il risultato è uno spreco evidente di risorse pubbliche.
Ma prima di decidere su come valorizzare il patrimonio sarebbe stato opportuno decidere di conoscere cosa si possiede e cosa ha valore, censire finalmente il proprio patrimonio rivedendo la classificazione relativa ad una serie di beni e dopo, solo dopo, attribuire alle società i beni per i quali è stata riconosciuta l’alienabilità.
Questo sarebbe stato un ottimo investimento: avrebbe prodotto occupazione qualificata e creato professionalità all’esterno e dentro l’amministrazione pubblica. E soprattutto non avrebbe esposto il nostro patrimonio ai rischi di una normativa ambigua e confusa.

3- I rischi di una gestione privatistica dei beni culturali
Con le nuove procedure si apre uno scenario del tutto nuovo che riguarda la gestione da parte di due società dei beni culturali dello Stato. Non solo i beni vengono gestiti da società di diritto privato, ma possono diventare la garanzia per la realizzazione di opere pubbliche.
L’operazione presentata con l’obiettivo di ridurre il deficit del bilancio pubblico mediante l’emissione di titoli garantiti dal patrimonio dello Stato viene presentata come del tutto indolore.
La “cartolarizzazione” è un’operazione che consente di tramutare incassi futuri in obbligazioni sugli immobili che vengono collocate dal sistema bancario sul mercato dei risparmiatori. In sostanza le banche anticipano allo Stato i ricavi presunti, consistentemente scontati, sull’utilizzo di un bene o sulla vendita dello stesso e provvedono ad emettere titoli obbligazionari che collocano sul mercato del risparmio garantiti dal bene stesso. Se allo scadere del periodo definito lo Stato non è in grado di onorare il debito con le banche, queste possono rivalersi sul bene.
Al di là comunque delle considerazioni sulle caratteristiche delle alienazioni c’è da dire che è l’operazione di cessione di parte del patrimonio pubblico ad una società di diritto privato che suscita più di una perplessità. I Ministri in carica possono offrire tutte le rassicurazioni del caso, resta il fatto che si affida l’intero patrimonio di uno Stato come l’Italia ad una società con un capitale di appena un milione di Euro, sottratta al controllo della Corte dei Conti e sottratta alle procedure che regolano l’operato della Pubblica Amministrazione (bandi, gare, ecc.). Non a caso l’amministratore e il Presidente sono stati individuati dal Ministro dell’Economia e il Consiglio d’Amministrazione della Società ha di fatto possibilità illimitate. Né importa sapere che piuttosto che vendere il bene si venderà solo il diritto d’uso sul bene o il cosiddetto diritto di superficie: dovremmo essere tranquillizzati dal fatto di sapere che una spiaggia o un bosco non sono stati alienati, ma solo ceduti in uso per 20 o 30 anni ad un privato?

4- Gli esempi sbagliati: i musei americani
In questi mesi è stato detto: diamo in gestione i musei ai privati come si fa in America. Ma negli Stati Uniti si tratta di collezioni private gestite a partire da un capitale finanziario amministrato e investito sul mercato per la maggior parte, in modo da assicurare delle entrate da spendere per i nuovi acquisti e per il funzionamento del Museo.
Né il Metropolitan Museum, né il Getty, né la National Gallery di New York potrebbero sopravvivere attraverso gli introiti della biglietteria, dei libri e dei gadgets, dei ristoranti.
Il Getty Museum non genera guadagni. Ha un ingresso gratuito, la spesa per il solo funzionamento è di 30 milioni di dollari ogni anno mentre altri 170 vengono investiti per acquisti di nuove opere. Risorse che provengono solo in parte da lasciti e sponsorizzazioni (circa 18 milioni di dollari) ma soprattutto dalla gestione degli investimenti sul mercato (oltre 700 milioni di dollari). Una gestione non profit dagli obiettivi culturali, garantita da un capitale finanziario gestito sul mercato.
Come si può paragonare questo modello a quello delle nostre Soprintendenze (che devono tutelare e gestire centinaia di opere, diffuse sul territorio), dei Musei italiani. Perché allora citare questi modelli per la gestione degli Uffizi o di Pompei?
E’ difficile ipotizzare che il Governo voglia dotare questi musei di capitali da gestire, quando i soli Uffizi hanno debiti con l’Enel per 286mila Euro. In realtà ai privati si vorrebbe dare solo la gestione di alcuni musei come operazione puramente commerciale e di valorizzazione delle attività a latere oppure come garanzia delle operazioni di cartolarizzazione come dichiarato da Urbani.
Ma le risorse che provengono dagli ingressi o dalla concessione delle attività sono il modo attraverso cui, a Pompei come a Populonia, si finanziano gli investimenti di restauro e manutenzione dei beni stessi.
L’idea di “cartolarizzare” i beni come le biglietterie si porta dietro il rischio di gestione, ossia che se va male si perde la proprietà. E comunque chi sarà responsabile per quei Beni culturali? L’amministratore di una società privata?

In conclusione un’ultima considerazione: l’operazione messa a punto dal Ministro Tremonti appare molto ambigua ed è difficile immaginare le conseguenze che potrebbero derivare al nostro patrimonio pubblico dal fatto di essere conferito a società di diritto privato. Basti pensare, ad esempio, a quello che accade con la lista dei beni disponibili e indisponibili che circola da alcuni mesi. Al momento, è bene sottolinearlo, non esistono liste di beni che verranno sicuramente sottoposti a vendita o cartolarizzazione. Quella predisposta dall’Agenzia del Demanio, è stato detto e ripetuto più volte, rappresenta solo un primo censimento, e molti dei beni contenuti all’interno sono “indisponibili”, cioè non sono nella piena disponibilità dello Stato e quindi, come tali non potrebbero essere alienati o impegnati. Se si scorre però l’art. 3 della legge 410/2001 si scopre che “L’inclusione nei decreti produce il passaggio dei beni al patrimonio disponibile”. In realtà quindi la lista predisposta, con apposito decreto dirigenziale, dall’Agenzia del Demanio, riporta sì beni disponibili e indisponibili, ma, per il semplice fatto di essere in quel decreto, sono già diventati tutti beni disponibili.




Breve glossario



Beni pubblici: possono essere di natura demaniale o patrimoniale.

Beni demaniali: dal latino dominium, il demanio è secondo il codice civile il complesso di beni immobili pertinenti a soggetti della pubblica amministrazione che sono destinati all"uso gratuito e diretto della generalità dei cittadini o ad altra funzione pubblica, come ad esempio le piazze e le strade. Secondo il codice civile (articololo 822), il beni demaniali sono in linea di principio inalienabili. Esiste anche un demanio delle Regioni, delle Provincie e dei Comuni.

Beni patrimoniali: possono essere disponibili o indisponibili. I primi sono alienabili senza limiti, i secondi, pur non appartenendo al demanio, con limitazioni e regole.


Schematizzando:

Demaniali
1. di interesse storico e artistico Inalienabili
2. non di interesse storico e artistico Inalienabili (con eccezioni)

Patrimoniali

Indisponibili
1. di interesse storico e artistico Inalienabili
2. non di interesse storico e artistico Inalienabili (con eccezioni)

Disponibili
1. di interesse storico e artistico Inalienabili
2. non di interesse storico e artistico Alienabili


Cartolarizzazione
Tutti ne parlano, ma pochi ne conoscono il significato. Sul vocabolario della lingua italiana il termine è entrato solo quest"anno. E significa: «trasformazione dei crediti (anche futuri) in titoli negoziabili sul mercato». In altre parole lo Stato “impegna” il suo patrimonio e lo dà, scontato, a un privato che si incarica di incassare i redditi futuri che il patrimonio presumibilmente genererà.

Scip
Società di cartolarizzazione di immobili pubblici. La seconda tranche di vendite, denominata Scip 2, è stata presentata l"11 novembre scorso. Si tratta della seconda operazione di cartolarizzazione del patrimonio immobiliare pubblico e riguarda 62.000 unità immobiliari, quasi tutte a carattere residenziale di proprietà dello Stato e di 7 enti previdenziali. Si tratta di un"emissione obbligazionaria in più tranche per circa 6,7 miliardi di euro: la maggiore cartolarizzazione mai fatta nell"Europa continentale.


novembre 23, 2002
 Terremoto, il (cattivo) esempio dell'Irpinia @ 7:30:50 PM
di Caterina Sottile

C"é un sito: http://www.midaweb.info/ , curato dall"editorialista dell"Unità, Enrico Fierro in cui é possibile ripercorre la tragedia del terremoto dell"Irpinia, gli scandali che seguirono a quelle morti ed a quella distruzione. Una finestra sul passato recente che sembra un sogno premonitore. Inchieste, commenti, racconti di un furto collettivo, non solo al patrimonio architettonico e naturale dell"Irpinia, ma soprattutto un debito aperto con il futuro delle persone a cui quel terremoto e la gestione sciagurata dell"emergenza sottrassero per sempre uno sviluppo sociale a misura d"uomo!
Riportiamo una parte dei testi presenti nel sito. Per non dimenticare e non distrarsi, neppure un attimo:


È finito così nel 2002
Ottantasette imputati. Nomi di punta dell"imprenditoria e della politica della Prima Repubblica. Ottantasette tra molte prescrizioni e assoluzioni.
E" finito così - ventidue anni dopo il sisma del - l"inchiesta della Procura di Napoli sulle presunte tangenti versate per la ricostruzione post terremoto. La sentenza è stata emessa il 2 maggio del 2002 dal Tribunale di Napoli, presieduto dal giudice Vincenzo Albano. A dieci anni dall"apertura dell"inchiesta, il tribunale ha dichiarato la prescrizione del reato nei confronti di Paolo Cirino Pomicino, Vincenzo Scotti, Giulio Di Donato, Francesco De Lorenzo e Antonio Fantini, ex presidente della Regione. Pomicino, Scotti e Fantini sono stati anche assolti nel merito da alcuni capi d"imputazione. Assoluzione piena - "per non aver commesso il fatto" - per l"ex ministro dell"Interno Antonio Gava, prosciolto da tutti e tre i capi d"imputazione. Assolti anche Vincenzo Maria Greco e Filippo Capece Minutolo. La prescrizione è stata dichiarata pure nei confronti di Eugenio Cabib, Roberto Pomarici, Armando De Rosa e Raffaele Russo. Il collegio ha dichiarato invece l"improcedibilità nei confronti di Gaspare Russo. I giudici hanno derubricato la corruzione propria in finanziamento illecito o corruzione impropria, circostanza che ha fatto scattare le prescrizioni. L"indagine sul giro d"affari legato alla Ricostruzione - trentadue miliardi, secondo la Procura - inizia nel 1992. Il sette dicembre del 1997 sul banco degli imputati arrivano novantuno tra imprenditori e politici. Le tangenti contestate dalla Procura fanno riferimento ad opere finite nell"88, circostanza che ha motivato la prescrizione di decine di episodi di corruzione. Il pericolo della prescrizione era stato indicato dal capo della Procura napoletana Agostino Cordova sin dal "94. E aveva chiesto agli imputati di rinunciare alla prescrizione per provare la loro innocenza. Una provocazione che non fu accolta. Con una raffica di assoluzioni e diverse prescrizioni finì anche l"altro maxi-processo per gli appalti da 600 miliardi dei Regi Lagni. 160 imputati - tra loro nomi di spicco del mondo delle costruzioni - e 143 assoluzioni. Imputati minori quelli condannati. La Procura aveva definito la questione dei Regi Lagni come "la più eclatante forma di economia post terremoto" dove si sarebbero cementati rapporti organici tra imprese e camorra. Testi che non trovò riscontro nella sentenza emessa dai giudici. Assolutorie anche le sentenze nei confronti degli amministratori locali indagati. Clamoroso il caso del sindaco di Laviano Salvatore Torsello: 103 processi, molti per reati gravissimi, ed altrettanti verdetti assolutori.


novembre 13, 2002
 RICERCA DATAMEDIA - Province, Mauro tra i presidenti più graditi @ 23.36.41
di a cura della redazione

Raffaele Mauro è undicesimo nella classifica dei presidenti di Provincia più graditi dai propri amministrati. Il dato emerge da una ricerca di Datamedia. Nei primi 20 non c"è il presidente della Provincia di Campobasso, Augusto Massa. In testa troviamo il presidente della Provincia di Catania, Musumeci, che prevede i colleghi Tagliasacchi (Lucca) e Prodi (Bologna). Per Musumeci è una conferma rispetto al precedente sondaggio, effettuato sei mesi fa. Per Mauro c"è però un primato importante: è infatti quello che in 6 mesi ha visto crescere maggiormente, in termini percentuali, il proprio consenso, aumentato del 3,4%. Nessuno è riuscito a fare meglio tra i suoi 102 colleghi presidenti. Un incremento che lo ha fatto balzare all"11° posto assoluto. Dei primi 20, 14 Presidenti sono riconducibili a coalizioni di Centro Sinistra e 6 a coalizioni di Centro Destra. Ma ecco, nel comunicato di Datamedia, la classifica, i dati e la metodologia di indagine.

***

Classifica Provincia Monitor di Datamedia Ricerche:

1° Nello Musumeci, Presidente della Provincia di Catania
2° Andrea Tagliasacchi, Presidente della Provincia di Lucca
3° Vittorio Prodi, Presidente della Provincia di Bologna

Musumeci si conferma al primo posto, guidando la riscossa del Sud che piazza cinque presidenti tra i primi venti, mentre i Sindaci, in un’analoga rilevazione (City Monitor), erano soltanto tre. I 2/3 dei Presidenti sono riconducibili a coalizioni di Centro Sinistra. Il Piemonte, come per i Sindaci, è la Regione più presente in classifica, mentre la Lombardia, assente nella classifica dei Sindaci, ne inserisce due.

Il 66% del campione rappresentativo degli 847.679 maggiorenni della Provincia di Catania conferma il Presidente della Provincia, Nello Musumeci, come il più apprezzato tra i leader provinciali italiani. L’indagine semestrale “Provincia Monitor”, che Datamedia Ricerche conduce su 102 Province italiane, evidenzia un più alto apprezzamento dei Presidenti di Provincia del Mezzogiorno rispetto all’analoga rilevazione sui Sindaci: sono infatti 5 i Presidenti di Provincia del Sud tra i primi venti, rispetto ai 3 Sindaci entrati nella classifica di City Monitor. Al Presidente della Provincia di Catania si affiancano: Raffaele Mauro - Isernia (11°), che incassa l’incremento di consenso più elevato (+3,4%), Giovanni Carelli - Matera (17°), Giulia Adamo - Trapani (18°) e Alfonso Andria - Salerno (20°).

Nel Nord Ovest il Piemonte piazza in classifica ben quattro Presidenti: Orazio Scanzio – Biella (7°) che guadagna, come il Presidente di Isernia, ben 3,4 punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione, Fabrizio Palenzona – Alessandria (8°), Ivan Guarducci – Verbania (13°) e Giovanni Quaglia – Cuneo (16°); la Lombardia, che non aveva sindaci tra i primi venti, ne promuove due: Lorenzo Guerini – Lodi (6°) e Mario Anghileri – Lecco (14°); mentre in Liguria Giuseppe Ricciardi – La Spezia si piazza al 19° posto.

Nel Nord Est la volata è tirata da Vittorio Prodi – Bologna (3°) seguito a ruota da Luis Durmwalder – Bolzano (4°) e da Oscar De Bona – Belluno (5°), mentre risultano più distanziati Giorgio Brandolin – Gorizia (12°) e Luca Zaia – Treviso (15°).

Nel Centro Italia sale sul podio Andrea Tagliasacchi – Lucca (2°), mentre si collocano a metà classifica Enzo Giancarli – Ancona (9°) e Francesco Scalia – Frosinone (10°).

Complessivamente 14 Presidenti sono riconducibili a coalizioni di Centro Sinistra e 6 a coalizioni di Centro Destra.

Provincia Monitor è un’indagine semestrale condotta su 102 province italiane (esclusa la Valle d’Aosta in quanto Provincia unica della Regione Valle d’Aosta) articolata in 4 aree di indagine che ne costituiscono gli obiettivi: Analisi dell"immagine dell"Ente Provincia; Analisi della notorietà sui settori di competenza della Provincia e il relativo giudizio sull"operato; Analisi delle aree di intervento delle attività svolte dalla Provincia, Analisi dei mezzi di informazione attraverso cui la Provincia comunica con i cittadini.

Da un indice composto (notorietà delle competenze e giudizio sull’operato) emerge una scarsa conoscenza delle competenze della Provincia da parte dei cittadini, resa ancor più problematica dal recente passaggio di deleghe e funzioni dallo Stato e dalle Regioni e da un’altrettanto scarsa incisività (sia in termini di quantità, sia di qualità) della comunicazione delle Province.

Da segnalare, in particolare, che il problema della viabilità è particolarmente sentito al Nord (44,3% nel Nord Ovest contro il 32.7% del Sud e delle Isole), mentre al Sud e nelle Isole il settore di intervento ritenuto più importante è il turismo (35,4% nel Sud e Isole, contro il 20% del Nord Ovest e, addirittura, il 14,1% del Nord Est)

Le interviste sono state realizzate telefonicamente con il sistema C.A.T.I. (Computer Assisted Telephone Interview) tra un campione rappresentativo di maggiorenni residenti nelle Province indagate nei mesi di giugno e luglio 2002. I campioni variavano al variare della popolazione complessiva della Provincia analizzata (vedi scheda allegata).

Provincia Monitor
CLASSIFICA PRESIDENTI DI PROVINCIA

1. CATANIA – Nello Musumeci (Centro Destra) 66,7%
2. LUCCA – Andrea Tagliasacchi (Centro Sinistra) 66,1%
3. BOLOGNA – Vittorio Prodi (Centro Sinistra) 65,8%
4. BOLZANO – Luis Durnwalder (S.V.P.) 63,0%
5. BELLUNO – Oscar De Bona (Centro Sinistra) 62,1%
6. LODI – Lorenzo Guerini (Centro Sinistra) 62,1%
7. BIELLA – Orazio Scanzio (Centro Destra) 61,8%
8. ALESSANDRIA – Fabrizio Palenzona (Centro Sinistra) 61,6%
9. ANCONA – Enzo Giancarli (Centro Sinistra) 61,4%
10. FROSINONE – Francesco Scalia (Centro Sinistra) 61,4%
11. ISERNIA – Raffaele Mauro (Centro Destra) 61,1%
12. GORIZIA – Giorgio Brandolin (Centro Sinistra) 60,8%
13. VERBANIA – Ivan Guarducci (Centro Destra) 60,6%
14. LECCO – Mario Anghileri (Centro Sinistra) 60,4%
15. TREVISO – Luca Zaia (Centro Destra) 60,3%
16. CUNEO – Giovanni Quaglia (Centro Sinistra) 60,1%
17. MATERA – Giovanni Carelli (Centro Sinistra) 59,8%
18. TRAPANI – Giulia Adamo (Centro Destra) 59,4%
19. LA SPEZIA – Giuseppe Ricciardi (Centro Sinistra) 59,3%
20. SALERNO – Alfonso Andria (Centro Sinistra) 58,9%

Fonte coalizione: www.upinet.it (Sito ufficiale Unione Province d’Italia)

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METODOLOGIA

Provincia Monitor è un’indagine semestrale condotta sulle 103 provincie italiane articolata in 4 aree di indagine che ne costituiscono gli obiettivi:

1. Analisi dell"immagine dell"Ente Provincia;
2. Analisi della notorietà sui settori di competenza della Provincia e il relativo giudizio sull"operato;
3. Analisi delle aree di intervento delle attività svolte dalla Provincia
4. Analisi dei mezzi di informazione attraverso cui la Provincia comunica con i cittadini.

 Analisi dell"immagine dell"Ente Provincia
Ad ogni singolo intervistato viene proposta, in modo dicotomico (efficiente/inefficiente, affidabile/inaffidabile,…), una serie di attributi associabili all"immagine dell"Ente Provincia.

 Analisi della notorietà sui settori di competenza della Provincia e il relativo giudizio sull"operato
All"intero campione è stato chiesto di elencare spontaneamente i settori di competenza della Provincia (notorietà spontanea). In seguito ogni singolo intervistato è stato interpellato sulla possibilità di associare le attività dell"Ente ad una lista di settori, indicata dall"operatore telefonico (notorietà sollecitata), all"interno della quale erano presenti anche delle attività associabili ad altre Istituzioni, ma non di competenza delle Provincia.
Nell"elaborazione dei dati è stato così calcolato il fattore correttivo legato alla notorietà, dato dalla sottrazione della media ponderata nazionale delle attività non di competenza della Provincia, dalla somma percentuale di ogni reale settore di attività.

Per ogni settore poi è stato chiesta la valutazione sull"operato sia in termini generali che in termini di miglioramento / peggioramento rispetto al passato.

 Analisi delle aree di intervento delle attività svolte dalla Provincia
Al campione intervistato è stato richiesto di individuare tra le aree di competenza provinciale quelle che meritano maggiori e più urgenti interventi.

 Analisi dei mezzi di informazione attraverso cui la Provincia comunica con i cittadini
Al campione di intervistati sono state sottoposte domande specifiche sull"argomento "informazione" al fine di verificare sia il livello di soddisfazione sia le aspettative dei cittadini in merito alla comunicazione esistente tra Ente e utente.

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Metodologia
Le interviste sono state realizzate telefonicamente utilizzando il sistema C.A.T.I. (Computer Assisted Telephone Interview) somministrando il questionario ad un campione di unità selezionate tra i maggiorenni (età superiore ai 18 anni) residenti nelle 102 Provincie italiane.

I Campioni: i dati numerici indicati dopo il nome della provincia si riferiscono nell"ordine a: Universo di riferimento; numero di interviste effettuate; errore statistico.

Alessandria 377.648 - 1.200 - 2.8%
Asti 181.303 - 1.200 - 2.8%
Biella 163.350 - 1.000 - 3.1%
Cuneo 468.459 - 1.500 - 2.5%
Novara 291.659 - 1.200 - 2.8%
Torino 1.888.267 - 2.000 - 2.2%
Verbania 137.769 - 1.000 - 3.1%
Vercelli 155.709 - 1.000 - 3.1%

Genova 794.975 - 2.000 - 2.2%
Imperia 187.291 - 1.200 - 2.8%
La Spezia 194.053 - 1.200 - 2.8%
Savona 245.795 - 1.200 - 2.8%

Bergamo 794.571 - 2.000 - 2.2%
Brescia 912.929 - 2.000 - 2.2%
Como 450.332 - 1.500 - 2.5%
Cremona 284.525 - 1.200 - 2.8%
Lecco 257.206 - 1.200 - 2.8%
Lodi 164.488 - 1.000 - 3.1%
Mantova 320.900 - 1.200 - 2.8%
Milano 3.188.636 - 2.000 - 2.2%
Pavia 430.436 - 1.200 - 2.8%
Sondrio 146.120 - 1.000 - 3.1%
Varese 684.865 - 1.500 - 2.5%

Belluno 179.643 - 1.200 - 2.8%
Padova 713.280 - 1.500 - 2.5%
Rovigo 209.255 - 1.200 - 2.8%
Treviso 653.187 - 1.500 - 2.5%
Venezia 696.969 - 1.500 - 2.5%
Verona 684.738 - 1.500 - 2.5%
Vicenza 649.560 - 1.500 - 2.5%

Gorizia 121.113 - 1.000 - 3.1%
Pordenone 238.811 - 1.200 - 2.8%
Trieste 218.590 - 1.200 - 2.8%
Udine 445.979 - 1.500 - 2.5%

Bolzano 368.114 - 1.200 - 2.8%
Trento 389.928 - 1.200 - 2.8%

Bologna 801.548 - 2.000 - 2.2%
Ferrara 309.308 - 1.200 - 2.8%
Forlì 304.529 - 1.200 - 2.8%
Modena 533.469 - 1.500 - 2.5%
Parma 344.001 - 1.200 - 2.8%
Piacenza 231.100 - 1.200 - 2.8%
Ravenna 306.526 - 1.200 - 2.8%
Reggio Emilia 380.767 - 1.200 - 2.8%
Rimini 230.416 - 1.200 - 2.8%

Arezzo 274.026 - 1.200 - 2.8%
Firenze 823.099 - 2.000 - 2.2%
Grosseto 187.339 - 1.200 - 2.8%
Livorno 289.558 - 1.200 - 2.8%
Lucca 321.178 - 1.200 - 2.8%
Massa Carrara 171.511 - 1.200 - 2.8%
Pisa 330.896 - 1.200 - 2.8%
Pistoia 230.702 - 1.200 - 2.8%
Prato 192.580 - 1.200 - 2.8%
Siena 218.741 - 1.200 - 2.8%

Perugia 518.303 - 1.500 - 2.5%
Terni 191.638 - 1.200 - 2.8%

Ancona 376.711 - 1.200 - 2.8%
Ascoli Piceno 308.583 - 1.200 - 2.8%
Macerata 254.947 - 1.200 - 2.8%
Pesaro 290.362 - 1.200 - 2.8%

Frosinone 399.918 - 1.200 - 2.8%
Latina 409.392 - 1.500 - 2.5%
Rieti 125.566 - 1.000 - 3.1%
Roma 3.176.427 - 2.000 - 2.2%
Viterbo 244.759 - 1.200 - 2.8%

Chieti 322.143 - 1.200 - 2.8%
L"Aquila 252.012 - 1.200 - 2.8%
Pescara 240.977 - 1.200 - 2.8%
Teramo 236.962 - 1.200 - 2.8%

Campobasso 193.391 - 1.200 - 2.8%
Isernia 74.951 - 1.000 - 3.1%

Avellino 349.664 - 1.200 - 2.8%
Benevento 233.708 - 1.200 - 2.8%
Caserta 647.587 - 1.500 - 2.5%
Napoli 2.334.715 -2.000 - 2.2%
Salerno 853.032 - 2.000 - 2.2%

Bari 1.236.539 - 2.000 - 2.2%
Brindisi 323.260 - 1.200 - 2.8%
Foggia 539.843 - 1.500 - 2.5%
Lecce 654.688 - 1.500 - 2.5%
Taranto 463.102 - 1.500 - 2.5%

Matera 163.920 - 1.200 - 2.8%
Potenza 320.353 - 1.200 - 2.8%

Catanzaro 300.721 - 1.200 - 2.8%
Cosenza 591.268 - 1.500 - 2.5%
Crotone 131.911 - 1.000 - 3.1%
Reggio Calabria 446.461 - 1.500 - 2.5%
Vibo Valentia 137.377 - 1.000 - 3.1%

Agrigento 365.817 - 1.200 - 2.8%
Caltanissetta 216.687 - 1.200 - 2.8%
Catania 847.679 - 2.000 - 2.2%
Enna 142.255 - 1.000 - 3.1%
Messina 544.156 - 1.500 - 2.5%
Palermo 945.970 - 2.000 - 2.2%
Ragusa 237.195 - 1.200 - 2.8%
Siracusa 318.382 - 1.200 - 2.8%
Trapani 342.102 - 1.200 - 2.8%

Cagliari 627.932 - 1.500 - 2.5%
Nuoro 218.570 - 1.200 - 2.8%
Oristano 129.061 - 1.000 - 3.1%
Sassari 375.163 - 1.200 - 2.8%

TOTALE 47.427.907 -136.400

La Provincia di Aosta non è stata monitorata in quanto Provincia unica della Regione Valle D"Aosta.
Le interviste sono state gestite dal field telefonico composto da personale altamente qualificato e controllato da supervisori durante la fase di rilevazione. A conclusione di questa i dati sono stati elaborati con opportuni software statistici.
Il supporto software utilizzato ha consentito di gestire il questionario in modo omogeneo e standardizzato, evitando distorsioni nella fase di rilevazione delle risposte grazie ad un percorso vincolato a monte dai ricercatori e verificato da supervisors disponibili in loco, per quanto concerne il rispetto delle procedure e la corretta gestione del rapporto di intervista con le unità campionarie.
Il sistema ha permesso inoltre di velocizzare la fase di data entry e soprattutto quella di elaborazione dei risultati, avendo esso incorporato le procedure per l’analisi delle informazioni, espresse in valori percentuali e numeri assoluti, il che ha permesso di disporre, immediatamente dopo la fase di rilevazione, di tutti i dati richiesti.

Periodo di rilevazione
Le interviste sono state condotte tra il 10 Giugno e il 6 Luglio del 2002


novembre 4, 2002
 RASSEGNA STAMPA - Il giallo delle mappe e le bugie dalle gambe corte @ 23.32.42
di Maristella Iervasi

Le bugie hanno le gambe corte e i nodi prima o poi vengono al pettine. Ed ecco quindi che pian pianino il giallo delle mappe sulla classificazione sismica del territorio italiano comincia a sbiadirsi. Dopo la “bugia” di Lunardi detta in Tv: «Non ci sono mappe nel cassetto», nonostante le rivelazioni degli scienziati sull’esistenza della mappatura dei comuni a rischio che comprende anche il paese della strage dei bambini - confermato peraltro da una intervista a Franco Barberi al nostro giornale - la Regione Molise si è difesa dicendo: «ma noi che potevamo fare? è dal 20 febbraio 2002 che abbiamo chiesto i criteri per la mappa alla Protezione civile e non ci sono stati forniti!». Parole, queste, dette dal vicepresidente della Regione Aldo Patriciello (uomo di centrodestra eletto nella lista di Democrazia Europea, nonchè assessore all’assetto del territorio), che guarda caso si è subito affrettato a spiegare: «non intendo così accusare nè il governo nè alcun ministero», facendo quindi quadrato su Lunardi e Co. e gettando veleno sul Servizio sismico nazionale. Ma Patriciello è stato colpito dal suo stesso boomerang. Ha la memoria corta e non ha detto tutta la verità. La lettera del Molise per il sollecito sull’adeguamento sismico è stata realmente spedita, ma c’è chi ha risposto: Roberto De Marco, l’allora direttore del Servizio sismico nazionale rimosso di recente dal centrodestra con lo spoils system. Che ha fatto anche di più: ha incontrato Patriciello in persona a Roma e con lui ha messo per iscritto un protocollo d’intesa sul tema. Ma per capire meglio questa vicenda che sembra un “puzzle” è utile una ricostruzione per tappe, partendo dall’allora giunta molisana di centrosinistra, fino ad oggi. Settembre 2002: Giovanni Di Stasi, presidente della regione Molise, e l’assessore al territorio Luigi Di Bartolomeo, che nel corso del 1999, avevano già avuto contatti con il Servizio sismico nazionale, fanno un accordo di programma che prevedeva, tra le altre cose, la carta di pericolosità sismica del territorio nazionale, un’altra a carta del rischio sismico, corsi di formazione per professionisti della Regione Molise e informazione alla popolazione. Racconta, Giuseppe Naso, geologo sel Servizio sismico: «Abbiamo così cominciato a lavorare insieme con il Molise, producendo nel dettaglio anche delle mappe di pericolosità sismica». Febbraio 2002: cambia la giunta in Molise, sale al goveno il centrodestra, presidente Michele Iorio di Forza Italia; assessore all’assetto del territorio Aldo Patriciello. Sottolinea ancora Naso: «Ci siamo subito attivati per non lasciare cadere nel nulla l’ampio lavoro attivato (il protocollo d’intesa del centrosinistra, ndr). 20 febbraio 2002: data della famosa lettera firmata Aldo Patriciello e indirizzata al dottor De Marco direttore del Servizio Sismico Nazionale e al capo del dipartimento della Protezione Civile, Guido Bertolaso. «Lettera scritta di mio pugno e che Patriciello ha firmato», spiega il geologo Renato Mastronardo, dirigente della sezione pianificazione territoriale della Regione Molise. «Con quella lettera - precisa il geologo - si rinnovava la collaborazione per portare a termine i lavori cominciati con la giunta di centrosinistra per arrivare alla riclassificazione sismologica di tutti i criteri della nostra Regione». 22 marzo 2002: Roberto De Marco scrive al Molise, ad Aldo Patriciello, dichiarandosi felice di accogliere la richiesta avanzata e chiedendo al più presto un incontro propedeutico». Giugno 2002: il fatidico incontro a Roma tra l’assessore regionale alla pianificazione del territorio, Giuseppe Naso, Mastronardi, De Marco e l’architetto Fabrizio Bramerini. «In questa riunione - sottolineano ancora Naso e Mastronardi - si decise di continuare i lavori che si stavano svolgendo in piena collaborazione con la Regione Molise. E si decise che entro la fine dell’anno ci sarebbe stato un piccolo convegno a Campobsso con una introduzione al problema sismico dello stesso Patricello e del capo dipartimento della Protezione civile, Bertolaso». Non solo, aggiunge il dipendente del Servizio sismico nazionale che ha preso parte all’incontro: «Fu consegnata a Patricello anche una copia della rivista “Ingegneria sismica” con allegato il cd “Rischio sismico 2001”». Cioè, la lista completa degli scienziati delle aree a rischio del territorio italiano con anche tutti i 1.706 Comuni aggiunti nella nuova mappa sismica e dove - da non classificate a categoria 2 - ci sono molti paesi della provincia di Campobasso, tra cui San Giuliano di Puglia. Tutto questo per spiegare il retropensiero non detto dell’assessore Patricello. Che ha detto solo quello che gli premeva dire, senza fare alcun accenno al fatto che la Regione Molise, grazie al centrosinistra, è la regione-pilota di un progetto del Servizio sismico nazionale per la messa in atto di nuova carta di pericolosità sismica. Che lo stesso ente che fu diretto da De Marco contattò persino gli uffici tecncici dei 136 comuni molisani, che hanno già fornito i dati utili agli scienziati per una classificazione in dettaglio della pericolosità sismica di questa parte del Paese.

(Da "L"Unità" del 3 novembre 2002)


 IL REPORTAGE - Il sisma ha reciso i fiori più belli @ 4:10:25 AM
di Nichi Vendola

Una strada lunga, tortuosa, a tratti soverchiata dalla nebbia, infine abbagliata da un sole strano, tanto caldo quanto surreale: come può spuntare il sole su questi borghi spaventati e quasi immobili, su queste genti della campagna e della montagna che ancora trattengono il fiato e si guardano attorno, su questa terra tremata e tramortita?
Questa è l"antica Daunia, una teoria di curve e di picchi dolci e verdeggianti, un rilievo lungo e gonfio che ti culla e ti sbalza come una giostra profumata di olive e ginestre, un raccordo zigzagante ma corposo che annoda i confini fluttuanti di Puglia e Molise: è la strada che sgrana la paura e avvicina al punto estremo del dolore: in auto, in su e in già, avanti e indietro, è una specie di zoom, cantilenante e funereo, che passa in rassegna gli otto municipi del foggiano atterriti e lesionati dal terremoto e poi ti precipita lì, lì dove non vorresti vedere e sentire, lì dove non vorresti neppure arrivare, nell"epicentro del caos e della morte. Non sono montagne russe ma alture appenniniche, una dorsale disseminata di campanili medievali e di micro-comuni che lottano per resistere allo spopolamento, suggestivi e appartati, macchie di vita associata e di memoria storica sperdute in orizzonti sconfinati di luce e di silenzio.
Ora la Capitanata è alle nostre spalle, e sembrano facezie le lesioni e i danni di Carlantino, di Celenza Valfortore, di Casalnuovo Monterotaro, di San Paolo Civitate e persino di Lucera e San Severo: eppure sono paesi feriti, con centinaia di sfollati, con cedimenti preoccupanti e strappi feroci all"architettura delle chiese e all"intera struttura urbana. Ma sembrano facezie anche le mille peripezie vissute da ben diciotto comuni della provincia di Campobasso: ammaccature, smagliature, un campanile sfondato, una tettoia crollata, calcinacci qua e là, e certo tanta tanta paura. Ma il sisma, quello vero, quello che è passato come un tornado, quello che ha reciso i fiori più belli - e come sono paradossali quelle fioriere di gerani appese alle finestre - è stato qui, a San Giuliano di Puglia, neanche millecinquecento anime, un centro storico del XVI secolo e tutt"attorno palazzine moderne e decorose poggiate su una duna di terra e di roccia: qui al centro di tutto, nel luogo dove studiavano e giocavano tutti i bimbi di questo spigolo molisano, è stata la fine del mondo.
Il paese è svuotato, disanimato, spento, come fulminato, gli usci ancora schiusi, dappertutto i panni stesi ai balconi, si cammina al centro della strada perché le scosse forse di assestamento si susseguono a ripetizione, il tabaccaio e il bar serrati in fretta e furia, tutto è fermo come in un limbo, tutto sembra segnato dall"orologio del campanile che segna - per ora e per sempre - le 11,34, anche i militari che cingono d"assedio (un assedio protettivo) il borgo sembrano camminare a passi felpati, i carabinieri parlano con delicatezza, nessuno alza la voce, ogni tanto qualcuno ha il permesso di entrare nella sua ex casa a prendere fagotti della propria ex vita, un cagnolino è accucciato sotto una villetta tutta ornata di cicatrici, ogni tanto un vecchietto protesta piano perché vuol tornare dove abitava anche solo per guardare, "non entro, non vi preoccupate, voglio solo vedere il mio portone".
Ecco un minuscolo edificio che s"è schiantato uccidendo una donna, ecco il vicolo dove le macerie hanno bombardato una Fiat Uno da cui miracolosamente sono uscite vive una madre e una figlia, un nastro bianco e rosso di plastica delimita quasi tutto l"abitato con foglietti scritti col pennarello "ordine di sgombero", anche noi attraversiamo la città-fantasma in punta di piedi: come per non disturbare l"intimità di una tragedia che ti entra nelle narici come il pulviscolo dei calcinacci che continuano a piovere dai tetti. Ecco un assessore, ecco il vice sindaco, parlano una lingua stranita, come fossero un commento fuori campo, un coro greco, ripetono con quieta ossessione la cronaca di quel buco nero che ha inghiottito un"intera generazione, il gran botto che ha ucciso tutti i bimbi nati nel 1996, tredici maschietti e tredici femminucce che erano la traccia palpabile di una comunità futura. Non ci sono più, non ci sono più.
Ed eccola la scuola maledetta, la "Francesco Iovine", schizzata in un ammasso di pietre e tegole e polvere e legni e ferraglia, ecco le piccole sedie e i banchi affogati tra le macerie, se ti metti a spiare in quello sconquasso di poltiglia grigia puoi scorgere tracce di quella infanzia vociante e allegra, di quella prima elementare piegata in un mattino di inizio novembre, di quella aula pullulante che si è capovolta fino a diventare una tomba corale. E dietro il muro scolastico, ordinati uno accanto all"altro, ci sono gli zainetti colorati e accanto le pile dei libri ormai orfani: erano il repertorio del mondo che entra negli occhi di un bimbo e di una bimba di sei anni, sono nient"altro che il catalogo di uno strazio che nessun racconto può raccontare.
Lo strazio, precluso all"occhio vorace delle telecamere e dei teleobiettivi, è come un fiume straripante che scorre nel Palazzetto dello sport. Non avevo mai visto, in tutta la mia vita, una cosa così triste. Ventinove bare, due grandi e marroni e le altre tutte piccine e bianche, ognuna circondata, abbracciata, assediata, soffocata dai volti, dalle mani, dalle lacrime di interi nuclei famigliari. La palestra è la cassa armonica di una disperazione soffusa, solo a tratti squarciata da un urlo che pare una filastrocca, "angelo mio, angelo mio", "bella di mamma, la mia bimba", sulle bare le foto della felicità e i giocattoli, orsacchiotti e bambole, e la vertigine dei sentimenti che inghiotte tutti, la pazzia, la nostalgia, l"asprezza inconsolabile di sentirsi sopravvissuti. Eppure fuori c"è un sole pieno e caldo, è questo sole che avvampa il rettangolo bianco di una camera ardente impossibile.
Eccoli qua i simboli capovolti: una scuola, un palazzetto dello sport, le strutture pubbliche della socialità minorile trasformate in camposanto e obitorio. Ed è nel campo sportivo, a meno di un chilometro dall"abitato, che alloggiano gli sfollati nella loro città artificiale, una tendopoli dove si ripetono le storie dei bimbi e si misura per intero l"incubo dell"esodo, di quello sradicamento che per i più vecchi è un supplemento di pena e persino un oltraggio. Qui, seduta con altre donne, c"è la maestra che aveva saltato il suo giorno lavorativo, si sente in colpa di essere quassù mentre i suoi scolari sono laggiù, laggiù avrà freddo la bimba a cui aveva regalato un gattino, la bimba felice del suo gattino, siamo andati a prenderlo quel gattino: è una donna colta, coraggiosa, ma sembra spezzarsi mentre si stringe alla coperta e le si riga il volto di pianto.
Questa mattina tutti saluteranno per l"ultima volta la classe 1996, poi le troupe e i cronisti ripiegheranno i propri attrezzi e torneranno a casa. Si spegneranno i riflettori su San Giuliano di Puglia, forse ci abitueremo a dimenticare questo nome come abbiamo dimenticato Sarno o Soverato. Forse ci sarà lo scandalo consueto dei ritardi e degli intoppi nell"opera di ricostruzione. Probabilmente in queste tende, gli ex abitanti di un villaggio cancellato, passeranno il gelido e nevoso inverno appenninico. Forse la magistratura archivierà la sua inchiesta. Forse non si dirà più dell"urgenza di curare un territorio fragile e malato. Forse questi bimbi, che una lotteria bizzarra ha estratto alla sorte cattiva di un terremoto, saranno morti invano.
Forse. Certo noi non dimenticheremo. Fin dall"inizio della tragedia i compagni molisani, quelli di Rifondazione e del Social Forum, si sono mobilitati ad organizzare la solidarietà: i nostri circoli a raccogliere l"acqua e il pane, i ragazzi a fare la spola tra i paesi e le tendopoli. Ma l"impegno, la sfida più difficile comincia domani, quando calerà il consueto oblio informativo e istituzionale. Oggi piangiamo anche noi questo petalo di infanzia del Sud. Ma domani torneremo qui, a ricordare a noi stessi che la politica non è niente, niente che valga qualcosa, se non sa condividere questo dolore popolare e se non sa interrogarne il senso e la causa profonda.


ottobre 28, 2002
 Alimentazione: i nostri ragazzi cadono dalle... nuvole @ 20.49.18
di a cura di Legambiente

Pesche e carciofi tutto l"anno, fiori di zucca e fave anche in inverno. E poi ananas col nòcciolo e finocchi che penzolano da una pianta. Eccola, come risulta da una ricerca di Legambiente, la realtà dei prodotti agricoli vista dagli occhi dei bambini. Sono loro a sbagliare oppure è l"ovvio risultato del fatto che ormai le fragole e i finocchi, ad esempi, ma anche altri prodotti ortofrutticoli, si possono trovare tutto l"anno? Legambiente propende per la seconda ipotesi, puntando il dito contro l"abbandono della stagionalità nelle produzioni che ha conseguenze più o meno gravi nell"uso del territorio e talora anche nella qualità dei prodotti stessi. "Il problema non è la fragola a novembre, ma il fatto che si incida sul sapore della fragola e che per produrla siano necessari interventi spesso poco naturali."

Il sondaggio, reso noto alla vigilia dell"apertura del Salone del Gusto di Torino al quale Legambiente prenderà parte, è la prosecuzione di un lavoro iniziato assieme ad Aiab (Associazione Italiana per l’agricoltura Biologica) e Coldiretti. Sono stati intervistati 1000 bambini tra gli 8 gli 11 anni in diverse scuole scelte nel Nord, Centro e Sud Italia. Tema: alimentazione e agricoltura. "Dai questionari compilati dai bambini viene fuori chiarissima la confusione che regna sull"argomento, e soprattutto sulla stagionalità dei prodotti", spiega Fabio Renzi, responsabile Aree protette e Territorio di Legambiente. Abituati a trovare nei negozi ogni cosa in qualsiasi periodo dell’anno, l’84% pensa che i finocchi, per esempio, siano estivi (41,6%) o perenni (42,8%). Più informati rispetto alle fragole, il 68,8% le collega al periodo primavera – estate, mentre ancora un buon 30% le mangia tutto l’anno (22,6%) o le collega all’inverno (8,2%). Interpellati su che tipo di spesa farebbero in questo periodo, una buona percentuale indica la giusta risposta: uva, cachi, verze e spinaci (35,1%), il 30,7% vorrebbe albicocche e peperoni e il 33,2 ha segnalato alimenti diversi da quelli suggeriti scegliendo frutta e verdura tipicamente estiva (soprattutto pesche e melone). Idee piuttosto chiare per quanto riguarda i fichi (il 60% li colloca nella stagione giusta), mentre oltre la metà degli intervistati sbaglia a collocare fave, carciofi e fiori di zucca. La distanza crescente fra consumatore e frutta e verdure giustifica le risposte di quel 64% di ragazzi che non sa dove cresca il finocchio o lo fa crescere su una pianta invece che sotto terra. Stesso discorso per le spiegazioni date del foro al centro delle fette d"ananas: il 20% crede sia dovuto alla snocciolatura del frutto, mentre per il 7% serve ad agevolarne la presa.

"Al Salone del Gusto di Torino - spiega Renzi - porteremo il lungo impegno di Legambiente a favore di un"alimentazione e un"agricoltura di qualità viste come tutela delle tradizioni locali e fattore di sviluppo economico, oltre che, naturalmente, come fondamento di una fantasia culinaria famosa nel mondo."


COSA SAI DI QUEL CHE MANGI?


1000 bambini (8 –11 anni) intervistati.


1. A pranzo trovi una bella insalata di finocchi. Che periodo dell’anno potrebbe essere?

Risposte

a) piena estate 416 (41,6%)

b) Natale 140 (14%)

c) qualsiasi periodo 428 (42,8%)

d) non sa, non risponde 16 (1,6%)


Quando mangi le fragole?

Risposte

a) in primavera/estate 688 (68,8%)

b) in autunno/inverno 82 (8,2%)

c) tutto l’anno 226 (22,6%)

d) non sa, non risponde 4 (0,4%)


Oggi decidi di fare tu la spesa. Al banco della frutta e della verdura scegli:

Risposte

a) uva e cachi, verze e spinaci 351 (35,1%)

b) albicocche e peperoni 307 (30,7%)

c) altro 332 (33,2%)

d) non sa, non risponde 10 (1%)


4. In quel periodo dell"anno andando al mercato può trovare i fichi?

Risposte

a)luglio e settembre 608 (60,8%)

b)gennaio e febbraio 164 (16,4%)

c)sempre 98 (9,8%)

d) non sa, non risponde 130 (13%)


5. Oggi hai voglia di una macedonia: quali frutti chiedi?

Risposte

a)mele, pere, mandarini, uva 381 (38,1%)

b)fichi, arancia, pera 293 (29,3%)

c)nespole, pere, cocomero 298 (29,8%)

d) non sa, non risponde 28 (2,8%)


6. in quale periodo dell"anno puoi comprare delle fave?

Risposte

a)inverno 308 (30,8%)

b)primavera-estate 321 (32,1%)

c)sempre 320 (32%)

d) non sa, non risponde 51 (5,1%)


7. quando vengono raccolti i carciofi?

Risposte

a)inverno 211 (21,1%)

b)primavera 290 (29%)

c)sempre 296 (29,6%)

d) non sa, non risponde 203 (20,3%)


8. in quale periodo dell"anno al mercato puoi trovare i fiori di zucca?

Risposte

a)autunno-inverno 305 (30,5%)

b)estate 429 (42,9%)

c)sempre 191 (19,1%)

d) non sa, non risponde 75 (7,5%)


9. Perché l"ananas che compri in latta al supermercato ha un buco al centro?

Risposte

a)le viene tolta la parte più dura 521 (52,1%)

b)le viene tolto il nòcciolo 195 (19,5%)

c)per poterla prendere meglio 73 (7,3%)

d) non sa, non risponde 211 (21,1%)


10. Dove cresce il finocchio ?

Risposte

a) su un albero 25 (2,5%)

b) su una pianticella 320 (32%)

c) sotto terra 462 (46,2%)

d) non sa, non risponde 193 (19,3%)


ottobre 23, 2002
 Fari accesi in autostrada, gli incidenti sono aumentati @ 5:17:50 PM
di a cura di Legambiente

Coi fari accesi aumentano gli incidenti: il numero degli scontri sulle autostrade italiane dal 7 agosto - giorno di entrata in vigore del nuovo obbligo di tenere i fari accesi nelle strade extraurbane e sulle autostrade, dell"uso dell"auricolare e dei nuovi limiti di alcool nel sangue - al 15 ottobre, è cresciuto del 6% (555 in più, circa 8 al giorno) rispetto allo stesso periodo del 2001. "La prova - ha detto Ermete Realacci, presidente di Legambiente - che provvedimenti di maquillage come quelli voluti da Lunardi sono pressoché inutili, e gli incidenti d"auto restano la prima causa di morte dei giovani tra i 15 e i 29 anni. E" grottesco che qualcuno abbia pensato di incidere sulle stragi della strada semplicemente accendendo i fari: bisognerebbe piuttosto che Lunardi i fari li puntasse su misure realmente efficaci: limiti di velocità più bassi; più soldi per la manutenzione di statali regionali e comunali; dirottare, investendo sulle ferrovie, la gran parte del trasporto merci."


2.900 km di strade fra statali e regionali - secondo uno studio effettuato dalla Società italiana di Infrastrutture viarie, un pool di tecnici da 30 università italiane - hanno bisogno di improrogabili interventi d’emergenza per arrestarne il degrado; aumentano gli incidenti che vedono coinvolti i mezzi pesanti: tra il 1986 e il 1996 gli incidenti che vedono coinvolti veicoli pesanti sono raddoppiati passando dal 17 al 34% del totale dei sinistri; l’Unione Europea ha lanciato una campagna per diminuire i limiti di velocità, visto che - come risulta da alcuni studi sui dati della Commissione Europea - basterebbe abbassare la velocità di 5 km/h per avere 18mila incidenti e 11mila morti in meno in Europa ogni anno. "E cosa fa Lunardi? Spende il 70% dei fondi per le infrastrutture previsti in Finanziaria per nuove Autostrade lasciando alla manutenzione le briciole; continua nella sua politica di aiuti e privilegi all’autotrasporto (con sgravi sul prezzo del gasolio e riduzione dei pedaggi autostradali) e aumenta i limiti di velocità fino a 150 km/h. Non pare che il ministro abbia ben capito i problemi della mobilità italiana."

I DATI

Autostrade italiane

Incidenti periodo 7-31 agosto
2001: 3.008
2002: 3.430
trend: +422

settembre
2001: 4.138
2002: 4.103
trend: -35

1- 15 ottobre
2001: 1.849
2002: 2.017
trend: +168

totale periodo 7 agosto-15 ottobre
2001: 8.995
2002: 9.550
trend: + 555

Elaborazione Legambiente su dati Polizia di stato.


ottobre 16, 2002
 Centinaia di posti a rischio, l'emergenza diventa dramma @ 2.18.04
di Giorgio Duri

"Sono passati solo venti anni, ma sembrano un"eternità". Bruno, operaio, si dichiara abbastanza tranquillo. Lui, nella azienda per la quale lavora, è entrato venti anni fa. In questi giorni celebra l"anniversario ma ha poca voglia di festeggiare. Basta avvicinarsi ai cancelli e vedere gli amici di sempre, quelli che lavorano nelle altre fabbriche, uscire a testa bassa per capire che al Nucleo Industriale di Pozzilli tira una brutta aria. Basta ascoltare le storie di chi è rimasto senza lavoro e adesso deve reinvetare un"esistenza per sé e per i propri figli per sentirsi un brivido addosso e per chiedersi: toccherà anche a me? Bruno di amici in difficoltà ne ha tanti. Uno, molto più giovane di lui, lavora in una ditta di Pozzilli che ha annunciato 70 licenziamenti, la moglie era stata assunta pochi anni fa dalla Gtr, l"azienda dichiarata fallita che in linea d"aria dista un paio di chilometri dai cancelli ai quali sono appoggiati gli operai in tuta blu che si concedono una sigaretta in un momento di pausa. Al di là o al di quà del Volturno la situazione sembra la stessa. La Gtr è fallita facendo ritrovare in mezzo alla strada 150 dipendenti diretti ed almeno altrettanti dell"indotto, quasi tutti provenienti dai centri della provincia. Il "buco" è di quelli che fanno davvero tremare e che non trovano sul momento spiegazioni plausibili: 200 miliardi. Le cause dovranno stabilirle il giudice fallimentare e il curatore fallimentare. Ma forse anche la Procura di Isernia potrebbe decidere di effettuare ulteriori approfondimenti su come è sparito nel giro di pochi anni il gruppo guidato da Remo Perna. Si è saputo che, come un fungo, è spuntata dal nulla - o quasi - una nuova azienda della famiglia Perna, la Hdm. Una società che, si dice tra le operaie rimaste senza lavoro, sarebbe pronta a riassumere molti dei dipendenti. Un"azienda nata da poco tempo e già così forte? Sono i miracoli dell"imprenditoria italiana, miracoli che di solito si verificano sempre dopo un fallimento. Delle potenzialità dell"Hdm erano sicuri, d"altronde, gli amministratori regionali e i dirigenti della Finmolise che hanno concesso alla nuova azienda un finanziamento di 5 miliardi. A prescindere dall"intervento nell"iter di concessione del finanziamento di superconsulenti - super, nel senso che sono capaci di essere contemporaneamente consulenti della Regione, della Finmolise e dell"Hdm -, l"Hdm può avvalersi anche della presenza, nei suoi organi societari, di importanti accademici dell"Università del Molise, esperti che sono pronti a mettere la mano sul fuoco sul futuro di questa azienda.
Dicono tutti, ormai, che anche in provincia di Isernia e in particolare in questa area che gravita intorno a Venafro - una volta considerata una zona fortunata, per la presenza di fabbriche e aziende -, la disoccupazione torna a rappresentare più che uno spettro, una tragica realtà. La Cgil ha fatto un po" i conti e il quadro che emerge è drammatico. L"elenco è lungo, ogni giorno i sindacalisti vi aggiungono un nome e un numero. 200 cassintegrati a zero ore alla Proma con 50 licenziamenti, e altri 100 a rischio. 70 licenziamenti alla Fonderghisa, azienda "storica" del Nucleo di Pozzilli, e 400 posti a rischio tra diretti ed indotto. 100 posti di lavoro a rischio alla Sotea, 100 alla Sata Sud, 40 alla Tecnel, 46 alla Oxford, 35 alla AT.ME, 60 alla Rer. In difficoltà, secondo i sindacati, c"è anche la CMV-Geomeccanica, azienda simbolo dell"imprenditoria "fai da te", fiore all"occhiello dell"area produttiva di Venafro: qui ci sarebbero, secondo i sindacati, 100 posti a rischio. Il totale, compresi i "numeri" della Gtr, è alalrmante: oltre 1.500 posti a rischio, un numero enorme per una provincia che complessivamente ha quasi 90 mila abitanti. Se a questa situazione si aggiunge la crisi divenuta ormai annosa dell"edilizia, che era uno dei settori trainanti dell"economia della zona, si può capire come la situazione sia davvero difficile. E le alternative non esistono. Qui, tra questi operai, molti dei quali abitano a Venafro e nei centri limitrofi, non fa breccia il ragionamento del sindaco di Venafro, Bianchi che, nel suo tentativo di convincere i suoi concittadini dell"utilità della centrale turbogas che l"Ansaldo vuole costruire nella piana venafrana, parla di decine e decine di nuovi posti di lavoro. Qui non ci crede nessuno. "Là ci vorrà manodopera superspecializzata, ingegneri, tecnici. Nessuno di noi potrà mai essere assunto lì", dice un operaio della Sata sud. E un altro aggiunge: "E poi lì al massimo ci saranno una quarantina di posti, una goccia in mezzo all"oceano". Tra gli operai più giovani c"è chi usa una parola che sembrava dimenticata: emigrazione. Molti si dicono disposti a lasciare la loro terra per trasferirsi in Veneto, in Emilia Romagna, in Lombardia. "Lì c"è lavoro - dice uno di loro - ed io ho due figli e una moglie da mantenere. Che altro posso fare?" E un altro aggiunge. "Ma lo sai quanto ho pagato per i libri per i miei due figli che vanno alle superiori? Se ne è andato quasi uno stipendio". E un altro, tra l"arrabbiato e il sarcastico, urla: "Con i soldi che prende il signor presidente Michele Iorio, 50 milioni al mese, si possono pagare una trentina di operai. Così almeno una piccola fabbrica di queste non chiuderebbe". C"è chi vorrebbe andarsene anche per altri motivi: "Ci stanno togliendo tutto. E non parlo dei diritti che il Governo Berlusconi vuole cancellare, dall"articolo 18 alla sanità alla scuola per i nostri figli. Parlo di Venafro, della mia città. Vogliono toglierci l"ospedale, gli uffici, il futuro. Che ci stiamo a fare noi qui?". Bruno non parla, ascolta. La sua azienda, per il momento, non corre rischi. E" una di quelle che dovrebbe salvarsi da questo terremoto. Eppure lui il 18 ottobre sciopererà e andrà ad Isernia, per partecipare al corteo organizzato dalla Cgil. "Domani potrebbe toccare a me - dice -, potrebbe toccare a chiunque di noi. Perciò adesso più che mai dobbiamo essere uniti. Solo noi possiamo difendere i nostri diritti. Quelli che stanno lì, a Roma e a Campobasso, rossi, neri o bianchi, che siedono comodamente su una poltrona grazie ai nostri voti e a fine mese si mettono in tasca fior di milioni, a quelli di noi non gliene frega niente. E spero di non ritrovarmeli accanto al corteo".


settembre 28, 2002
 Le carceri scoppiano, a Campobasso condizioni disumane @ 12:38:39 AM
di Fausto Franceschi

Condizioni disumane. Detenuti costretti a vivere come sardine, impossibilitati anche a prendere l"ora d"aria. Il quadro delle carceri italiane che emerge dal rapporto stilato da una commissione di senatori è davvero sconfortante. E fa emergere un"immagine del sistema carcerario italiano da terzo e quarto mondo. Il problema più grosso è il sovraffollamento, e poi c"è la mancanza di attività e di iniziative di recupero con i detenuti che passano 20 ore in cella. Le strutture sono vecchie e in moti istituti ancora ci sono gabinetti alla turca da cui i ratti fanno via vai. E ancora: mancanza di assistenza sanitaria e di personale, lentezze burocratiche e sostanziale abdicazione alla finalità costituzionale della rieducazione. La delegazione parlamentare, che nei mesi scorsi ha visitato le carceri italiane, non ha usato messi termini nella sua relazione. E il documento conclusivo sarà esaminato dalla Commissione Giustizia del Senato. Si parla anche della situazione molisana e in particolare di quella del vecchio carcere di Campobasso, dove le difficoltà e i disagi sono all"ordine del giorno.

LOMBARDIA, SITUAZIONE D"EMERGENZA

I senatori hanno sottolineato che in Lombardia è stato ridotto l"affollamento di San Vittore, ma i detenuti sono stati portati nel moderno carcere di Bollate, che era nato da un "progetto pilota" per la rieducazione e adesso si ritrova ad essere semplicemente uno dei tanti istituti di pena italiani superaffollati. Esperimento fallito, dunque. Nell"altro carcere milanese di Opera, invece, ci sono 1.139 persone al posto delle previste 700, strette come sardine. Stessa situazione a Como dove 461 carcerati debbono dividersi lo spazio previsto per 216 posti. Ma il posto peggiore della Lombardia è Vigevano: qui, da quanto hanno accertato i senatori, non c"è il direttore, c"è un solo educatore per 400 detenuti, l"infermeria è adibita ad altri usi, nessun è ammesso al lavoro esterno.

CAMPOBASSO, CONDIZIONI DISUMANE

Nel carcere di Campobasso i detenuti vivono in condizioni "nettamente al di sotto di ogni livello di civiltà", nota la commissione: fino a sei persone in cella (dovrebbero essere tre) e in pessime condizioni igieniche. E" il caso più lampante, quello che da anni è sotto i riflettori. In questo penitenziario, ospitato in una vecchia e ormai inadeguata struttura posta proprio al centro della città (è un caso quasi unico in Italia: è come se Poggioreale fosse ubicato difronte al Maschio Angioino a Napoli), periodicamente si verificano proteste da parte dei detenuti per la situazione in cui sono costretti a vivere. E proteste, in passato, hanno posto in essere anche gli agenti di custodia. Su un totale di 315 posti distribuiti nei tre carceri molisani (Campobasso, Isernia e Larino) si registra uno "sforamento" di oltre cinquanta posti, con circa 360 detenuti ospitati. Eppure il Ministero ha avviato la realizzazione nel Molise di almeno quattro nuove strutture carcerarie mai completate, quelle di Trivento, Riccia, Castropignano e Bojano. In Abruzzo l"istituto di Teramo è stato dichiarato "fuori norma" e dovrebbe quindi chiudere, ma si utilizza lo stesso in virtù di un provvedimento ad hoc e comunque senza guardia medica. Sovraffollamento anche a Reggio Calabria, con 250 detenuti per una capienza di 180 e un esercito di polizia penitenziaria per controllare condannati ad alta pericolosità, tra cui mafiosi ed esponenti della "Ndrangheta. A Vibo Valentia sono state invece riscontrate difficoltà nell"accesso alla rieducazione e la mancanza di personale civile.

A MATERA NON BASTA LA DENUNCIA DEL SINDACO

A Melfi i detenuti sono costretti a rinunciare al beneficio della semilibertà. La causa? La mancanza di collegamenti tra il penitenziario e il resto del mondo. Così, essendoci grossi problemi a raggiungere in tempo utile qualsiasi località, anche vicina, e a far ritorno in carcere nell"orario stabilito dalla legge, i detenuti hanno deciso di rimanere in cella. In questo stesso carcere ci sono un solo educatore e mezzo (a metà con Potenza). A Matera il sindaco in persona ha pubblicamente denunciato il degrado della struttura e le carenze igieniche: dai bagni alla turca escono sovente i topi. Sovraffollamento anche in Toscana. A Solliciano, il carcere di Firenze, c"è la presenza di 561 persone per una capienza di 184, situazione che rende difficile i percorsi di lavoro e formativi, come anche la divisione per tipologia di reati. Nel carcere di Buoncammino a Cagliari, invece, non ci sono attività ricreative, non c"è biblioteca, si sta in cella per 20 ore in 5 o 6.

NOVARA, SITUAZIONE AL LIMITE DELLA TOLLERABILITA"

La stessa direttrice del carcere di Novara denuncia che la situazione nell"istituto è al limite della tollerabilità: 140 persone per 80 posti, molte delle quali sottoposte al 41 bis, quindi si vive in sei per cella. A Torino sono in 1.260 per 900 posti, con un numero - scrivono i senatori - "assolutamente insufficiente" di educatori, in celle e locali nelle quali entra l"acqua quando piove.

IL MINISTRO DA" LA COLPA ALLA SINISTRA

"Questo è il quadro sconfortante che ci ha lasciato la sinistra": il ministro della giustizia, Castelli, commenta così la relazione depositata al Senato. Ma non sembra una risposta convincente anche alla luce della totale inerzia del governo rispetto a queste problematiche. Ma la pubblicazione dei risultati dell"ispezione dei parlamentari è stata accompagnata da polemiche. Una, la più dura, riguarda un fantomatico documento dell"amministrazione penitenziaria riferito alle visite dei parlamentari nelle carceri. Castelli, che riferendosi anche al documento aveva accusato la sinistra di fomentare la rivolta, adesso "prende atto" che il documento non esiste. Ma le opposizioni lo chiamano in parlamento per chiarire la sua posizione.


settembre 12, 2002
 INCHIESTA - 11 settembre, come sono cambiati gli italiani @ 20.54.34
di a cura di Legambiente

Cresce il legame con la propria terra - ci sentiamo più vicini all’Italia (+7%), al nostro Comune (+7%), alla Regione in cui viviamo (+8%) e all’Europa (+5%) - e diminuiscono gli individualisti purosangue (-13%). Così cambia l"Italia: lo rivela la ricerca di Abacus e Legambiente su "Gli italiani e la civicness". Per il secondo anno di Abacus e Legambiente si pongono infatti l’obiettivo di fornire una sorta di "barometro del senso civico", rivelando che i cittadini del Belpaese, a un anno dall"11 settembre, da individualisti sfrenati si stanno timidamente incamminando verso un maggiore senso della cosa collettiva.


La ricerca pone a confronto le risposte date dagli italiani, ad una anno di distanza, alla stessa serie di domande. In questo breve giro di tempo, segnato però da eventi epocali, lo scostamento dei valori è sottile ma significativo. Aumenta sensibilmente la percezione del proprio territorio inteso come luogo di appartenenza sociale e culturale: in media il 7% in più degli intervistati si è dichiarato legato da legami forti col proprio territorio. E se è vero che gli italiani restano fondamentalmente individualisti e diffidenti, la ricerca mostra uno spiraglio di cambiamento. "Dopo l"11 settembre - spiega Ermete Realacci, presidente di Legambiente - di fronte a un mondo più difficile da capire, ci si vuole sentire un po" più vicini gli uni agli altri, scoprendo le comuni radici, aprendosi alle relazioni, e stringendo nuove e più forti solidarietà. E" il glocal che avanza, il senso di appartenenza territoriale e l"intensificazione delle relazioni di vicinato coi cugini Europei. Si scopre, cioè, l"importanza delle reti relazionali che il territorio può offrire. Un dato rassicurante per la tenuta del tessuto sociale".


Un altro interessante sondaggio analizza l"andamento della solidarietà nel nostro Paese all"indomani di quel tragico 11 settembre che pare aver mutato paure e disponibilità delle persone a livello internazionale. E" l"indagine Focsiv (Focsiv Volontari nel mondo) relativa all"anno 2001. Ne emerge che il 45% degli italiani dichiara di avere fatto una donazione per una causa di solidarietà nell"ultimo anno; sembra che gli italiani preferiscano concentrarsi su alcuni settori o eventi particolari: tre i campi a cui sono state indirizzate le maggiori offerte di danaro e di beni nel corso dell"ultimo anno: la ricerca medica (anche grazie a iniziative come Telethon 37%), le vittime delle guerre (35%), gli aiuti umanitari d"emergenza (27%); poi la lotta contro la fame nel mondo, l"aiuto ai Paesi poveri (18%) e la povertà in Italia (17%).


luglio 27, 2002
 IL DATO - Pensioni, il Molise è la regione più povera d'Italia @ 2:21:25 AM
di Giovanni Di Caro

Con 6.188 euro all"anno, il Molise si conferma la regione con l"importo medio per pensione più basso d"Italia. Il dato emerge da un"elaborazione del Centro studi della CGIA di Mestre su dati Istat. In testa alla classifica c"è il Lazio, con 9.786 euro. Seguono la Lombardia (9.208) e la Liguria (9.036). Secondo lo studio della CGIA, dei 21 milioni e mezzo di pensioni erogate in Italia, al 31 dicembre 2001, l"importo medio annuo pagato dall"Inps è di 8.251 euro (pari a 15 milioni 976 mila lire). In coda alla classifica terzultimo è l"Abruzzo, con un dato medio di 6.787 euro, al penultimo posto la Basilicata con 6.434 euro e in coda chiude il Molise con 6.188 euro. "Da questa analisi - commentano alla CGIA di Mestre - emerge in maniera molto netta il forte divario esistente tra Nord e Sud del Paese". Gli esperti fanno inoltre notare come ai primissimi posti della classifica si trovino quelle regioni dove più alta è stata, e in parte è ancora adesso, la concentrazione delle grandi imprese. "Infatti - sottolinea Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA - il dato complessivo è molto condizionato dalla presenza delle pensioni di vecchiaia e di anzianità che sul totale incidono per quasi l"80%. In particolar modo gli ex lavoratori delle grandi imprese possono contare su un vitalizio con un importo medio elevato rispetto alla media. Questo perchè i contributi versati durante la carriera lavorativa erano in funzione di retribuzioni più alte rispetto alle altre imprese e in particolar modo delle imprese di dimensioni inferiori". Nelle regioni settentrionali si concentra la maggior parte delle prestazioni pensionistiche (49,1%) e della spesa erogata (51,8%); nelle regioni meridionali le pensioni erogate sono pari al 30,2% del totale nazionale a fronte di una spesa che raggiunge il 26,6% del valore complessivo; le regioni centrali, infine, detengono quote inferiori, pari al 20,7% in termini di numero di trattamenti e al 21, 5% in termini di importo complessivo annuo. Quanto alla questione dell"importo annuo medio, Toscana, Veneto e Emilia R. registrano importi inferiori alla media nazionale.


maggio 30, 2002
 Università, si prevede bufera: 15 consiglieri presentano un'interpellanza a Iorio @ 1.51.53
di Marco Baretti

Solo pochi giorni fa era stata presentata un"interrogazione parlamentare (il relativo articolo è pubblicato in questa stessa pagina: si può leggere facendo scorrere in basso la barra) dal senatore Tommaso Sodano, nella quale si facevano affermazioni durissime. Ma adesso la situazione dell"Università del Molise diventa un caso anche per i politici regionali. Infatti quindici consiglieri di vari partiti di maggioranza e di opposizione (Giovanni Di Stasi, Giuseppe Di Fabio, Italo Di Sabato, Nicola D’Ascanio, Antonio D’Ambrosio, Candido Paglione, Antonio D’Alete, Pierpaolo Nagni, Domenico Di Lisa, Domenico Porfido, Giuseppe Caterina, Camillo Di Pasquale, Rosario De Matteis, Quintino Pallante e Tommaso Di Domenico) hanno presentato un"interpellanza, altrettanto dura, in Consiglio regionale, nella quale si parla di episodi gravi che sarebbero avvenuti all"interno dell"Ateneo molisano. Il senatore Sodano aveva parlato di minaccia delle libertà sindacali e gli stessi sindacati, con iniziative che finora non avevano ancora conosciuto la ribalta della cronaca, avevano mosso pesanti contestazioni ai vertici dell"Università. Vi era stato anche un summit a Roma con i responsabili nazionali di Cgil Cisl e Uil per affrontare quello che sta ormai diventando il "caso Molise". Mansioni cambiate dall"oggi al domani, trasferimenti improvvisi, sindacalisti nel mirino, altri (sindacalisti) che all"improvviso lasciano il loro incarico di Rsu, ufficio stampa soppresso, dipendenti che si sentono male, e adesso anche un"inchiesta giudiziaria avviata dopo che il rettore ha presentato una denuncia contro ignoti: si ha ormai l"impressione che, dopo una lunga "ebollizione" che non era sfuggita agli osservatori più attenti - non certo a noi, che siamo stati i primi a parlarne, anche se molti organi di stampa sulle vicende dell"Università molisana sono spesso stranamente "distratti" - stia per scoppiare il pentolone dell"Ateneo molisano con effetti difficili da prevedere. Proprio in queste ore gli stessi sindacati contestano il progetto dei vertici dell"Università di affidare a ditte esterne servizi importanti, che l"Ateneo ha le professionalità e gli strumenti per gestire autonomamente, come il Centro servizi informatici. Nell"interpellanza presentata al presidente Iorio - il quale solo pochi giorni fa, proprio alla vigilia delle elezioni amministrative, ha deciso di affidare all"Università l"incarico di elaborare un "piano strategico di innovazione" dietro un compenso di 80 milioni di lire - si riprendono molte delle contestazioni dei sindacati i quali parlano di "sistemi di controllo intimidatori" del personale, di "scatole vuote create ad hoc per coloro i quali sono destinati a fare carriera" eccetera. I 15 consiglieri hanno anche riportato integralmente il testo di una lettera inviata dai vertici nazionali dei sindacati di categoria degli universitari al rettore Cannata nella quale si afferma, tra l"altro, che l"Università "ha reiteratamente violato" le norme che regolano il sistema delle relazioni sindacali, "in particolare per quanto riguarda i diritti di informazione, confronto e contrattazione". Le segreterie nazionali parlano del cosiddetto "caso Piciucco", un rappresentante delle Rsu che si è dimesso dopo una controversa vicenda che lo ha visto protagonista insieme al rettore. Ma i sindacati ci vanno giù pesante quando parlano di alcuni provvedimenti a carico di dipendenti, adottati dai vertici dell"Università che, si legge testualmente, "appaiono dettati da un intento coercitivo e punitivo, tanto ingiustificato nelle motivazioni quanto distorto rispetto al fine che ci sembra ci si proponesse di raggiungere; essi sono chiaramente intimidatori nei confronti dei lavoratori colpiti, che dovrebbero eseguire nell’attività sindacale le direttive dell’Amministrazione-controparte, sia nei confronti di altri rappresentanti sindacali, che dovrebbero – par di capire – comprendere l’esempio. I provvedimenti appaiono specificamente dovuti alla qualità di rappresentanti sindacali dei dipendenti interessati. Mirano, infatti, a colpire un comportamento, che si assume censurabile, tenuto nell’espletamento del loro mandato. Essi comportano il trasferimento dei rappresentanti sindacali, ma sono stati emanati senza previa consultazione ed assenso della struttura sindacale di appartenenza". Nell"interpellanza i 15 consiglieri chiedono a Iorio "se sia a conoscenza di quanto denunciato dal personale dell’Università degli Studi del Molise e dalle Segreterie nazionali delle Organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL di categoria" e "quale azione intenda intraprendere a salvaguardia dei diritti dei lavoratori e per garantire, come richiesto dalle Organizzazioni sindacali, “il ripristino di normali relazioni sindacali”." Si attende di conoscere, naturalmente, la risposta di Iorio. Dal canto suo il rettore Cannata in queste ore non ha commentato la notizia relativa prima all"iniziativa del senatore Sodano e poi a quella dei quindici consiglieri regionali. Il rettore è certamente un "uomo di potere", nel senso che gestisce una delle più importanti istituzioni della regione, la quale amministra un bilancio annuale di svariati miliardi, bandisce gare d"appalto, fa assunzioni, decide carriere di docenti e non docenti, affida incarichi di insegnamento ad esterni. Un grande "universo", l"Università del Molise, che ha rapporti con tutti o quasi. Vi si trovano collocati, con ruoli e incarichi diversi, personaggi di ogni estrazione politica, alcuni assai vicini a politici di spicco, magistrati, avvocati, parenti stretti di rappresentanti di primo piano degli organi di Polizia e di importanti editori. Un immenso potere che Cannata ha saputo gestire in questi anni in modo oculato, senza strappi e squilibri. Un equilibrista capace di essere contemporaneamente molto amico di un esponente di centrodestra come Antonio Ventresca, al quale in questi giorni non avrebbe fatto mancare il suo appoggio, e di pezzi da novanta del centrosinistra tanto da essere spesso indicato come possibile candidato dell"Ulivo o del Polo di volta in volta per il Senato, per la Camera, per la presidenza della Giunta regionale. A lui il concetto di "bipartisan" era chiaro già prima che tornasse in auge nel dibattito politico di questi ultimi anni. Nell"Università del Molise fa la ricercatrice la senatrice dell"Ulivo Cinzia Dato e insegna il professor Gianni Di Giandomenico, che sta dall"altra parte della barricata politica. Non ha mai perso un colpo il magnifico rettore in questi anni. In carica dal primo novembre 1995, è giunto con l"elezione dello scorso anno al suo terzo mandato (ogni mandato dura tre anni). Un tempo l"incarico rettorale si poteva ricoprire al massimo per due volte. Questa norma è stata modificata e adesso non vi sono più limiti: il rettore, teoricamente, potrebbe rimanere in carica vita natural durante. Per la verità la prima nota "stonata" si è sentita in occasione dell"ultima inaugurazione dell"Anno Accademico. Il 15 gennaio scorso a Campobasso doveva esserci anche la "ministra" Letizia Moratti, che però ha dato forfait. E" la prima volta che accade. Eppure l"Università del Molise in passato ha avuto "testimonial" importantissimi, sicuramente più importanti della Moratti, come l"allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e il premio Nobel Rita Levi Montalcini. Un incidente di percorso che però non ha intaccato più di tanto il luminoso cammino dell"Ateneo molisano, celebrato anche da un articolo encomiastico uscito su "Repubblica" nei mesi scorsi. Il "Magnifico", insomma, è uno che non commette errori, tanto che ormai all"interno dell"Università, tra i docenti, nessuno più osa mettersi in competizione con lui. Per questo motivo è davvero strano che abbia potuto "inciampare" in errori così clamorosi come quelli che gli vengono contestati dai sindacati che hanno trovato una "sponda" anche in parlamentari e consiglieri regionali. La sensazione è che da questa vicenda possa venire fuori finalmente un approfondito e doveroso chiarimento sullo stato dell"Ateneo molisano che - è bene ricordarlo - è un patrimonio dell"intera collettività regionale. Ed è strano che di queste vicende - e di quanto sta accadendo in queste ore - gli organi di stampa molisani non se ne occupino. Gli unici a dare spazio alla notizia dell"interpellanza presentata in Consiglio regionale - e gli va dato merito - sono stati i colleghi del Tg3 della Rai edizione molisana. Gli altri tacciono. Perché?

(Di seguito pubblichiamo il comunicato stampa e il testo integrale dell"interpellanza presentata in Consiglio regionale)

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COMUNICATO STAMPA


E’ stata presentata ieri, nella seduta del Consiglio Regionale del Molise, un’interpellanza urgente indirizzata al Presidente della Giunta Regionale Michele Iorio riguardante la situazione venutasi a creare all’interno dell’Università degli Studi del Molise a seguito di provvedimenti di spostamento del Rettore Giovanni Cannata che hanno interessato dipendenti dell’Università, sindacalisti e componenti della RSU.
Firmatari del documento sono stati i consiglieri Giovanni Di Stasi, Giuseppe Di Fabio, Italo Di Sabato, Nicola D’Ascanio, Antonio D’Ambrosio, Candido Paglione, Antonio D’Alete, Pierpaolo Nagni, Domenico Di Lisa, Domenico Porfido, Giuseppe Caterina, Camillo Di Pasquale, Rosario De Matteis, Quintino Pallante e Tommaso Di Domenico.

Si allega il testo del documento.

Campobasso, 29 maggio 2002-05-29





INTERPELLANZA URGENTE


Al Sig. Presidente del Consiglio Regionale del Molise




I sottoscritti consiglieri regionali

PREMESSO che

- l’Università degli Studi del Molise è un’istituzione importante e qualificante del nostro sistema regionale;
- l’Università degli Studi del Molise rappresenta per le nuove generazioni quell’anello ineliminabile di formazione all’assunzione di responsabilità dirette nei vari contesti sociali e produttivi e di accompagnamento ed avvicinamento al mondo del lavoro, delle professioni;

VISTO che

- il personale dell’Università del Molise, in un documento diffuso al termine di un’assemblea tenuta in data 6 maggio 2002, nel lamentare “un profondo degrado delle condizioni di lavoro”, richiede:

- LA VALORIZZAZIONE DELLE QUALITA’ DI CIASCUN DIPENDENTE E IL RISPETTO DELLA SUA DIGNITA’ DI PERSONA
- LA RIMOZIONE DEI SISTEMI DI CONTROLLO INTIMIDATORI POSTI IN ESSERE IN QUESTE ULTIME SETTIMANE
- DIRITTO ALLA CARRIERA PER TUTTI
- UN SISTEMA DI VALUTAZIONE DELLE PRESTAZIONI INDIVIDUALI NON DISCREZIONALE, MA BASATO SULLA PROGRAMMAZIONE E L’ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO
- TRASPARENZA NELLA RIPARTIZIONE DEL SALARIO ACCESSORIO CON AFFISSIONE DELLE SOMME ATTRIBUITE A CIASCUN DIPENDENTE
- TRASPARENZA E ROTAZIONE NELLA SCELTA DEI DIPENDENTI DA IMPEGNARE NEI PROGETTI FINANZIATI DALL’ESTERNO
- FORMAZIONE PER TUTTO IL PERSONALE
- ELIMINAZIONE DEGLI ELEMENTI DI TENSIONE CHE INGENERANO SPESSO PATOLOGIE DA STRESS NERVOSO
- RICOGNIZIONE DI STRUTTURE AMMINISTRATIVE E SERVIZI E CONSEGUENTE ELIMINAZIONE DI “SCATOLE VUOTE” CREATE AD HOC PER COLORO I QUALI SONO DESTINATI A FARE CARRIERA
- CENSIMENTO DEGLI INCARICHI AD INTERIM E DELLA PARTECIPAZIONE A PROGETTI IN CAPO A CIASCUN DIPENDENTE
- VERIFICARE SE A QUALCUNO DI ESSI NON OCCORRA, PER PORTARLI A TERMINE, UNA GIORNATA DI 48 ORE
- RIORGANIZZAZIONE DEL LAVORO BASATA SULLA PROGRAMMAZIONE E SULLA VERIFICA PERIODICA
- VALORIZZAZIONE DELLA PROFESSIONALITA’ E RESPONSABILIZZAZIONE DI TUTTI I FUNZIONARI.

- le Segreterie nazionali delle Organizzazioni sindacali di categoria CGIL SNUR, CISL UNIVERSITA’ e UIL P.A., in una nota del 3 maggio 2002 inviata al Magnifico Rettore e ad al Direttore Amministrativo dell’Università del Molise, affermano quanto segue:

“Dobbiamo constatare che l’Amministrazione da Lei diretta ha posto in essere una serie di comportamenti del tutto contrari alle regole, che devono presiedere a corrette relazioni sindacali. Eppure, non dovrebbe sfuggirLe che queste ultime sono indispensabili per prevenire e risolvere situazioni conflittuali che non sono certo né nell’interesse dell’Istituzione universitaria – cui le nostre organizzazioni sono vitalmente interessate –né nell’interesse dei lavoratori da noi rappresentati.
Il sistema delle relazioni sindacali al livello di singola Amministrazione, così come viene definito e disciplinato dagli art. 3 e seguenti del CCNL 9.8.2000, è teso a garantire nel rispetto dei singoli ruoli, la tutela degli interessi reciproci dei lavoratori rappresentati e del datore di lavoro.
Le norme che lo disciplinano costituiscono il fondamento su cui è possibile basare l’ordinato e legittimo evolversi quotidiano del rapporto di lavoro di ogni dipendente.
Questo, l’Amministrazione sembra non aver compreso, tanto che ha reiteratamente violato tali norme, in particolare per quanto riguarda i diritti di informazione, confronto e contrattazione.
Per entrare nel merito, possiamo cominciare dalla comunicazione del Direttore Amministrativo prot. 18214 del 23/7/2001 con la quale si affermava che la partecipazione dei rappresentanti del personale tecnico amministrativo alle riunioni del Consiglio di Amministrazione di codesta Università richiedeva “il ricorso alle modalità previste dal CCNL e dalle circolari vigenti per giustificare l’assenza dal servizio”. Non Le dovrebbe sfuggire che la partecipazione di un qualunque rappresentante del personale t.a. non diversamente da quelli del personale docente, a qualunque fascia appartengono – costituisce un dovere d’ufficio derivante dal rapporto di lavoro che intrattiene con l’Amministrazione; nè, del resto, può essere confusa con una forma di attività sindacale.
Ma più gravi ancora sono da considerare avvenimenti più recenti.
Sembra che Ella abbia intrattenuto rapporti privilegiati con un componente della R.S.U., il sig. Piciucco, che Le avrebbe avanzato una proposta su un problema contrattuale prima di sottoporlo agli altri componenti della rappresentanza. Se la circostanza è vera – attendiamo che Lei la smentisca – si è trattato di una grave scorrettezza certamente da parte del sig. Piciucco, ma anche da parte Sua che non poteva ignorare la natura collegiale della RSU.
Il sig. Piciucco, resosi conto della grave leggerezza in cui è intercorso, ha presentato – come le è noto – le sue dimissioni, nonostante che altri membri della RSU, ritenendo che l’errore fosse stato compiuto in buona fede, lo avessero invitato a recedere dal suo intendimento.
Ella, invece, ha avviato una, a dir poco, strana commissione d’inchiesta innanzi alla quale ha fatto convocare irritualmente i rappresentanti sindacali, senza alcuna garanzia di reale contradditorio: un’azione sostanzialmente disciplinare senza le garanzia previste dalla legge e dalla contrattazione collettiva, con il chiaro intento di intimidire i medesimi rappresentanti e tutti gli altri lavoratori alle dipendenze dell’Amministrazione da lei diretta. A seguito dei lavori di questa Commissione – e a conferma dei suoi compiti sostanzialmente disciplinari – sono state assunte discutibili scelte organizzative, in conseguenza alle quali alcuni rappresentanti sindacali si sono visti spostare a mansioni dequalificate in violazione dell’art. 24, comma 2° del CCNL, producendo due effetti egualmente illegittimi: violare il diritto dei lavoratori interessati ad essere adibiti a mansioni equivalenti, valutate tali “dal punto di vista della professionalità comunque acquisita”.
Tali provvedimenti appaiono dettati da un intento coercitivo e punitivo, tanto ingiustificato nelle motivazioni quanto distorto rispetto al fine che ci sembra ci si proponesse di raggiungere; essi sono chiaramente intimidatori nei confronti dei lavoratori colpiti, che dovrebbero eseguire nell’attività sindacale le direttive dell’Amministrazione-controparte, sia nei confronti di altri rappresentanti sindacali, che dovrebbero – par di capire – “comprendere” l’esempio.
I provvedimenti appaiono specificamente dovuti alla qualità di rappresentanti sindacali dei dipendenti interessati. Mirano, infatti, a colpire un comportamento, che si assume censurabile, tenuto nell’espletamento del loro mandato. Essi comportano il trasferimento dei rappresentanti sindacali, ma sono stati emanati senza previa consultazione ed assenso della struttura sindacale di appartenenza.
Inoltre, Ella ha ritenuto di convocare assemblee dei dipendenti, nel corso delle quali si è lasciato andare a pesanti apprezzamenti sul comportamento dei rappresentanti sindacali.
Infine, trascurando che a mente del d.lgs. n. 165/2001, non vi è alcun spazio per atti amministrativi nella gestione dei rapporti di lavoro con le amministrazioni pubbliche e che, tanto meno, è possibile che il datore di lavoro si intrometta con sue determinazioni unilaterali nella composizione della rappresentanza dei lavoratori, Ella – con suo decreto n.265 del 25/03/2002 – si è arrogato il diritto di nominare un componente della RSU.
Altri episodi minori costellano il comportamento di codesta Amministrazione nel corso degli ultimi tempi, ma non staremo qui a ricordarli; le nostre articolazioni territoriali si riservano, però, di rappresentarli al Giudice, se si vedranno costrette a ricorrere a quest’ultimo con gli strumenti che l’ordinamento giuridico prevede e, tra essi, l’azione per condotta antisindacale”.

Considerato che
- esistono numerosi e consistenti rapporti di collaborazione tra la Regione e l’Università degli Studi del Molise in relazione alla predisposizione ed attuazione di piani e progetti di sviluppo della nostra realtà sociale ed economica;
- il Consiglio Regionale ha, in più circostanze ed in relazione a diversi settori di intervento, sollecitato una valorizzazione ed un incremento delle attività di partenariato istituzionale con l’Università degli Studi del Molise, nel contesto più ampio delle politiche di concertazione e delle azioni per lo sviluppo locale;
- lo sviluppo del nostro sistema regionale non può che avere alla base anche quell’insieme di relazioni positive che rappresenta uno di punti di forza della nostra comunità molisana,

INTERPELLANO

Il Presidente della Giunta Regionale per sapere
- se sia a conoscenza di quanto denunciato dal personale dell’Università degli Studi del Molise e dalle Segreterie nazionali delle Organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL di categoria;
- quale azione intenda intraprendere a salvaguardia dei diritti dei lavoratori e per garantire, come richiesto dalle Organizzazioni sindacali, “il ripristino di normali relazioni sindacali”.

Campobasso, 28 Maggio 2002

Giovanni Di Stasi, Giuseppe Di Fabio, Italo Di Sabato, Nicola D’Ascanio, Antonio D’Ambrosio, Candido Paglione, Antonio D’Alete, Pierpaolo Nagni, Domenico Di Lisa, Domenico Porfido, Giuseppe Caterina, Camillo Di Pasquale, Rosario De Matteis, Quintino Pallante e Tommaso Di Domenico.


 Interrogazione parlamentare sull'Università del Molise @ 0.41.24
di Mirco Biscemi

Cosa sta succedendo all"Università del Molise? Proprio nel giorno in cui "Il Quotidiano del Molise", in esclusiva, riporta notizie su un vero e proprio "braccio di ferro" tra i vertici dell"Ateneo ed alcuni dipendenti, con querele e denunce, si apprende che un senatore di Rifondazione Comunista ha presentato una interrogazione parlamentare a risposta scritta sulla soppressione dell"ufficio stampa dell"Università, interrogazione nella quale si adombrano motivazioni politiche e pericoli per la limitazione delle libertà sindacali. E intanto si scopre anche che si sarebbe tenuto un importante vertice sindacale a Roma, con i dirigenti nazionali di Cgil Cisl e Uil, in cui sarebbe stato affrontato il caso dell"Università del Molise. Secondo indiscrezioni, proprio i sindacati nazionali si appresterebbero ad aprire un fronte di scontro con la dirigenza dell"Università. Inoltre proprio pochi giorni prima che iniziassero le "turbolenze" ci sono state le improvvise dimissioni di un rappresentante delle Rsu aziendali, dimissioni le cui motivazioni restano per molti - visto il grande ed intenso impegno profuso dal sindacalista in questione fino ad un minuto prima delle dimissioni e la profonda stima che i lavoratori nutrono nei suoi confronti - ancora incomprensibili. Nelle ultime settimane si sono poi registrati molti "movimenti" con dipendenti spostati da un giorno all"altro dal proprio ufficio e ai quali sono state affidate mansioni completamente diverse da quelle fino a quel momento svolte. Infine si sarebbero "moltiplicati" gli ordini di servizio. Insomma, qualcosa accade all"Ateneo molisano. Ma cosa? Il nostro giornale, vista l"importanza e il prestigio dell"Istituzione universitaria molisana che merita di operare nella massima serenità, cercherà di approfondire la questione e tornerà ad occuparsi del caso diffusamente nei prossimi giorni. Intanto qui di seguito pubblichiamo il testo integrale dell"interrogazione parlamentare, diffuso, tra l"altro, anche su alcuni organi di informazione non molisani e che certamente, vista l"importanza dell"argomento, verrà ripreso anche dai giornali e dai telegiornali molisani, a partire dal TG3 della Rai.

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INTERROGAZIONE
a risposta scritta
al ministro dell"Istruzione
al ministro per la Funzione pubblica
(numero 4-02176 del 15 maggio 2002)

Tommaso Sodano, senatore Rifondazione comunista

"In data 19 aprile 2002, con Decreto rettorale numero 447, l"ufficio stampa dell"Università degli Studi del Molise è stato soppresso con effetto immediato. Non appaiono comprensibili le regioni tecnico organizzative che hanno portato a tale soppressione, in considerazione del fatto che contemporaneamente è stata predisposta la costituzione di un nuovo ufficio stampa con altro responsabile, in violazione della Legge numero 150 del 7 giugno 2000 (articolo 9) "Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni". Il capoufficio stampa dell"Università del Molise ha sempre svolto la propria attività con scrupolo e correttezza e non ha mai ricevuto provvedimenti disciplinari o richiami. Si chiede di sapere: se i ministri in indirizzo non ritengano di intervenire per verificare la legittimità del decreto rettorale di soppressione dell"ufficio stampa. Se non ritengano che il provvedimento adottato nei confronti del capoufficio stampa sia particolarmente grave in quanto potrebbe trovare origine dall"attività che lo stesso svolge al di fuori dell"ambito lavorativo: consigliere comunale e capogruppo del partito della rifondazione comunista e delegato sindacale aziendale. Se non ritengano che tale provvedimento rientri in una più vasta iniziativa dell"ateneo del Molise che sta limitando le libertà sindacali attraverso spostamenti di ufficio e cambio di mansioni a carico di delegati aziendali e di rappresentanti sindacali unitari".
(Campobasso, 26 maggio 2002)


March 31, 2002
 Rapporto Ecomafie: premessa @ 6:07:02 AM
di a cura di Legambiente

1. Premessa

“Qualunque sia lo schieramento politico che governerà l’Italia dopo le prossime elezioni politiche, troverà sul tavolo le proposte che abbiamo avanzato e sostenuto, invano, negli ultimi cinque anni, per difendere queste ricchezze dall"assalto di ecomafiosi ed ecocriminali”. Si concludeva così il Rapporto Ecomafia presentato da Legambiente il 5 marzo del 2001. Le ricchezze a cui facevamo riferimento erano quelle naturali, storiche e culturali che rendono il nostro Paese davvero unico al mondo. Le proposte riguardavano l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel nostro Codice penale e il varo di nuovi, più efficaci, strumenti di repressione dell’abusivismo edilizio. Lo schieramento politico che governa l’Italia, com’è noto, è cambiato dopo il voto del maggio scorso. E Legambiente è stata di parola: i disegni di legge che prevedono sanzioni più efficaci contro chi saccheggia il nostro patrimonio ambientale e che introducono procedure e risorse adeguate per contrastare l’avanzata del cemento illegale, sono già stati presentati in Parlamento: primo firmatario Ermete Realacci.
Non poteva, del resto, essere altrimenti. L’impegno di Legambiente sul versante della lotta all’ecomafia, e più in generale ai fenomeni d’illegalità ambientale, ha due caratteristiche: la continuità e la coerenza. Ma è, soprattutto, la drammatica realtà delle cifre, delle storie di cronaca, delle denunce raccolte anche quest’anno nella settima edizione del Rapporto Ecomafia che c’impone di “ritornare sul luogo del delitto”. Il nostro Paese è soggetto a una vera e propria rapina delle sue risorse più preziose, sistematica in alcune aree ma purtroppo assai diffusa sul territorio, che, vale la pena ribadirlo, condiziona gravemente e spesso inibisce nei fatti qualsiasi ipotesi di sviluppo economico sano e pulito. I numeri non lasciano molti margini di dubbio:

- nel 2001 gli illeciti ambientali accertati dalle forze dell’ordine sono stati 31.201; le persone denunciate sono 25.980 e i sequestri effettuati 8.273;

- il 50,3% di questi illeciti si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia);

- la regione in cui si registra il maggior numero di infrazioni accertate è, ancora una volta, la Campania, con 4.878 illeciti, seguita, quest’anno, dalla Sicilia e dalla Calabria; la Campania è di nuovo la prima regione per quanto riguarda le infrazioni relative al ciclo del cemento, mentre la Sicilia occupa il primo posto per quanto riguarda gli illeciti riscontrati nel ciclo dei rifiuti;

- nel 2001, secondo i dati forniti dal Comando tutela patrimonio culturale dell’Arma dei carabinieri, sono stati 1.829 i furti di opere d’arte e reperti archeologici denunciati in Italia; 21.738 gli oggetti trafugati, 1.135 le persone indagate e 147 quelle arrestate (il numero complessivo delle persone indagate o arrestate sale a 1.552 se si tiene conto delle attività svolte in questo settore dalle altre forze dell’ordine, in particolare dalla Guardia di finanza);

- la case abusive realizzate nel corso del 2001 sono state 28.276, per una superficie complessiva di oltre 3,8 milioni di metri quadrati e un valore immobiliare stimabile in 1.785 milioni di euro;

- il 53,6% delle nuove abitazioni illegali si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa; la Campania, con 4.985 case abusive, conferma, purtroppo, il suo poco invidiabile primato anche in questo settore;

- il business potenziale dell’ecomafia stimato da Legambiente per l’anno 2001 è di 14.255 milioni di euro, pari a 27.601 miliardi di lire;

- i clan censiti in questo Rapporto sono 151.

Il confronto con i dati relativi all’anno 2000 offre diversi spunti di riflessione:

- cresce in maniera davvero significativa il numero delle persone denunciate (sono 4.474 in più) e quello dei sequestri effettuati (che aumentano di oltre il 21% tra il 2000 e il 2001 e quasi raddoppiano rispetto al 1999); resta sostanzialmente stabile, invece, il numero di infrazioni accertate (con una flessione di appena l’1,5% rispetto al 2000); è la conferma di una tendenza già segnalata nei precedenti Rapporti: l’attività delle forze dell’ordine è sempre più orientata verso il controllo e la repressione di attività illecite con un maggiore impatto ambientale (dalla lavanderia e dalla piccola officina si è passati alla cava e alla discarica abusiva, solo per fare un esempio), che vedono coinvolte, in genere, più persone e comportano atti giudiziari di particolare rilievo, come i sequestri;

- si conferma la sovrapposizione, assai significativa, tra le aree dove sono più diffusi i fenomeni d’illegalità ambientale e le regioni maggiormente soggette al potere delle organizzazioni mafiose; quando i clan controllano il territorio, insomma, il degrado ambientale, oltre a quello civile e sociale, è garantito;

- per quanto riguarda le singole regioni, sono da segnalare gli incrementi degli illeciti ambientali registrati in Sicilia, Puglia, Veneto, Marche e, soprattutto, Emilia Romagna;

- i dati relativi al furti di opere d’arte e reperti archeologici, pur confermando una forte “attenzione” criminale, indicano nel 2001 una diminuzione del numero di furti e delle persone indagate o arrestate rispetto all’anno precedente; aumentano, invece, in maniera rilevante il numero di reperti archeologici provenienti da scavi clandestini e recuperati, segno di un’ancora più rafforzata efficienza nelle attività di prevenzione e repressione;

- s’interrompe subito, purtroppo, il ciclo “virtuoso” che sembrava essersi avviato nell’anno 2000 per quanto riguarda l’abusivismo edilizio; vale la pena ricordare, infatti, che nel precedente Rapporto Ecomafia avevamo segnalato una brusca inversione di tendenza nella costruzione di nuove case illegali: erano state ben 4.663 in meno rispetto al 1999, con una riduzione pari al 13,8% e punte fino al 15,7% nel Mezzogiorno; nel 2001, invece, la “ritirata” del cemento illegale si è fermata a uno scarso meno 2,3%; non siamo ancora all’inversione di tendenza, che pure si è registrata in alcune realtà, ma l’abusivismo edilizio sembra di nuovo attestato su valori che rimangono inaccettabili per un Paese civile; la netta flessione subita, invece, dalla demolizioni e il riemergere di ipotesi di condono, più o meno mascherato, non hanno certo giovato al ripristino della legalità;

- crescono ancora sia il business potenziale dell’ecomafia (con un incremento del 4,5% rispetto al 2000), sia il numero di clan, che passano da 143 a 151: è la conferma dell’interesse delle organizzazioni criminali verso i settori tradizionali dell’ecomafia (cemento, rifiuti, racket degli animali) e della loro capacità di sfruttare nuove opportunità, dall’emergenza “mucca pazza” alle bonifiche ambientali.

L’analisi dei dati forniti dalle forze dell’ordine e di quelli elaborati dal Cresme sul versante dell’abusivismo edilizio non esaurisce, come sempre, il lavoro di ricerca svolto da Legambiente. Anche in questo Rapporto Ecomafia, infatti, non mancano gli elementi, per così dire, di scenario, elaborati attraverso la lettura di atti e documenti istituzionali (come le Relazioni sulle attività della Direzione investigativa antimafia e dei Servizi di sicurezza e quella del ministero dell’Interno sul fenomeno della criminalità organizzata); i dossier e le denunce presentate dai circoli e dalle strutture regionali di Legambiente, nonché dalle altre associazioni ambientaliste; un’ampia raccolta di articoli e inchieste pubblicate su quotidiani e periodici, locali e nazionali; l’archivio informatico dell’Ansa; gli atti giudiziari dei diversi procedimenti penali seguiti dai Centri di azione giuridica delle nostra associazione; le Relazioni svolte in occasione della recente inaugurazione dell’anno giudiziario 2002.
Sono numerose le indicazioni che emergono da questo lavoro di analisi. In particolare, per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti, è opportuno segnalare:

- l’esistenza di vere e proprie organizzazioni criminali dedite al traffico illecito di rifiuti, come dimostrano i risultati dell’Operazione Greenland, realizzata dal Comando tutela ambiente dell’Arma dei carabinieri; si tratta di associazioni a delinquere complesse, autonome rispetto alle stesse organizzazioni mafiose, prive di qualsiasi scrupolo verso l’ambiente e la salute dei cittadini, che gestiscono quantitativi impressionanti di rifiuti speciali e pericolosi, nell’ordine dei milioni di tonnellate; queste organizzazioni sono in grado di contaminare anche territori ritenuti, erroneamente, immuni: l’Umbria, per esempio, è stata utilizzata sia come luogo di smaltimento che come crocevia dei traffici illeciti;

- il ricorso come “siti finali” delle attività di smaltimento illecito, accanto alle cave in disuso o ai greti di fiumi e torrenti, a vere e proprie aziende agricole, spesso compiacenti, che impiegano fanghi di depurazione altamente inquinanti e residui industriali pericolosi come “fertilizzanti”: smaltimenti illeciti di questo tipo sono stati accertati dall’Arma dei carabinieri in Umbria, Toscana, Lazio e Puglia;

- l’esistenza, accanto alla tradizionali rotte Nord-Sud, di filiere di traffici di rifiuti che “puntano” sulla Sardegna, come emerge dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della scorsa legislatura e da alcuni sequestri operati dalla magistratura nel corso del 2001, in particolare a Porto Torres e Olbia;

- il grande numero di discariche abusive di rifiuti individuate anche quest’anno in Puglia, frutto, sicuramente, di una più intensa attività di controllo da parte delle forze dell’ordine ma anche di una costante pressione esercitata da trafficanti e smaltitori illeciti;

- l’interesse manifestato dalle organizzazioni mafiose per gli appalti relativi ai nuovi impianti di smaltimento in corso di realizzazione, soprattutto nelle regioni meridionali, e l’allarme relativo alle imminenti e auspicabili attività di bonifica, rilanciato nella Relazione sulla politica informativa e della sicurezza, per il primo semestre del 2001, curata dal Cesis.

Non deve stupire l’ampiezza e l’estrema pericolosità, sotto tutti i profili, delle attività illecite riconducibili al ciclo dei rifiuti. Nel nostro Paese, secondo i dati elaborati dall’Anpa e l’Osservatorio nazionale sui rifiuti, spariscono ogni anno almeno 11,6 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, dagli inerti a quelli pericolosi: una vera e propria montagna di “monnezza”, con una base di 30.000 metri quadrati (più o meno tre campi di calcio uno accanto all’altro), alta ben 1.150 metri. Persino difficile da immaginare. Non ci vuole, invece, un eccessivo sforzo di fantasia per delineare quanto sta già avvenendo in un altro settore tradizionale dell’ecomafia: il ciclo del cemento. Legambiente non può che condividere le preoccupazioni espresse dal Procuratore nazionale antimafia, Piero Luigi Vigna: “La questione degli appalti - ha dichiarato il Procuratore - è particolarmente delicata. L’eliminazione del limite per i sub-appalti, soprattutto, apre la strada a molti illeciti”. Non solo: esiste, secondo la nostra associazione, il pericolo che sotto il “cappello” del cosiddetto “general contractor” si possa nascondere il vero e proprio sistema imprenditoriale delle organizzazioni mafiose, che va dalla fornitura di materiali al nolo dei mezzi meccanici, fino alla gestione diretta dei lavori. Sono innumerevoli, del resto, le conferme raccolte in questo Rapporto, soprattutto sulla base del lavoro di analisi svolto dalla Direzione investigativa antimafia.
Vale la pena segnalare in questa sede anche altri elementi di preoccupazione, che vanno ben al di là del ruolo esercitato dai clan: quello che registriamo nel 2001, infatti, è un vero e proprio assalto al territorio, dalle coste ai fiumi. Un assalto che chiama in causa, accanto agli interessi mafiosi, fenomeni più diffusi d’illegalità ambientale e scelte politico-amministrative a dir poco improvvide, che alimentano veri e propri saccheggi consumati o progettati con il crisma, formale, della legalità:

- il primo segnale d’allarme riguarda fiumi e torrenti, nei quali riprendono, su larga scala, le attività di escavazione in alveo, abusive e non, di ghiaia e sabbia; Legambiente Veneto ha raccolto un dettagliato dossier sul “dragaggio” del Po, in cui vengono segnalati sia tutti gli episodi sospetti riscontrati dalla nostra associazione sia i risultati delle attività d’indagine svolte in particolare dalla Guardia di finanza di Cremona e di Porto Levante e dal Corpo forestale dello Stato: nonostante l’impegno profuso da queste strutture investigative, il fenomeno delle escavazioni selvagge, purtroppo, prosegue incontrastato e riguarderebbe anche l’Adige; Legambiente Umbria ha denunciato, grazie all’attività svolta dalle Guardie ecologiche volontarie, massicce attività di escavazione nell’alveo di fiumi e torrenti “giustificate” con attività di manutenzione ordinaria e straordinaria; interventi che, guarda caso, vengono di nuovo autorizzati, dopo una lunga e salutare pausa, in concomitanza con l’avvio dei lavori di ricostruzione post-terremoto; il sospetto, più che fondato, è che queste opere, che causano peraltro, rilevanti guasti ambientali, servano a mascherare un consistente traffico di materiali pregiati per l’edilizia; infine, si moltiplicano in Calabria, nel corso del 2001, i sequestri di cave e impianti di lavorazione degli inerti realizzati, abusivamente, nell’alveo di fiumi e torrenti;

- un capitolo a parte viene dedicato ai lavori dell’Alta velocità, in corso, soprattutto, nell’area del Mugello; qui, il 23 giugno del 2001 scattano, infatti, i sequestri dei cantieri disposti dalla magistratura fiorentina, anche a seguito degli esposti presentati da Legambiente e da altre associazioni e comitati locali; le accuse riguardano sia l’interramento nelle cave di materiali inerti (il cosiddetto smarino) che andavano invece trattati come rifiuti, sia il drenaggio delle acque nelle galleria di Marzano; i cantieri sono stati successivamente dissequestrati ma l’inchiesta, a tutt’oggi, non è stata ancora archiviata, nonostante un intervento legislativo fortemente contestato dalla nostra associazione che ha “declassificato” terre e rocce da scavo, sottraendole, anche se inquinate, alla disciplina prevista del decreto Ronchi; al di là degli esiti giudiziari di questa vicenda, Legambiente denuncia, sulla base dei dati acquisiti dall’Arpat (l’Agenzia per l’ambiente della Regione Toscana), il grave inquinamento in atto di diversi torrenti e corsi d’acqua (Diaterna, Bagnone, Rovigo, Bagnoncino, Fosso del Mandrio, Fosso del Carlone), immediatamente a valle dei cantieri dell’Alta velocità; un inquinamento causato dall’immissione di fanghi che presentano, come nel caso registrato nell’estate del 2001 sul torrente Diaterna, elevatissime presenze di idrocarburi;

- cresce la pressione edificatoria sulle coste delle regioni meridionali, in particolare la Puglia (a cominciare dal Salento) e la Sicilia, in cui si registra una decisa impennata delle infrazioni riscontrate dalle forze dell’ordine nel ciclo del cemento (più 52% rispetto al 2000);

- si allungano i “tentacoli” della cosiddetta mafia invisibile: secondo il collaboratore di giustizia Angelo Siino, considerato l’ex ministro dei Lavori pubblici di Totò Riina, “Cosa nostra continua a controllare gli appalti. Nulla è cambiato sotto il sole”; la stessa Direzione investigativa antimafia segnala, nella relazione trasmessa al Parlamento nell’aprile 2001, come Cosa nostra abbia fatto “la precisa scelta di concentrare le proprie forze sul controllo degli appalti”; mentre in quella più recente, relativa alle attività svolte nel primo semestre 2001, disegna uno scenario ancora più inquietante: “L’entità degli interessi per la costruzione del Ponte sullo Stretto e la particolarità dell’opera sono tali da far ritenere possibile un’intesa tra le famiglie reggine e Cosa nostra, in vista di una gestione non conflittuale delle opportunità di profitto che ne deriveranno”; vale la pena ricordare che si sta parlando di un’opera ancora sulla carta e che, secondo Legambiente, sulla carta deve restare, soprattutto per la sua mastodontica inutilità.

La dimensione nazionale non esaurisce, anche quest’anno, il quadro delle attività analizzate nel Rapporto Ecomafia. Si conferma , infatti, quella tendenza alla globalizzazione dei mercati illeciti già evidenziata nel precedente Rapporto, anche se non mancano alcune novità:

- accanto alle rotte tradizionali Nord-sud, si sono aggiunte, con particolare virulenza nel 2001, quelle Est-Ovest, per quanto riguarda i traffici illeciti di specie protette, come ha rivelato l’inchiesta “Balkan birds”, condotta dal Corpo forestale dello Stato di Vicenza e Padova; quelle da Ovest, soprattutto dagli Stati Uniti, verso il Sud Est asiatico e la Cina, per quanto riguarda improbabili attività di riciclaggio di rifiuti e componenti di computer, denunciate da alcune associazioni ambientaliste americane; quelle che dall’Africa portano di nuovo, anche attraverso l’Europa, verso la Cina, per quanto riguarda infine traffici di avorio;

- un’importante indagine condotta dal Corpo forestale dello Stato, in particolare quello di Brescia, e coordinata dalla Procura di Milano ha consentito di individuare esportazioni non autorizzate di rifiuti, anche in questi caso da destinare al “riciclaggio”, da alcuni porti italiani verso quello cinese di Hong Kong;

- tra le nuove frontiere dei traffici di prodotti derivati da specie protette figurerebbe (secondo quanto emerso nel maggio del 2001 durante una conferenza organizzata a Roma sempre dal Corpo forestale dello Stato), l’import-export di caviale, venduto sul mercato nero a prezzi nove-dieci volte superiori rispetto a quello legale;

- le indagini condotte dal Comando tutela patrimonio culturale dell’Arma dei carabinieri, in particolare la cosiddetta Operazione Pandora (37 persone arrestate e beni sequestrati per 35 milioni di euro, circa 70 miliardi di lire), confermano l’esistenza di organizzazioni criminali specializzate in traffici internazionali di reperti archeologici, che possono avvalersi di sofisticate tecnologie e di un ramificato sistema di “commercializzazione”: i reperti trafugati in Italia raggiungono, attraverso la Svizzera, paesi come l’Inghilterra, gli Stati Uniti e il Giappone.

Non sono mancati, fortunatamente, segnali diversi da quelli illustrati finora. Come l’abbattimento del Villaggio Sindona, sull’isola di Lampedusa, o quello, ancora più recente degli scheletri di Montecorice, nel parco del Cilento e Vallo di Diana, due degli ecomostri più volte denunciati da Legambiente. Oppure l’approvazione, nell’ultimo giorno utile della scorsa legislatura, del nuovo delitto di traffico illecito di rifiuti, scelto non a caso come distico iniziale di questo Rapporto e applicato, per la prima volta, durante la già citata Operazione Greenland. Ma è poco, davvero troppo poco di fronte alla gravità dei fenomeni misurati anche quest’anno da Legambiente. Non solo: provvedimenti come la deregulation negli appalti pubblici, introdotta con la cosiddetta “Legge Obiettivo”; il condono dei reati ambientali inserito, di fatto, nella legge sull’emersione del lavoro nero e quello ipotizzato in Sicilia per le case abusive non sanabili realizzate lungo le coste, sembrano andare nella direzione opposta a quella auspicabile. Conforta, invece, l’orientamento assunto in Europa: il prossimo 8 aprile, in seduta plenaria, il Parlamento europeo comincerà l’esame in prima lettura della proposta di Decisione quadro del Consiglio e della proposta di direttiva della Commissione, che prevedono entrambe l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel sistema penale dell’Unione (crimini peraltro già inseriti nel cosiddetto mandato di cattura europeo). L’auspicio è che questo orizzonte comunitario induca le forze politiche italiane, a cominciare da quelle dell’attuale maggioranza, ad approvare in tempi rapidi quella riforma che è stata, purtroppo, affossata nella scorsa legislatura: una riforma grazie alla quale l’Italia, che possiede il più grande patrimonio europeo di biodiversità, avrebbe potuto già oggi sanzionare, come meritano, i delitti contro l’ambiente.
Due considerazioni conclusive. La prima: questo rapporto Ecomafia contiene una breve capitolo dedicato al decennale di Mani pulite, che è stato “celebrato” poco più di un mese fa. Abbiamo pensato di dare un piccolo contributo rileggendo dieci anni di cronache giudiziarie attraverso il “parametro”, parzialissimo, degli arresti eseguiti per tangenti legate alla realizzazione di opere pubbliche (c’è di tutto, dagli ospedali alle fognature, passando per le strade e le discariche). Vale la pena riassumerlo in un solo numero: oltre il 70% degli arresti eseguiti riguarda imprenditori, dirigenti d’azienda, tecnici e funzionari pubblici, liberi professionisti. Un dato che dovrebbe far riflettere sulla “rappresentazione” tutta politica delle inchieste giudiziarie sulla corruzione, avviate dal febbraio 1992 in poi. La seconda: tra maggio e luglio il nostro Paese ricorderà il sacrificio di Giovanni Falcone, di sua moglie, Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino, degli uomini e delle donne che li scortavano. Saranno trascorsi dieci anni dalla stragi mafiose, uno dei momenti più difficili affrontati dal nostro Paese dal dopoguerra a oggi. Allora, come fortunatamente capita a noi italiani, i cittadini, le istituzioni seppero reagire. Tra i fiori di quella “primavera” della legalità sbocciò Libera, l’associazione delle associazioni contro le mafie, di cui fa parte anche Legambiente insieme a tantissime altre (oltre 800), che è presieduta da Luigi Ciotti. E’ per questa ragione che abbiamo deciso di presentare questo Rapporto anche sotto il segno, il simbolo di Libera. Ci è sembrato il modo migliore per onorare il ricordo di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino, di tutte le vittime di mafia. E, nei limiti delle nostre possibilità, di mantenerne vivo l’impegno.


 Rapporto Ecomafie: l'illegalità ambientale in Italia @ 6:05:34 AM
di a cura di Legambiente

2. L’illegalità ambientale in Italia

Cresce, in misura significativa il numero delle persone denunciate: sono state ben 4.474 in più rispetto al 2000, con un incremento di quasi il 21%. E aumenta il numero dei sequestri: 1.522 in più, anche in questo caso un incremento di poco superiore al 21%. Resta sostanzialmente stabile, invece, il numero dei reati accertati, il 50,3% dei quali viene commesso nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.
E’ questa, in estrema sintesi, la fotografia dell’illegalità ambientale in Italia che emerge dai dati forniti dalle forze dell’ordine (Comando tutela ambiente dell’Arma dei carabinieri, Corpo Forestale dello Stato, Polizia di Stato, Capitanerie di Porto, Guardia di finanza, Corpi forestali delle Regioni e delle Province a Statuto Speciale), elaborati da Legambiente.
In Italia le infrazioni ambientali accertate dalle forze dell’ordine nel corso del 2001 sono state 31.201, in leggerissima flessione rispetto al 2000, quando erano state 31.681 (meno 1,5%) . Aumenta, invece, come già accennato il numero delle persone denunciate o arrestate, che salgono a 25.980 (contro le 21.506 del 2000), alla media impressionante di 3 persone ogni ora, una ogni venti minuti. E’ un indicatore della gravità dei reati per i quali s’indaga, come conferma lo stesso Comando carabinieri per la tutela dell’ambiente nella nota che accompagna i dati trasmessi alla nostra associazione: “Sono stati scelti obiettivi a maggior impatto ambientale, la cui verifica richiede metodologie ed approfondimenti specialistici che hanno prodotto una riduzione complessiva del numero degli interventi”. E dell’incremento qualitativo dell’attività investigativa volta ad individuare i responsabili. Un’interpretazione avallata dal numero di sequestri effettuati: anche questi, in crescita dai 7.201 dell’anno precedente, agli 8.723 del 2001. Questi dati diventano ancora più significativi se messi a confronto con quelli relativi al 1999: il numero dei sequestri, infatti, è quasi raddoppiato, passando in due anni da 4.694 a 8.723; quello delle persone denunciate è cresciuto di circa il 49%, passando da 17.447 a 25.980.

L’ILLEGALITA’ AMBIENTALE IN ITALIA - TOTALE NAZIONALE

Infrazioni accertate Cta-Cc* 5.876 GdF 1.547 C. di P. 7.369 CFS 12.732 CFR 3.646 PS 31 TOTALE 31.201
Persone denunciate o arrestate Cta-Cc* 7.819 GdF 2.783 C. di P. 7.369 CFS 6.826 CFR 1.143 PS 40 TOTALE 25.980
Sequestri effettuati Cta-Cc* 1.532 GdF 1.547 C. di P. 2.919 CFS 2.113 CFR 591 PS 21 TOTALE 8.723
Fonte: elaborazione Legambiente su dati delle forze dell’ordine (2001)
*: i dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi alle persone denunciate o arrestate e ai sequestri effettuati si riferiscono agli impatti ambientali


Suddividendo il Belpaese nelle singole macro-aree, l’illegalità ambientale continua a interessare in maniera particolare le regioni dell’Italia meridionale, dove si concentra il 39,1% degli illeciti accertati, con 12.203 infrazioni che hanno portato alla denuncia di 7.289 persone e 2.781 provvedimenti di sequestro.

L’ILLEGALITA’ AMBIENTALE IN ITALIA - ITALIA MERIDIONALE

Infrazioni accertate Cta-Cc* 2.436 GdF 589 C. di P. 2.939 CFS 6.231 PS 8 TOTALE 12.203
% su totale nazionale 39,1%
Persone denunciate o arrestate Cta-Cc* 1.498 GdF 934 C. di P. 2.939 CFS 1.910 PS 8 TOTALE 7.289
Sequestri effettuati Cta-Cc* 310 GdF 589 C. di P. 990 CFS 892 PS 0 TOTALE 2.781
Fonte: elaborazione Legambiente su dati delle forze dell’ordine (2001)
*: i dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi alle persone denunciate o arrestate e ai sequestri effettuati si riferiscono ai principali obiettivi (inquinamento idrico, del suolo, normativa paesaggistica e abusivismo edilizio)
N.B. L’Italia meridionale comprende le regioni Calabria, Puglia, Basilicata e Campania

Ancora più grave il livello raggiunto dall’illegalità ambientale, come già accennato, nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia): qui, infatti, si registra il 50,3% degli illeciti ambientali accertati sull’intero territorio nazionale. Nel corso del 2001 sono state individuate 15.708 infrazioni alla normativa ambientale, rispetto alle 15.202 del 2000. Le persone deferite all’autorità giudiziaria sono state 9.794, i sequestri 3.919.

L’ILLEGALITA’ AMBIENTALE NELLE REGIONI A TRADIZIONALE PRESENZA MAFIOSA

Infrazioni accertate CAMPANIA 4.878 PUGLIA 2.396 CALABRIA 4.100 SICILIA 4.334 TOTALE 15.708
% su totale nazionale CAMPANIA 15,6% PUGLIA 7,7% CALABRIA 13,1% SICILIA 13,9% TOTALE 50,3%
Persone denunciate o arrestate CAMPANIA 2.874 PUGLIA 1.975 CALABRIA 1.965 SICILIA 2.980 TOTALE 9.794
Sequestri effettuati CAMPANIA 1.041 PUGLIA 936 CALABRIA 740 SICILIA 1.202 TOTALE 3.919
Fonte: elaborazione Legambiente su dati delle forze dell’ordine (2001)
In questa tabella i dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi alle persone denunciate o arrestate e ai sequestri effettuati si riferiscono ai principali obiettivi (inquinamento idrico, del suolo, normativa paesaggistica e abusivismo edilizio)


L’ILLEGALITA’ AMBIENTALE IN ITALIA - ITALIA CENTRALE

Infrazioni accertate Cta-Cc* 1.458 GdF 303 C. di P. 1.120 CFS 3.926 PS 14 TOTALE 6.821
% su totale nazionale 21,9%
Persone denunciate o arrestate Cta-Cc* 661 GdF 811 C. di P. 1.120 CFS 2.751 PS 13 TOTALE 5.356
Sequestri effettuati Cta-Cc* 132 GdF 303 C. di P. 789 CFS 678 PS 18 TOTALE 1.920
Fonte: elaborazione Legambiente su dati delle forze dell’ordine (2001)
*: i dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi alle persone denunciate o arrestate e ai sequestri effettuati si riferiscono ai principali obiettivi (inquinamento idrico, del suolo, normativa paesaggistica e abusivismo edilizio)
N.B. L’Italia centrale comprende le regioni Lazio, Molise, Abruzzo, Toscana, Umbria e Marche

L’ILLEGALITA’ AMBIENTALE IN ITALIA - ITALIA NORD ORIENTALE

Infrazioni accertate Cta-Cc* 819 GdF 176 C. di P. 818 CFS 613 CFR 587 PS 0 TOTALE 3.013
%su totale nazionale 9,7%
Persone denunciate o arrestate Cta-Cc* 253 GdF 245 C. di P. 818 CFS 711 CFR 325 PS 0 TOTALE 2.352
Sequestri effettuati Cta-Cc* 50 GdF 176 C. di P. 234 CFS 145 CFR 211 PS 0 TOTALE 816
Fonte: elaborazione Legambiente su dati delle forze dell’ordine (2001)
*: i dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi alle persone denunciate o arrestate e ai sequestri effettuati si riferiscono ai principali obiettivi (inquinamento idrico, del suolo, normativa paesaggistica e abusivismo edilizio)
N.B. L’Italia nord orientale comprende le regioni Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige.

L’ILLEGALITA’ AMBIENTALE IN ITALIA - ITALIA NORD OCCIDENTALE

Infrazioni accertate Cta-Cc* 492 GdF 120 C. di P. 280 CFS 1962 CFR 48 PS 4 TOTALE 2.906
% su totale nazionale 9,3%
Persone denunciate o arrestate Cta-Cc* 347 GdF 209 C. di P. 280 CFS 1454 CFR 34 PS 3 TOTALE 2.327
Sequestri effettuati Cta-Cc* 112 GdF 120 C. di P. 65 CFS 398 CFR 18 PS 1 TOTALE 714
Fonte: elaborazione Legambiente su dati delle forze dell’ordine (2001)
*: i dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi alle persone denunciate o arrestate e ai sequestri effettuati si riferiscono ai principali obiettivi (inquinamento idrico, del suolo, normativa paesaggistica e abusivismo edilizio)
N.B. L’Italia nord occidentale comprende le regioni Lombardia, Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta

L’ILLEGALITA’ AMBIENTALE IN ITALIA - ITALIA INSULARE

Infrazioni accertate Cta-Cc* 671 GdF 359 C. di P. 2212 CFR 3011 PS 5 TOTALE 6.258
% su totale nazionale 20,1%
Persone denunciate o arrestate Cta-Cc* 531 GdF 584 C. di P. 2212 CFR 784 PS 16 TOTALE 4.127
Sequestri effettuati Cta-Cc* 113 GdF 359 C. di P. 841 CFR 362 PS 2 TOTALE 1.677
Fonte: elaborazione Legambiente su dati delle forze dell’ordine (2001)
*: i dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi alle persone denunciate o arrestate e ai sequestri effettuati si riferiscono ai principali obiettivi (inquinamento idrico, del suolo, normativa paesaggistica e abusivismo edilizio)
N.B. L’Italia insulare comprende le regioni Sicilia e Sardegna


2.1 La classifica dell’illegalità ambientale

Anche quest’anno la Campania, terra per eccellenza dell’ecomafia, mantiene il primato dell’illegalità ambientale. Scendono, però, il numero di infrazioni accertate (4.478 contro le 5.164 del 2000) e quello delle persone denunciate o arrestate (2.874 contro le 3.189 del 2000). Cresce, invece, il numero dei sequestri: dagli 887 del 2000 ai 1.041 sequestri dello scorso anno.
La Sicilia sale di un gradino, passando dal terzo al secondo posto per numero di infrazioni: ben 4.334, oltre il 38% in più rispetto al 2000, quando erano state 3.133. E si colloca al primo posto per il numero di persone segnalate o arrestate, che passano dalle 1.731 del 2000 alle a 2.980 del 2001, con un incremento di oltre il 72%. Sostanzialmente stabili i sequestri (1.202 contro i 1.234 del precedente Rapporto Ecomafia).
Calano, seppur di poco, le illegalità registrate in Calabria che con 4.100 illeciti, 1.965 denunciati e 740 sequestri si colloca al terzo posto. A seguire, la Puglia che passa dalla quinta posizione del 2000 all’attuale quarto posto, nonostante i dati di quest’anno registrino una leggera flessione. In netta flessione, invece, gli illeciti ambientali individuati nel Lazio che da 3.024 dello scorso anno scendono a 2.367. Resta al sesto posto la Sardegna. E al settimo ritroviamo la Toscana, regione in cui registra un deciso aumento dei sequestri, che passano dai 326 del 2000 ai 469 registrati nel 2001, quasi il 44% in più. La Liguria, ottava con i suoi 1.396 illeciti, si mantiene la regione del nord Italia maggiormente aggredita, con il più alto numero di infrazioni, anche se in calo rispetto ai valori dell’anno precedente. L’Emilia Romagna scala la classifica di sette posizioni, quasi raddoppiando il numero di reati ambientali, balzando dai 680 del 2000 ai 1.126 del 2001, portandosi così dal sedicesimo al nono posto. Avanzano di due posizioni anche il Veneto e le Marche, che passano rispettivamente al decimo e al dodicesimo posto. “Isola felice” resta la Valle d’Aosta, ultima regione di questa classifica, con soli 49 illegalità ambientali, addirittura 24 in meno rispetto al 2000.

LA CLASSIFICA DELL’ILLEGALITÀ AMBIENTALE IN ITALIA NEL 2001
La classifica per regione: il primo numero è quello delle infrazioni accertate, il secondo delle persone denunciate o arrestate e il terzo quello dei sequestri effettuati

1) Campania ↔ - 4.878 - 2.874 - 1.041
2) Sicilia ↑ - 4.334 - 2.980 - 1.202
3) Calabria ↓ - 4.100 - 1.965 - 740
4) Puglia ↑ - 2.396 - 1.975 - 936
5) Lazio ↓ - 2.367 - 1.377 - 608
6) Sardegna ↔ - 1.924 - 1.147 - 475
7) Toscana ↔ - 1.794 - 1.376 - 469
8) Liguria ↔ - 1.398 - 864 - 214
9) Emilia Romagna ↑ - 1.126 - 895 - 198
10) Veneto ↑ - 1.083 - 913 - 309
11) Lombardia ↓ - 1038 - 996 - 362
12) Marche ↑ - 1.023 - 1384 - 394
13) Basilicata ↓ - 829 - 475 - 64
14) Abruzzo ↓ - 736 - 597 - 201
15) Umbria ↓ - 602 - 404 - 93
16) Piemonte ↓ - 421 - 432 - 119
17) Friuli Venezia Giulia ↔ - 409 - 311 - 229
18) Trentino Alto Adige ↔ - 395 - 233 - 80
19) Molise ↔ - 299 - 218 - 155
20) Valle d’Aosta ↔ - 49 - 35 - 19
Fonte: elaborazione Legambiente su dati delle forze dell’ordine (2001)
In questa tabella i dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi alle persone denunciate o arrestate e ai sequestri effettuati si riferiscono ai principali obiettivi (inquinamento idrico, del suolo, normativa paesaggistica e abusivismo edilizio)


3. Il nuovo abusivismo

Un’aggressione “stabilizzata”: sembra essere questa la parola chiave attraverso la quale leggere i dati, elaborati anche quest’anno dal Cresme, sul fenomeno dell’abusivismo edilizio nel nostro Paese. Nel 2001, infatti, risultano costruite in Italia ben 28.276 case illegali, contro le 28.938 del 2000. Si tratta di una produzione di cemento illegale equivalente a 3.841.090 metri quadrati, per un valore immobiliare stimato in circa 1.785 milioni di euro, equivalenti a circa 3.457 miliardi di lire.

L"ABUSIVISMO EDILIZIO IN ITALIA NEL 2000
Costruzioni abusive 28.276
Superficie complessiva 3.841.090 mq
Valore stimato 1.785 milioni di €
Fonte: elaborazione Legambiente su dati Cresme

Nell’anno appena trascorso, insomma, sono andate deluse le aspettative di chi puntava, con speranza, su un’ulteriore, decisa marcia indietro dell’abusivismo edilizio. La flessione è stata leggerissima, quasi impercettibile sotto il punto di vista statistico: 662 case in meno, appena il 2,3% di riduzione. Che rappresenta in realtà una brusca frenata rispetto a quel trend virtuoso che si era attivato nel 2000: due anni fa, infatti, per la prima volta da molto tempo il nuovo abusivismo edilizio aveva segnato una decisa inversione di tendenza. Le nuove case illegali, infatti, erano diminuite, rispetto al 1999, del 13,8%, con una punta fino al meno 15,7% nel Mezzogiorno e nelle isole. E le case illegali “risparmiate” al Paese erano state ben 4.633. Cosa è accaduto? La comparazione tra il trend dell’abusivismo e l’attività demolitoria consente di formulare un’ipotesi abbastanza attendibile: nel 2000 si erano registrate, nel nostro Paese, demolizioni importanti, anche di grande valenza simbolica: da quelle nei parchi del Vesuvio e del Cilento a quelle avviate nella Valle dei Templi; dagli abbattimenti in serie nel Comune di Roma, a cominciare dagli immobili abusivi costruiti nel parco dell’Appia Antica, fino a quelli realizzati dalla Procura di Latina nel Parco del Circeo. Eventi simbolici e non solo: queste demolizioni seguivano quelle ancora più significative realizzate nel 1999 a Vietri sul mare (Hotel Fuenti), Eboli, Pizzo Sella (la collina del disonore di Palermo) nell’Oasi del Simeto (Catania). L’intervento delle ruspe aveva impresso il segno della continuità all’azione repressiva. Nel corso del 2001, le demolizioni sono tornate ad essere un rischio calcolato, invece che un’inquietante prospettiva per chi decide d’investire capitali ingenti nella costruzione di una casa o di un complesso edilizio illegale. E i risultati, purtroppo si vedono: invece di procedere con il ritmo atteso e auspicabile, la contrazione del mercato delle case illegali si è quasi del tutto arrestata. Non solo: come dimostrano le stime del Cresme e i dati relativi al Comune di Roma elaborati da Legambiente Lazio, in diversa aree del Paese, in particolare nel Centro nord, l’abusivismo ha ripreso fiato. Nella Capitale, solo per fare un esempio, si è tornati ai valori del 1994, con oltre tremila abusi accertati (dalla nuove costruzioni alla modificazioni d’uso illegali fino al piccolo abusivismo) rispetto ai 1.616 del 2000.
Buona parte delle nuove case illegali si concentra ancora nel Mezzogiorno: la Campania guida anche quest’anno la classifica dell’abusivismo edilizio, con 4.985 case costruite; seguita dalla Sicilia, con 4.495 case, dalla Puglia, con 3.137 immobili fuorilegge e dalla Calabria, con 2.534 immobili abusivi. Una classifica parziale che rimane invariata e che conferma, purtroppo, la sovrapposizione palmare tra le regioni a tradizionale presenza mafiosa e la particolare virulenza dei fenomeni di abusivismo: in queste quattro regioni, infatti, si concentra il 53,6% del cemento illegale italiano. L’incidenza del mercato illegale si attesta intorno a un terzo della produzione edilizia complessiva (si va dal 27% della Calabria a 31,2% della Campania). Resta al quinto posto la Lombardia, con 1.910 abitazioni abusive, in crescita (più 2,5%) rispetto al 2000, seguita dalla Sardegna (1.661), sostanzialmente stabile, dal Lazio (1.423 case illegali), dal Veneto e dalla Toscana.

L"ITALIA ABUSIVA NEL 2001
Accanto ad ogni regione il numero di costruzioni abusive

Campania 4.985
Sicilia 4.494
Puglia 3.137
Calabria 2.534
Lombardia 1.910
Sardegna 1.661
Lazio 1.423
Veneto 1.396
Toscana 1.229
Abruzzo 1.154
Piemonte 991
Emilia Romagna 874
Basilicata 586
Liguria 498
Marche 432
Molise 388
Umbria 243
Friuli Venezia Giulia 236
Trentino Alto Adige 105
Valle D’Aosta 0
Fonte: Cresme


Un’ultima considerazione, prima di passare alla nota metodologica e alle linee di tendenza (arricchite quest’anno dal Cresme con le opinioni raccolte attraverso un panel di responsabili di Uffici tecnico comunali, competenti in materia di abusi edilizi): nel 2001 è cresciuto in maniera significativa, come sottolinea lo stesso Cresme, il mercato dell’edilizia residenzale. Si è passati, infatti, dalle 174.912 case legali costruite nel 2000 alle 209.558 abitazioni realizzate nell’anno appena trascorso, con un incremento del 19,8%. Insomma, come già accennato nella premessa di questo Rapporto, in Italia è tornata a crescere la “pressione” del mattone.
Per quanto riguarda i dati delle forze dell’ordine, le infrazioni accertate nel ciclo del cemento (dalle cave illegali all’abusivismo edilizio) sono state 7.103 (in lieve diminuzione rispetto alle 7.273 del 2000) e 1.020 i sequestri effettuati, per un valore complessivo di oltre 116 milioni di euro, pari a circa 225 miliardi di lire. Va segnalato come nonostante il numero dei sequestri sia lievemente diminuito rispetto al 2000 (erano stati 1.204 allora), il valore è invece passato da 163 miliardi di lire di due anni fa agli oltre 225 miliardi di lire del 2001.

LE INFRAZIONI NEL CICLO DEL CEMENTO IN ITALIA NEL 2001

Infrazioni accertate Cta-CC* 284 GdF 193 C. di P. 3.109 CFS 3.198 CFR 308 PS 11 Totale 7.103
Sequestri effettuati Cta-CC* 85 GdF - C. di P. 364 CFS 547 CFR 19 PS 5 Totale 1.020
Valore sequestri (in migliaia di €) Cta-CC* 55.391 GdF 61.209 Totale 116.600
Fonte: elaborazione Legambiente su dati forze dell’ordine (2001)
- : dato non disponibile
*: dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi ai controlli nei seguenti obiettivi: cave e industria estrattiva, imprese edili e costruzioni, industria mineraria.

Per quanto riguarda invece le regioni a tradizionale presenza mafiosa, i reati accertati dalle forze dell’ordine sono aumentati dai 3.438 del 2000 ai 3.594 del 2001, con una percentuale sul resto dell’Italia pari al 50,5% (era il 47,2% due anni fa). La Campania, che nel 2000 era stata spodestata dalla Calabria, lo scorso anno è ritornata al primo posto nella classifica del cemento illegale.

LE INFRAZIONI NEL CICLO DEL CEMENTO - REGIONI A TRADIZIONALE PRESENZA MAFIOSA - 2001

Infrazioni accertate: Campania 1.046, Puglia 626, Calabria 968, Sicilia 954, Totale 3.594
% sul totale in Italia: Campania 14,7%, Puglia 8,8%, Calabria 13,6%, Sicilia 13,4%, Totale 50,5%
Fonte: elaborazione Legambiente su dati forze dell’ordine (2001)



LA CLASSIFICA DELL’ILLEGALITÀ NEL CICLO DEL CEMENTO
Accanto ad ogni regione c"è il numero delle infrazioni accertate e la percentuale sul totale
1) Campania: 1046 (14,7)
2) Calabria: 968 (13,6)
3) Sicilia: 954 (13,4)
4) Lazio: 622 (8,8)
5) Puglia: 626 (8,8)
6) Sardegna: 242 (3,4)
7) Toscana: 501 (7,1)
8) Liguria: 284 (4,0)
9) Lombardia: 326 (4,6)
10) Basilicata: 164 (2,3)
11) Abruzzo: 182 (2,6)
12) Veneto: 181 (2,5)
13) Umbria: 155 (2,2)
14) Marche: 240 (3,4)
15) Piemonte: 89 (1,3)
16) Emilia Romagna: 387 (5,4)
17) Friuli Venezia Giulia: 36 (0,5)
18) Trentino Alto Adige: 43 (0,6)
19) Molise: 54 (0,8)
20) Valle d’Aosta: 3 (0,0)
Totale 7103
Fonte: elaborazione Legambiente su dati delle forze dell’ordine (2001)


3.1 La metodologia utilizzata

La stima della produzione abusiva di edilizia destinata ad usi abitativi, è effettuata sulla base di più fonti informative, in particolare: i dati censuari Istat, i sistemi informativi sulla nuova produzione edilizia Cresme, l"attività comunale di rilascio delle concessioni per edificare, un panel di responsabili di Uffici comunali competenti in materia di abusi edilizi, i nuovi allacci elettrici, indagini specifiche Cresme su singoli territori, le segnalazioni comunali dell"attività abusiva e le domande di sanatoria
A livello generale, i test più significativi ai quali è stata sottoposta la stima consistono da una parte nel raffronto fra il saldo intercensuario e le realizzazioni edilizie legali (rilevate dall"ISTAT e integrate dal Cresme per ciò che riguarda il dato relativo ai comuni inadempienti agli obblighi statistici); dall"altra parte, attraverso il raffronto fra la stima che il Cresme, in occasione del disegno di legge sul condono 1994, aveva effettuato per la Commissione Bilancio della Camera e il risultato degli incassi delle oblazioni dovute: l"esito finale, in quell"occasione, collimò perfettamente con la stima effettuata dall"istituto e basata sulla propria produzione statistica.
Inoltre, nel 1999, con la disponibilità degli Uffici Enel a fornire i dati sui nuovi allacci in forma disaggregata territorialmente, si è avviato un progetto di studio: l’obiettivo di tale analisi consiste soprattutto nella possibilità di registrare il fenomeno abusivo ad un livello territoriale fortemente articolato (anche comunale). La differenza, in valori assoluti, fra quest’ultima analisi di cui sono riportati gli esiti principali e la stima normalmente impiegata dal Cresme è determinata soprattutto dall’influenza del dato relativo alle trasformazioni d’uso illegali (da altra destinazione ad abitazione, per esempio: stalle, magazzini, ecc.) e ai frazionamenti illegali: l’entità di tali fenomeni è stata rilevata sulla base di analisi effettuate su un campione di Comuni.


3.2 L’evoluzione del fenomeno

Il 2001 ha complessivamente registrato una ulteriore diminuzione dell’attività abusiva. La velocità di calo si è però attenuata (dal –14% fra il ’99 e il 2000 al –2,3% fra il 2000 e il 2001). Occorre segnalare anche che si è registrata una forte impennata della produzione generale di edilizia residenziale.
Gli interlocutori comunali ascoltati nell’occasione (il panel degli Uffici comunali competenti) hanno contribuito a delineare il seguente quadro:

§ Le dinamiche e i comportamenti abusivi non sono, in questa fase, generalizzabili ma appartengono in modo puntuale ai territori in cui si manifestano: si verificano quindi, anche all’interno della stessa regione o provincia, fenomeni opposti sia per intensità che per tipologia di abuso.
§ L’attività abusiva appare sostanzialmente stabile al nord, con un leggero aumento nelle zone turistiche e per la tipologia delle nuove edificazioni. In leggero aumento nell’Italia centrale e in diminuzione nel Mezzogiorno (con moltissime aree, tuttavia, di tenuta del fenomeno).
§ Le tipologie più frequenti sono le nuove volumetrie (nuove realizzazione, ampliamenti, sopraelevazioni) e i cambi di destinazione d’uso;
§ Gli uffici comunali sono informati sull’attività abusiva, in particolare grazie ad esposti di cittadini privati (spesso vicini o parenti del denunciato) e alle conseguenti rilevazioni dell’Ufficio.
§ Solo 1/3 dei comuni caratterizzati da significativa attività abusiva prevede iniziative specifiche per conoscere maggiormente l’attività abusiva sul proprio territorio.
§ Circa la metà dei comuni inseriti nel panel ritiene che l’attività rallenti ulteriormente nel prossimo futuro; il 55% si attende una invarianza del fenomeno; il 10% prevede un incremento degli abusi.


 Rapporto Ecomafie: il Far-west dei rifiuti e il business dell'ecomafia @ 5:31:19 AM
di a cura di Legambiente

4. Rifiuti, un Far-west senza fine

Ecomafie, criminalità ambientale e traffici illeciti. Sono più o meno sempre queste, da qualche anno a questa parte, le parole d’ordine che compaiono puntualmente nelle cronache del Belpaese quando si parla dello smaltimento illegale di rifiuti. Saranno parole poco rassicuranti che però rendono bene l’idea di un settore, quello della gestione dei rifiuti speciali, anche pericolosi, che è da molti anni in un imbarazzante caos. E che fatica a liberarsi, in molte aree d’Italia, dalla morsa della criminalità organizzata. In alcuni casi, purtroppo, alimentata dall’eccessiva “leggerezza” di imprenditori furbi, che affidano i loro rifiuti a operatori a dir poco improbabili. Non a caso, del resto, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti nella “Relazione finale al Parlamento”, approvata il 28 marzo 2001, sollecitava “il ministero dell’Ambiente ed i suoi organi (Anpa, Osservatorio nazionale sui rifiuti) nonché il ministero dell’Industria” affinché procedessero “ad un’ampia e stringente indagine sui rifiuti speciali, la loro quantità complessiva, i loro flussi, le loro modalità di smaltimento secondo le tipologie e l’accertamento delle quantità realmente smaltite e/o recuperate, con particolare attenzione ai rifiuti pericolosi”.
Il quadro allarmante descritto nella Relazione, in cui vengono riprese molte delle argomentazioni già affrontate in documenti precedenti (come la “Relazione sugli assetti societari delle imprese operanti nel ciclo dei rifiuti” del 29 marzo 2000 e il “Documento sui traffici illeciti e le ecomafie” del 25 ottobre 2000) già analizzati nel Rapporto Ecomafia 2001, ha trovato più di una conferma. A cominciare dalla relazione svolta da Francesco Favara, Procuratore generale della Repubblica presso la Suprema Corte di Cassazione, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2002: “In taluni distretti la situazione si presenta grave riguardo alle violazioni della normativa sullo smaltimento dei rifiuti”, ha affermato il Procuratore. Che ha aggiunto “Gli illeciti ed i traffici sono talora anche transfrontalieri”.
Sono due, in particolare, le indagini che meritano di essere analizzate più nel dettaglio: l’operazione “Cassiopea” e l’operazione “Greenland”. L’esito finale, come vedremo, è diverso, ma lo scenario che ne emerge è molto simile: l’Italia continua ad essere percorsa in lungo e largo dal Tir pieni di rifiuti speciali, spesso pericolosi, smaltiti in cave dismesse o in discariche improvvisate ma anche in terreni o aziende agricole e in impianti di produzione di laterizi.
L’inchiesta “Cassiopea” (vedi il paragrafo 9.1), dura tre anni. A coordinarla è Donato Ceglie, sostituto procuratore della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (Ce). Le indagini, svolte, dall’allora Nucleo operativo ecologico dell’Arma dei carabinieri (poi divenuto Comando carabinieri per la tutela dell’ambiente), raccontano di veleni che dal Veneto e dal Piemonte finivano “tombati” nei terreni di mezza Italia: nel casertano ma anche in altre regioni, come l’Umbria o la Sardegna. L’inchiesta si è conclusa poco prima dell’estate dello scorso anno con la richiesta da parte della Procura di ben 98 arresti tra imprenditori, faccendieri e mediatori per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale e all’avvelenamento delle acque. La richiesta della Procura però è stata rigettata dal Giudice per le indagini preliminari di Santa Maria Capua Vetere, non per infondatezza dell’impianto accusatorio ma per questioni di competenza territoriale. Motivazione che non confuta lo scenario ipotizzato dalla Procura, che nel frattempo è ricorsa al Tribunale del riesame, e che disegna un mega traffico illecito di diversi milioni di tonnellate di rifiuti speciali che ha riguardato diverse regioni d’Italia.
Quanto prospettato con “Cassiopea” viene confermato, questa volta anche da un tribunale, con l’inchiesta “Greenland” (descritta più diffusamente nel paragrafo 9.10, relativo all’Umbria) realizzata dalla Sezione operativa centrale del Comando carabinieri per la tutela dell’ambiente, insieme ai Carabinieri di Spoleto. Questa inchiesta, oltre a svelare il “solito” traffico illecito, dal Nord al Centro-Sud d’Italia, di diversi milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, per la prima volta ha portato al primo arresto in base a quanto previsto dal nuovo articolo 53 bis del decreto Ronchi, quello che sanziona il delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti, da anni richiesto al Parlamento dalla nostra associazione e finalmente approvato nell’ultimo giorno della scorsa legislatura. Anche in questa inchiesta sono 90 le persone indagate, di cui 9 per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti. Per la seconda volta in un’inchiesta della magistratura, quindi, viene accertato che quasi cento persone (!) hanno avuto a che fare con l’ennesimo traffico illecito di rifiuti speciali nel nostro Paese.
Un’altra inchiesta, ancora in corso, riguarda invece il traffico, quantomeno anomalo, di numerosissimi vagoni ferroviari pieni zeppi di rifiuti sanitari per tutta Italia. Trentasette vagoni a Foggia, dieci a Falconara (An), cinquanta a Bologna e diciassette a Forlì: questo è stato il risultato dei sequestri operati dalle forze dell’ordine lo scorso luglio. Un girovagare pericoloso di rifiuti speciali, anche infettivi, provenienti da mezza Italia e diretti all’inceneritore “La Fenice” nell’area industriale di San Nicola di Melfi (Pz), che, dopo un’ordinanza del Presidente della Provincia di Potenza, non poteva più smaltire rifiuti provenienti da altre regioni.
La gestione illecita del ciclo dei rifiuti non riguarda soltanto le attività di smaltimento. Un’indagine, compiuta dagli uomini della Squadra Mobile di Trapani e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, infatti, ha portato in carcere cinque persone (il Comandante dei Vigili urbani di Erice e quattro imprenditori) per reati che vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione e alla turbativa d’asta. Secondo gli inquirenti, gli appalti dei rifiuti urbani nei Comuni di Trapani ed Erice sarebbero stati gestiti da presunti affiliati a Cosa nostra. Uno degli imprenditori arrestati, infatti, era socio d’affari del capo di Cosa nostra nel trapanese Giovanni Virga, arrestato dopo una lunga latitanza nel febbraio 2001. Va ricordato come il boss dal 1988 al 1994 aveva controllato, attraverso società intestate ai figli o ad alcuni prestanome, i subappalti per la discarica di rifiuti urbani. Un business da mezzo miliardo l’anno condiviso con un altro pezzo da novanta di Cosa nostra, Nitto Santapaola.
Non è soltanto Cosa nostra ad avere un ruolo diretto nel ciclo dei rifiuti. La “Relazione sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione investigativa antimafia” nel primo semestre 2001, presentata al Parlamento dal ministro dell’Interno, evidenzia il “…consolidato interesse della camorra nel settore dell’illecita raccolta, trasporto e smaltimento di rifiuti…”. Ed ancora: “Particolarmente attivo in tale settore è il clan dei Casalesi che opera in regime di monopolio in tutte le attività a questo connesse”. Sempre per quanto riguarda la Campania, vale la pena riportare quanto afferma la “Relazione sulla politica informativa e della sicurezza”, curata dal Cesis e relativa al secondo semestre 2001: “L’interesse dei clan resta concentrato sui traffici di stupefacenti e tabacchi nonché sullo smaltimento dei rifiuti soldi urbani, fonte di notevoli profitti derivanti sia dalla gestione delle discariche abusive sia dalla raccolta attraverso ditte di comodo aggiudicatarie degli appalti”.
Cambiando regione non cambia la “musica”: anche l’interesse della ‘ndrangheta calabrese sui rifiuti finisce sotto il monitoraggio degli 007 italiani. “Per quanto attiene alle dinamiche locali – si legge, infatti, nella Relazione relativa al primo semestre del 2001 - mentre nella provincia di Reggio Calabria sono stati rilevati contrasti interni suscettibili di innescare reazioni violente, nel capoluogo si sono delineate convergenze operative per la gestione illegale dei rifiuti”.
In merito alla Sicilia si fa, invece, riferimento alla capacità “imprenditoriale” di Cosa nostra di penetrare anche nell’affare delle privatizzazioni dei servizi ambientali, tra cui quello dei rifiuti: “L’assenza di episodi delittuosi eclatanti appare funzionale anche a tentativi di inquinamento del circuito economico e sociale dell’isola ove, accanto alle grandi opere pubbliche, sono valutati a rischio di infiltrazione i previsti processi di privatizzazione (acqua, energia, trasporti, rifiuti)”.
Ma i Servizi di sicurezza lanciano un nuovo allarme: l’ipotesi di infiltrazione dell’ecomafia in uno dei nuovi business del futuro, e cioè le bonifiche dei siti contaminati. “Sebbene lo stato generale del ciclo dei rifiuti in Italia vada evolvendo nel medio-lungo termine in una direzione più moderna ed efficiente, permangono preoccupazioni per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e di quelli speciali e pericolosi. In tale stato di cose gli interessi economici dell’ecomafia traggono giovamento sia dalle situazioni di emergenza, rendendo disponibili aree per lo stoccaggio temporaneo, sia dalle attività ordinarie incuneandosi nel meccanismo dei lucrosi appalti che conseguono alle operazioni di bonifica dei siti contaminati, al trasporto e allo smaltimento”.
Del resto quando arrivano i finanziamenti su importanti opere pubbliche, il rischio di infiltrazione negli appalti da parte del crimine organizzato è sempre alto. E in effetti i finanziamenti pubblici per le bonifiche stanno arrivando. Il ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio, con il decreto del 18 settembre 2001 sul Programma nazionale di bonifica, ha individuato 40 siti di interesse nazionale da bonificare, per i quali sono stati stanziati oltre 547 milioni di euro, pari a circa 1.060 miliardi di lire, trasferiti già alle Regioni, ai quali vanno aggiunti quelli dovuti dai responsabili delle contaminazione, quando accertati. Oltre 174 milioni di euro sono destinati alle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, mentre circa 4 milioni di euro andranno a finanziare le bonifiche delle 110 discariche, tra abusive e non a norma, nella provincia di Frosinone (anche questa gravemente inquinata dall’ecomafia), per un totale di 178 milioni di euro, pari a un terzo del totale del finanziamento pubblico del Programma nazionale di bonifica. Risorse, come denunciano gli stessi Servizi di sicurezza, a rischio di infiltrazione mafiosa: se, dopo i disastri ambientali procurati dall’ecomafia e dalla criminalità ambientale, i soldi pubblici dovessero finire nelle tasche dei “soliti noti”, al danno farebbe seguito una vera e propria beffa.
Ma c’è un’altra ragione, ancora più sostanziale, per cui è indispensabile alzare la guardia sul delicato settore delle bonifiche ambientali. E riguarda la persistenza, purtroppo, degli smaltimenti illeciti: insomma, la lista dei 40 siti prioritari è sicuramente destinata ad allungarsi. Per avere un’idea dei pericoli che corre il nostro Paese, basta scorrere le cifre del “Rapporto rifiuti 2001”, elaborato dall’Agenzia nazionale protezione ambiente (Anpa) e dall’Osservatorio nazionale sui rifiuti (Onr). In Italia, secondo il Rapporto, i rifiuti speciali prodotti nel 1998 sono stati 68 milioni di tonnellate: quasi 44 milioni di rifiuti speciali non pericolosi, oltre 4 milioni di rifiuti speciali pericolosi e circa 20 milioni di rifiuti speciali inerti. Di questi ne risultano gestiti complessivamente 56,4 milioni di tonnellate, di cui 32,6 smaltiti e 23,8 recuperati. A conti fatti non si conosce l’effettiva destinazione finale di circa 11,6 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, pericolosi e non, prodotti nel 1998. Una cifra che non è esagerato definire davvero spaventosa: è come se sorgesse ogni anno, nel nostro Paese, una nuova montagna, tutta di rifiuti, con una base di tre ettari (ovvero tre campi di calcio) alta 1.150 metri.
Di fronte a questi dati, sembra francamente fuori luogo la frase “consolatoria” riportata nel Rapporto secondo cui questo scarto tra i rifiuti speciali prodotti e quelli gestiti “…risulta significativamente inferiore a quello riscontrato per il ’97, pari a circa 14,2 milioni di tonnellate”. Non sono certo 2,6 milioni di tonnellate sottratte agli smaltimenti illeciti, di cui Legambiente prende comunque atto con soddisfazione, a cancellare un’autentica vergogna, che minaccia, vale la pena ribadirlo, la sicurezza ambientale del nostro Paese e la salute di molti cittadini.
Anche quest’anno per stimare il “business dei rifiuti a rischio” Legambiente fa riferimento ai numeri sulla produzione e sullo smaltimento dei rifiuti speciali, pericolosi e non, forniti da Anpa e Onr, Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e Fise Assoambiente. In particolare le stime sono le seguenti:
- come già riportato, secondo l’Agenzia nazionale protezione ambiente e l’Osservatorio nazionale nel 1998 i rifiuti (inerti, speciali pericolosi e non) dei quali viene è nota la produzione ma ignota la destinazione finale sono pari a 11,6 milioni di tonnellate;
- secondo quanto sostenuto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, in merito ai dati del 1997, di oltre 20 milioni di tonnellate di rifiuti speciali non risulta neanche la produzione, per un valore complessivo sottratto al mercato legale che va dai 4,6 ai 5,2 miliardi di euro (dai 9 ai 10mila miliardi di lire);
- secondo quanto riportato nella ricerca “Rifiuti industriali: recuperi e smaltimenti abusivi - analisi e proposte” di Fise Assoambiente, in base al divario tra i quantitativi di rifiuti speciali pericolosi smaltiti e prodotti nel 1997, pari a circa il 19%, si suppone uno smaltimento in impianti non idonei di quasi un milione di tonnellate di rifiuti pericolosi, per un giro di affari di circa 180-210 milioni di euro (pari a 350-400 miliardi di lire).
Si tratta di cifre, com’è evidente, neppure paragonabili tra loro ma che indicano se non altro un range di valori (da un minimo, quello di Fise-Assoambiente, a un massimo, quello della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo del rifiuti) all’interno del quale si colloca la stima di Legambiente. Sulla base di una valutazione dei prezzi praticati sul mercato legale, comprensivi dei costi di raccolta, trasporto e smaltimento per le diverse tipologie di rifiuti in questione (gli inerti e gli speciali, pericolosi e non) Legambiente stima un mercato illegale relativo alla gestione dei rifiuti speciali, pericolosi e non, di quasi 2,6 miliardi di euro (pari a circa 5mila miliardi di lire). Si tratta di un dato in flessione rispetto a quello del Rapporto dello scorso anno (circa 6.000 miliardi di lire): la quantità dei rifiuti speciali di cui è nota la produzione ma ignota la destinazione finale, come già accennato, è diminuita, passando da 14,2 (anno 1997) a 11,6 (anno 1998) milioni di tonnellate,
Per quanto concerne i reati accertati dalle forze dell’ordine nel ciclo dei rifiuti si registra una diminuzione rispetto all’anno precedente (1.961 nel 2000, 1.734 nel 2001). Aumentano i sequestri che passano dai 778 del 2000 agli 877 del 2001, per una valore complessivo di oltre 61 milioni di euro. Nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa le infrazioni sono state 687, pari al 39,6% del totale nazionale.

LE INFRAZIONI NEL CICLO DEI RIFIUTI IN ITALIA NEL 2001

Infrazioni accertate Cta-CC* 217 GdF 390 CFS 927 CFR 185 PS 15 Totale 1.734
Sequestri effettuati Cta-CC* 145 GdF 390 CFS 310 CFR 19 PS 13 Totale 877
Valore sequestri (in migliaia di €) Cta-CC* 61.100 Totale 61.100
Fonte: elaborazione Legambiente su dati forze dell’ordine (2001)
- : dato non disponibile
*: dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi ai controlli nelle discariche pubbliche e private

LE INFRAZIONI NEL CICLO DEI RIFIUTI - REGIONI A TRADIZIONALE PRESENZA MAFIOSA - 2001

Infrazioni accertate:
Campania 178
Puglia 136
Calabria 112
Sicilia 261
Totale 687

% sul totale in Italia:
Campania 10,3%
Puglia 7,8%
Calabria 6,5%
Sicilia 15,1%
Totale 39,6%
Fonte: elaborazione Legambiente su dati forze dell’ordine (2001)

Nella classifica per regioni, infine, figura al primo posto la Sicilia con 261 reati, pari al 15,1% del totale nazionale, seguita dalla Campania (178 illeciti) e dalla Puglia, con 136 infrazioni, più che dimezzate rispetto all’anno precedente. Il Lazio si conferma al quarto posto con 135 infrazioni riscontrate. Da segnalare il balzo in avanti della Toscana, che dall’ottavo posto dello scorso anno con 98 reati passa al quinto di quest’anno con 119 infrazioni, e quello all’indietro fatto dal Piemonte, che scende dal sesto posto dello scorso anno (120 reati) al tredicesimo (68 violazioni), dimezzando praticamente le infrazioni accertate.

LA CLASSIFICA DELL’ILLEGALITÀ NEL CICLO DEI RIFIUTI - 2001
Ecco la classifica per regioni. Il primo numero si riferisce alle infrazioni accertate, il secondo è la percentuale sul totale.

1 Sicilia 261 (15,1)
2 Campania 178 (10,3)
3 Puglia 136 (7,8)
4 Lazio 135 (7,8)
5 Toscana 119 (6,9)
6 Calabria 112 (6,5)
7 Veneto 90 (5,2)
8 Lombardia 75 (4,3)
9 Liguria 74 (4,3)
10 Basilicata 70 (4,0)
11 Umbria 69 (4,0)
12 Abruzzo 68 (3,9)
13 Piemonte 68 (3,9)
14 Sardegna 57 (3,3)
15 Marche 55 (3,2)
16 Emilia Romagna 53 (3,1)
17 Friuli Venezia Giulia 45 (2,6)
18 Trentino Alto Adige 39 (2,2)
19 Molise 17 (1,0)
20 Valle d’Aosta 13 (0,7)
Totale 1734
Fonte: elaborazione Legambiente su dati forze dell’ordine (2001)

5. Il business dell’ecomafia: mercato illegale e investimenti a rischio

Il business dell’ecomafia nel 2001 si è fatto ancor più sostanzioso. Se da un lato, infatti, diminuisce il giro d’affari relativo alla gestione illegale dei rifiuti speciali e all’abusivismo edilizio, dall’altro aumentano quelli del racket degli animali, degli appalti in opere pubbliche, della gestione dei rifiuti urbani e delle attività di bonifica. Stabile, invece, il business relativo al mercato clandestino di beni artistici e archeologici.
Come nelle edizioni precedenti del Rapporto, il giro d’affari complessivo viene distinto in mercato illegale e investimenti a rischio nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa.
Partendo dal mercato illegale, il dato relativo agli smaltimenti illeciti di rifiuti speciali, pericolosi e non, compresi gli inerti, è, in base all’elaborazione riportata nel capitolo 4 sui rifiuti, in diminuzione rispetto all’anno precedente ed è pari a 2.582 milioni di euro (circa 5mila miliardi di lire contro i 6.000 miliardi indicati nel precedente Rapporto). Una riduzione dovuta alle nuove stime elaborate dall’Anpa e dall’Osservatorio nazionale sui rifiuti che indicano una “contrazione” degli smaltimenti illeciti di rifiuti speciali, passati da oltre 14 milioni di tonnellate (1997) a 11,6 (1998).
Il dato del mercato illegale relativo all’abusivismo edilizio è anch’esso in calo rispetto al 2000, vista la lieve diminuzione del numero di case abusive costruite (ampiamente descritta nel capitolo 3) ed è pari a 1.785 milioni di euro (equivalenti a circa 3.457 miliardi di lire).
Il racket degli animali, secondo quanto riportato nel “Rapporto Zoomafia 2002”, curato dall’Osservatorio della Lav, ha “mosso” un mercato illegale di oltre 2,8 miliardi di euro, pari a poco meno di 5.500 miliardi di lire, contro i 3.800 miliardi di lire (poco più di 1,9 miliardi di euro) stimati sempre dalla Lav nel precedente Rapporto Zoomafia.
II mercato illegale vero e proprio, dunque, ammonta nel 2001 a 7.347 milioni di euro, pari a oltre 14mila miliardi di lire, con un incremento del 4,2% rispetto al 2000.

IL MERCATO ILLEGALE NEL 2001 (IN MILIONI DI EURO)
Settore e fatturato
Gestione rifiuti speciali, pericolosi e non (compresi gli inerti) 2.582
Abusivismo edilizio 1.785
Animali * 2.825
Patrimonio artistico e archeologico** 155
Totale 7.347
Fonte: Legambiente
*: elaborazione Lega Anti Vivisezione (2002)
**: stime del Comando Carabinieri tutela patrimonio culturale

Legambiente, come di consueto, ha elaborato anche una stima degli investimenti a rischio nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia), che riguardano in particolare gli appalti in opere pubbliche, la gestione dei rifiuti urbani e, da quest’anno, gli appalti per le aree contaminate da bonificare. L’inserimento di quest’ultima voce è stato deciso sulla base dei pericoli d’infiltrazione mafiosa denunciati al Parlamento nelle Relazioni sulla politica informativa e della sicurezza, elaborate dal Cesis (vedi il capitolo 4 relativo al quadro nazionale del ciclo dei rifiuti).
Vale la pena ribadire, come già fatto nelle precedenti edizioni del Rapporto Ecomafia, che con l’individuazione degli investimenti a rischio non s’intende prospettare l’ipotesi, peraltro assurda, di una “rinuncia” a queste risorse e, ovviamente, alla realizzazione di infrastrutture, purché effettivamente utili e rispettose dell’ambiente. Al contrario, la sottolineatura degli investimenti a rischio è tesa a sollecitare un rafforzamento delle attività di controllo, per evitare l’infiltrazione di società e soggetti collegati alle organizzazioni criminali. Non si tratta soltanto di impedire che risorse pubbliche finiscano nelle casse dei clan: è storicamente dimostrato, infatti, che la gestione mafiosa di appalti determina la pessima qualità delle opere e dei servizi da fornire ai cittadini.
Nel 2001, Legambiente stima un valore complessivo di investimenti a rischio pari a 6.908 milioni di euro, pari a 13.375 miliardi di lire, anche in questo caso con un incremento di circa il 5% rispetto al 2000. L’aumento riguarda, in misura lieve, sia gli investimenti in opere pubbliche sia la gestione dei rifiuti, per la quale sono state considerate anche le maggiori quantità prodotte nel 2001. E, come già accennato, è riconducibile anche all’inserimento della voce relativa alle bonifiche ambientali.

GLI INVESTIMENTI A RISCHIO NEL 2001 (IN MILIONI DI EURO)
Settore e fatturato
Appalti in opere pubbliche* 6.457
Gestione dei rifiuti urbani* e appalti per bonifiche** 451
Totale 6.908
*: il dato è riferito a Calabria, Campania, Puglia e Sicilia
**: finanziamenti relativi ai “Siti di interesse nazionale” di Campania e Puglia, previsti dalla legge 426/98 e dalla legge finanziaria 2001 (Litorale Domitio Flegreo, Bagnoli, Napoli Orientale, Manfredonia, Brindisi e Taranto)

L’insieme delle voci relative al mercato illegale e agli investimenti a rischio determina il business potenziale dell’ecomafia, che nel 2001 viene stimato da Legambiente in 14.255 milioni di euro, pari a 27.601 miliardi di lire, con un incremento del 4,5% rispetto al precedente Rapporto Ecomafia.

IL BUSINESS DELL’ECOMAFIA NEL 2001 (IN MILIONI DI EURO)
Fatturato
Mercato illegale 7.347
Investimenti a rischio 6.908
Totale 14.255
Fonte: Legambiente


March 30, 2002
 Rapporto Ecomafie: i clan dell'ecomafia @ 2:21:11 AM
di a cura di Legambiente

6. I clan dell’ecomafia

In questo capitolo viene pubblicato l’elenco storico dei clan che Legambiente - nel suo lavoro di ricerca iniziato nel 1994 - ha rintracciato nelle inchieste giudiziarie e nei documenti istituzionali legati ai settori di intervento considerati nel Rapporto. Oltre all’elenco “generale” sono state effettuate scomposizioni “ad hoc” per il ciclo del cemento, il ciclo dei rifiuti e il racket degli animali.

Nell"elenco che segue vengono indicati, nell"ordine, il nome del clan, il settore d"intervento e l"area geografica interessata.

‘ndrangheta crotonese - Ciclo dei rifiuti - Provincia di Crotone
Agape - Ciclo del cemento - Trapani
Alfieri - Ciclo del cemento - Terzigno (Na) e Salerno
Alfieri - Ciclo del cemento - Napoli
Alleanza di Secondigliano - Ciclo del cemento e Racket degli animali - Napoli e provincia
Alvaro - Ciclo del cemento - Sinopoli (Rc)
Annacondia - Ciclo dei rifiuti e Ciclo del cemento - Bari e provincia
Apicella - Ciclo del cemento - Casal di Principe (Ce)
Aprea/Cuccaro - Ciclo del cemento - Napoli
Araniti - Ciclo dei rifiuti - Provincia di Reggio Calabria
Arena - Ciclo del cemento - Soverato (Cz)
Badolato - Ciclo del cemento - Isca sullo Jonio (Cz)
Bagarella - Ciclo del cemento - Palermo
Barbaro - Ciclo del cemento - Provincia di Reggio Calabria
Bardellino - Ciclo del cemento - Caserta e provincia
Barreca - Ciclo del cemento - Pellaro (Rc)
Belforte - Ciclo del cemento - Marcianise (Ce)
Bellocco - Ciclo del cemento - Provincia di Reggio Calabria
Bellofiore - Ciclo del cemento - Napoli
Bidognetti - Ciclo del cemento e Racket degli animali - Caserta
Bontempo - Ciclo del cemento - Totorici (Me)
Cangemi - Ciclo del cemento - Provincia di Reggio Calabria
Cantiello (Casalesi) - Ciclo del cemento - Grazzanise (Ca)
Capati - Ciclo del cemento - Gallipoli (Le)
Cappello - Ciclo del cemento - Messina
Carbonaro - Ciclo del cemento - Ragusa
Caruana - Ciclo del cemento - Agrigento
Cava - Ciclo del cemento - Provincia di Avellino
Cesarano - Ciclo del cemento - Pompei (Na)
Clan di Favara - Ciclo del cemento - Favara (Ag)
Codispoti - Ciclo del cemento - Sant’Andrea Apostolo (Av)
Contini - Racket degli animali - Napoli
Corleonesi - Ciclo dei rifiuti e Ciclo del cemento - Palermo e provincia
Cosa Nostra - Ciclo dei rifiuti - Provincia di Torino
Cosa Nostra/Monrealesi - Ciclo dei rifiuti - Provincia di Palermo
Crimaldi - Ciclo dei rifiuti - Caserta e provincia
Crucitti - Ciclo del cemento - Reggio Calabria
D’Agosta - Ciclo del cemento - Vittoria (Rg)
D’Alessandro - Racket degli animali - Napoli
D’Anna - Ciclo del cemento - Terrasini (Pa)
D’Ausilio - Ciclo del cemento - Provincia di Napoli
Del Prete - Racket degli animali - Napoli
Di Costanzo - Ciclo del cemento - Napoli
Di Falco - Ciclo dei rifiuti - Palma di Montechiaro (Ag)
Di Lorenzo/Esposito - Ciclo del cemento - Sessa Aurunca (Ce)
Fabbrocino - Ciclo del cemento - Racket degli animali Ottaviano (Na)
Farao/Marincola - Ciclo del cemento - Cirò (Kr)
Fenìa - Ciclo del cemento - Fuscaldo (Cs)
Filippone - Ciclo del cemento - Provincia di Reggio Calabria
Fontanella - Ciclo del cemento - Napoli
Galasso -Ciclo dei rifiuti e Ciclo del cemento - Sarno (Sa)
Galatolo - Ciclo del cemento - Palermo
Gallo - Racket degli animali - Napoli
Garonfolo - Ciclo del cemento - Villa S.Giovanni (Rc)
Genovese - Ciclo del cemento - Avellino e provincia
Ghiraldi - Ciclo del cemento - Capaccio (Sa)
Gionta - Racket degli animali - Napoli
Giuliano - Racket degli animali - Napoli
Graviano - Ciclo del cemento - Palermo
Graziani - Ciclo del cemento - Avellino e provincia
Grimaldi - Ciclo del cemento - Napoli
Grimoli - Ciclo del cemento - Rossano (Cs)
Gugliotta - Ciclo del cemento - Provincia di Reggio Calabria
Gullace - Ciclo dei rifiuti - Ponente ligure
Iadenza/Panella - Ciclo del cemento - Valle Caudina (Av-Bn)
Iamonte - Ciclo del cemento - Melito Porto Salvo (Rc)
Iannazzo - Ciclo del cemento - Lametia Terme
Iona - Ciclo del cemento - Belvedere Spinello (Kr)
Iovine (Casalesi) - Ciclo del cemento - Caserta e provincia
Lago - Ciclo del cemento - Pianura (Na)
Langella - Racket degli animali - Napoli
La Rocca - Ciclo del cemento - Caltagirone (Ct)
Latella - Ciclo del cemento - Reggio Calabria
La Torre - Ciclo del cemento - Litorale Domitio Flegreo
Laudani - Ciclo del cemento - Catania
Lentini - Ciclo del cemento - Sant’Andrea Apostolo (Av) e Litorale domiziano (Ce)
Libri - Ciclo del cemento - Reggio Calabria
Loiero/Gallace - Ciclo del cemento - Provincia di Reggio Calabria
Madonia - Ciclo del cemento - Caltanissetta
Maiale - Ciclo del cemento - Eboli (Sa)
Maisto - Ciclo del cemento - Litorale domiziano (Ce)
Mallardo - Racket degli animali - Napoli
Mammoliti - Ciclo del cemento - Gioia Tauro (Rc) - Melfi (Pz)
Mancuso - Ciclo del cemento - Limbadi (Vv)
Maranto - Ciclo del cemento - Madonie (Ct)
Marfella - Ciclo dei rifuti - Napoli
Mariani - Ciclo del cemento - Avellino e provincia
Marinaci - Ciclo del cemento - Trani (Ba)
Mariniello - Ciclo del cemento - Napoli
Mazzaferro - Ciclo del cemento - Provincia di Reggio Calabria
Mazzarella/Formicola - Ciclo del cemento - Napoli
Messina Denaro - Ciclo del cemento - Castelvetrano (Tp)
Metastasio - Ciclo del cemento - Locride
Moccia/Maione - Ciclo dei rifiuti - Provincia di Napoli
Molè - Ciclo del cemento - Reggio Calabria
Montalto - Ciclo del cemento - Villabate (Pa)
Morabito - Ciclo del cemento - Provincia di Reggio Calabria
Morelli - Ciclo del cemento - Provincia di Napoli
Nardo - Ciclo del cemento - Lentini (Sr)
Nocerino - Ciclo del cemento - Napoli
Nuvoletta - Ciclo dei rifiuti - Ciclo del cemento Napoli e Caserta
Olivieri - Ciclo del cemento - Scafati (Sa)
Padovano - Ciclo del cemento - Gallipoli (Le)
Pagnozzi - Ciclo del cemento - Provincia di Avellino
Palamara - Ciclo del cemento - Provincia di Reggio Calabria
Papa - Ciclo del cemento - Caserta
Papalia - Ciclo del cemento - Milano
Parreca/Iovine - Ciclo del cemento - Caserta
Pecoraro/Renna - Ciclo del cemento - Bellizzi (Sa)
Pesce - Ciclo del cemento - Gioia Tauro e Taurianova (Rc)
Piarulli/Ferraro - Ciclo del cemento - Cerignola (Fg)
Pino/Perna - Ciclo del cemento - Cosenza
Piombarolo - Ciclo del cemento - Andria (Ba)
Piromalli - Ciclo del cemento - Gioia Tauro (Rc)
Pisano - Ciclo del cemento - Taurianova (Rc)
Polimeni - Ciclo del cemento - Provincia di Reggio Calabria
Polverino - Ciclo del cemento - Quarto (Na)
Procopio - Ciclo del cemento - Catanzaro
Puca - Ciclo del cemento - Prov. di Napoli
Pula - Racket degli animali - Napoli
Pulvirenti - Ciclo dei rifiuti e Ciclo del cemento - Catania
Raso/Gullace/Albanese - Ciclo dei rifiuti - Cittanova (Rc)
Ribisi - Ciclo del cemento - Palma di Montechiaro (Ag)
Riina/Corleonesi - Ciclo del cemento - Palermo
Rinaldi/Reale - Ciclo del cemento - Napoli
Roscini - Ciclo del cemento - Giovinazzo (Ba)
Rosmini - Ciclo del cemento - Reggio Calabria
Ruga - Ciclo del cemento - Roccella Jonica (Rc)
Ruggiero - Ciclo del cemento - Gioia Tauro (Rc)
Santaiti - Ciclo del cemento - Provincia di Reggio Calabria
Santangelo - Ciclo dei rifiuti - Adrano (Ct)
Santapaola - Ciclo del cemento - Catania
Saraceno - Ciclo del cemento - Reggio Calabria
Scarcia - Ciclo del cemento - Bernalda, Nova Siri e Scanzano (Mt)
Sceusa - Ciclo del cemento - Palermo - Messina
Schiavone (Casalesi) - Ciclo dei rifiuti, Ciclo del cemento e Racket degli animali - Caserta e provincia
Serraino - Ciclo del cemento - Provincia di Reggio Calabria
Sorprendente - Ciclo del cemento - Napoli
Stummo - Ciclo del cemento - Fuscaldo (Cs)
Susca - Ciclo del cemento - Fasano (Br)
Taddone - Ciclo del cemento - Cerignola (Fg)
Tamburello - Ciclo del cemento - Mazara del Vallo (Tp)
Tornese - Ciclo del cemento - Monteroni (Le)
Vallelunga - Ciclo del cemento - Provincia di Vibo Valentia
Varriale - Ciclo del cemento - Napoli
Verde - Ciclo del cemento - Napoli
Vinceti - Ciclo dei rifiuti - Surbo (Le)
Viola/Zagari/Fazzolari/Albanese - Ciclo del cemento - Molochio (Rc)
Virga - Ciclo dei rifiuti e Ciclo del cemento - Trapani
Zagaria - Ciclo del cemento - Caserta
Zavattieri - Ciclo dei rifiuti - Melito P.to Salvo (Rc)

Fonte: elaborazione Legambiente su atti della magistratura, del Ministero dell’Interno, del Cesis, della Dia e delle Commissioni d’inchiesta sulla mafia e sui rifiuti



6.1 I clan dell’ecomafia per settori d’intervento

6.1.1 Ciclo dei rifiuti

Di seguito i clan e l"area interessata

‘ndrangheta crotonese: Provincia di Crotone
Alfieri: Napoli e provincia
Annacondia: Provincia di Bari
Araniti: Provincia di Reggio Calabria
Bidognetti: Provincia di Caserta
Casalesi: Caserta- Latina-Frosinone
Corleonesi: Palermo-Trapani
Cosa Nostra: Torino (rifiuti industriali)
Cosa Nostra - Monrealesi: Provincia di Palermo
Crimaldi: Napoli e provincia
Di Falco: Palma di Montechiaro (Ag)
Galasso: Sarno (Sa)
Gullace: Ponente ligure
Marfella: Napoli
Moccia - Maione: Napoli e provincia
Nuvoletta: Caserta e provincia
Pulvirenti: Catania
Raso - Gullace - Albanese: Cittanova (Rc)
Santangelo: Adrano (Ct)
Vinceti: Surbo (Le)
Virga: Trapani
Zavattieri: Melito P.to Salvo (Rc)
Fonte: elaborazione Legambiente su atti della magistratura, del Ministero dell’Interno, del Cesis, della Dia e delle Commissioni d’inchiesta sulla mafia e sui rifiuti



6.1.2 Ciclo del cemento

Di seguito il nome del Clan, l"area interessata e il settore

Agape: Trapani - Imprese edili
Alfieri: Napoli - Appalti
Alleanza di Secondigliano: Napoli e provincia - Appalti
Alvaro: Sinopoli (Rc) - Speculazioni immobiliari
Annacondia: Bari - Appalti
Apicella: Casal di Principe (Ce) - Imprese edili
Aprea - Cuccaro: Napoli - Appalti
Arena: Soverato (Cz) - Appalti
Badolato: Ischia sullo Jonio (Cz) - Imprese edili
Bagarella: Palermo - Imprese edili
Barbaro: Provincia di Reggio Calabria - Imprese edili e Speculazioni immobiliari
Bardellino: Caserta e provincia - Appalti e Imprese edili
Barreca: Pellaro (Rc) - Imprese edili
Belforte: Caserta - Appalti
Bellocco: Provincia di Reggio Calabria - Imprese edili e speculazioni immobiliari
Bellofiore: Napoli - Appalti
Bidognetti: Caserta - Appalti
Bontempo: Tortorici (Me) - Appalti ed estrazione inerti
Cangemi: Provincia di Reggio Calabria - Imprese edili e speculazioni immobiliari
Cantiello (Casalesi): Grazzanise (Ce) - Appalti
Capati: Gallipoli (Le) - Imprese edili
Cappello: Messina - Speculazioni immobiliari
Carbonaro: Ragusa - Imprese edili
Caruana: Agrigento - Imprese edili
Cava: Provincia di Avellino - Appalti
Cesarano: Pompei (Na) - Appalti
Clan di Favara: Favara (Ag) - Appalti e Imprese edili
Codispoti: Sant’Andrea Ap. (Av) - Imprese edili
Contino: Napoli - Appalti
Corleonesi: Palermo e provincia - Appalti e Imprese edili
Crucitti: Reggio Calabria - Imprese edili
D’Agosta: Vittoria (Rg) - Appalti
D’Anna: Terrasini (Pa) - Società immobiliari
D’Ausilio: Provincia di Napoli - Imprese edili
Di Costanzo: Napoli - Appalti
Di Lorenzo-Esposito: Sessa Aurunca (Ce) - Imprese edili
Fabbrocino: Ottaviano (Na) - Speculazioni immobiliari
Farao-Marincola: Cirò (Kr) - Imprese edili
Fenìa: Fuscaldo (Cs) - Imprese edili
Filippone: Provincia di Reggio Calabria - Imprese edili e speculazioni immobiliari
Fontanella: Napoli - Imprese edili
Galasso: Sarno (Sa) - Attività estrattiva
Galatolo: Palermo - Appalti
Garonfolo: Villa S.Giovanni (Rc) - Imprese edili
Genovese: Avellino e provincia - Appalti e Attività estrattiva
Ghiraldi: Capaccio (Sa) - Imprese edili
Graviano: Palermo - Imprese edili
Graziani: Avellino e provincia - Imprese edili
Grimaldi: Napoli - Appalti
Grimoli: Rossano (Cs) - Imprese edili
Gugliotta: Provincia di Reggio Calabria - Imprese edili e speculazioni immobiliari
Iadenza-Panella: Valle Caudina (Av-Bn) - Appalti e imprese edili
Iamonte: Melito Porto Salvo (Rc) - Imprese edili
Iannazzo: Lametia Terme - Appalti
Iona: Belvedere Spinello (Kr) - Appalti
Iovine (Casalesi): Caserta e provincia - Appalti e Imprese edili
Lago: Pianura (Na) - Imprese edili
La Rocca: Caltagirone (Ct) - Appalti
Latella: Reggio Calabria - Imprese edili
La Torre: Caserta - Appalti
Laudani: Catania - Imprese edili
Lentini: Sant’Andra Ap. (Av) - Appalti e Imprese edili
Libri: Reggio Calabria - Imprese edili
Loiero - Gallace: Reggio Calabria e provincia - Appalti
Madonia: Caltanissetta - Appalti
Maiale: Eboli (Sa) - Società immobiliari
Maisto: Litorale domizio-flegreo - Attività estrattive
Mammoliti: Melfi (Pz) - Appalti
Mancuso: Limbadi (Vv) - Imprese edili
Maranto: Madonie (Ct) - Imprese edili
Mariani: Avellino e provincia - Appalti e Imprese edili
Marinaci: Trani (Ba) - Imprese edili
Mariniello: Napoli - Imprese edili
Mazzaferro: Gioiosa Jonica (Rc) - Lavorazione inerti
Mazzarella - Formicola: Napoli - Appalti
Messina Denaro: Castelvetrano - Attività estrattiva
Metastasio: Locride (Rc) - Appalti e Imprese edili
Molè: Reggio Calabria - Appalti
Montalto: Villabate (Pa) - Speculazioni immobiliari
Morabito: Provincia di Reggio Calabria - Appalti
Morelli: Provincia di Napoli - Imprese edili
Nardo: Lentini (Sr) - Appalti
Nocerino: Napoli - Appalti
Nuvoletta: Napoli e Caserta - Appalti-Imprese edili
Olivieri: Scafati (Sa) - Imprese edili
Padovano: Gallipoli (Le) - Imprese edili
Pagnozzi: Provincia di Avellino - Appalti
Palamara: Provincia di Reggio Calabria - Imprese edili e speculazioni immobiliari
Papa: Caserta - Speculazioni immobiliari
Papalia: Milano - Imprese edili
Parreca-Iovine: Caserta - Appalti
Pecoraro-Renna: Bellizzi (Sa) - Società immobiliari
Pesce: Gioia Tauro (Rc) - Appalti e Imprese edili
Piarulli-Ferraro: Cerignola (Fg) - Società immobiliari
Pino-Perna: Cosenza - Appalti e Imprese edili
Piombarolo: Andria (Ba) - Imprese edili
Piromalli: Gioia Tauro (Rc) - Appalti e Imprese edili
Pisano: Taurianova (Rc) - Imprese edili
Polimeni: Provincia di Reggio Calabria - Imprese edili e speculazioni immobiliari
Polverino: Marano (Na) - Società immobiliari
Procopio: Catanzaro - Imprese edili
Puca: Provincia di Napoli - Imprese edili
Pulvirenti: Catania - Appalti
Ribisi: Palma di Montichiaro (Ag) - Imprese edili
Riina-Corleonesi: Palermo - Imprese edili
Rinaldi-Reale: Napoli - Appalti
Roscini: Giovinazzo (Ba) - Società immobiliari
Rosmini: Reggio Calabria - Imprese edili e Appalti
Ruga: Roccella Jonica (Rc) - Appalti e Società immobiliari
Ruggiero: Gioia Tauro (Rc) - Appalti
Santaiti: Provincia di Reggio Calabria - Appalti
Santapaola: Catania - Speculazioni immobiliari
Saraceno: Reggio Calabria - Imprese edili
Scarcia: Provincia di Matera - Imprese edili
Sceusa: Palermo-Messina - Appalti e Imprese edili
Schiavone (Casalesi): Caserta - Appalti e Imprese edili
Serraino: Reggio Calabria - Imprese edili
Sorprendente: Napoli - Appalti
Stummo: Fuscaldo (Cs) - Imprese edili
Susca: Fasano (Br) - Società immobiliari
Taddone: Cerignola (Fg) - Appalti
Tamburello: Mazara del Vallo (Tp) - Appalti
Tornese: Monteroni (Le) - Imprese edili
Vallelunga: Provincia di Vibo Valentia - Appalti
Viola-Zagari-Fazzolari-Albanese: Molochio (Rc) - Imprese edili
Varriale: Napoli - Appalti
Verde: Napoli - Appalti
Virga: Trapani - Appalti e Imprese edili
Zagaria: Provincia di Caserta - Appalti e Imprese edili
Fonte: elaborazione Legambiente su atti della Magistratura, del Ministero dell’Interno, del Cesis, della Dia e della Commissione d’inchiesta sulla mafia

6.1.3 Racket degli animali

Di seguito clan e area interessata

Alleanza di Secondigliano: Napoli e provincia
Bidognetti: Caserta e provincia
Contini: Napoli
D’Alessandro: Napoli
Del Prete: Napoli
Fabbrocino*: Ottaviano (Na)
Gallo: Napoli
Gionta: Napoli
Giuliano: Napoli
Langella: Napoli
Mallardo: Napoli
Pula: Napoli
Schiavone: Caserta e provincia
Fonte: elaborazione Legambiente su atti della Magistratura, del Ministero dell’Interno, del Cesis, della Dia e della Commissione d’Inchiesta sulla mafia
*: il clan Fabbrocino è segnalato per attività illecite relative alla macellazione clandestina di carni


 Rapporto Ecomafie: i mercati globali dell'ecomafia @ 1:14:55 AM
di a cura di Legambiente

7. I mercati globali dell’ecomafia

Caviale e computer: non solo gli “ingredienti” di un party dedicato a Internet, ma le ultime due novità sul mercato globale dell’ecocrimine. Quello del caviale, ottenuto da alcune specie di storione sotto tutela, è, infatti, uno dei traffici illeciti di specie protette e di loro derivati che più preoccupano gli organismi di controllo, come il Servizio Cites (la Convenzione internazionale per la tutela delle specie in via di estinzione): per ogni chilogrammo di caviale legalmente venduto, ne finirebbero ben 9 sul mercato nero con prezzi che oscillano da 50.000 a 250.000 euro a chilogrammo. Computer e monitor da rottamare, invece, alimenterebbero un florido traffico di rifiuti hi-tech che dai Paesi idustrializzati, Stati Uniti in testa, finirebbero in Asia, in particolare in Pakistan, India e Cina. Sempre la Cina, del resto, attraverso il porto di Hong Kong sarebbe stata la meta di altri rifiuti, più “banalmente” residui plastici, raccolti in Italia. E ancora l’Asia avrebbe preso il posto dell’Europa come meta finale del commercio illecito di avorio.
Anche il 2001, insomma, conferma gli scenari di ecocriminalità “globale” descritti per la prima volta nel precedente Rapporto Ecomafia di Legambiente. Una caratteristica comune a queste attività illecite (traffici di rifiuti, di specie protette e loro derivati, di opere d’arte e beni archeologici) è l’assoluto rilievo del giro d’affari che garantiscono: circa 5 miliardi di euro l’anno quelli “garantiti” dal commercio di specie protette; altri 5-6 miliardi di euro l’anno per quanto riguarda il mercato illecito di opere d’arte e reperti archeologici; tra i 12 e i 15 miliardi di euro, infine, accumulati ogni anno con il traffici di rifiuti pericolosi, secondo le stime elaborate dal National Intelligence Council americano.
Non mancano, purtroppo, le novità, oltre a quelle già segnalate: alle tradizionali rotte Nord-sud (sfruttate in entrambi le direzioni, con i rifiuti che viaggiano dai Paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo, le specie protette e i reperti archeologici che seguono, spesso, l’itinerario inverso), si sono aggiunte, infatti, quelle Est-Ovest. L’apertura dei mercati europei, infatti, ha innescato una sorta di “integrazione” criminale: sia per quanto riguarda i traffici illegali di specie protette, sia per quanto riguarda le opere d’arte è ormai evidente l’esistenza di vere e proprie organizzazioni dedicate al saccheggio delle risorse naturali, storiche e artistiche dei paesi dell’Est. Si va dagli uccelli catturati a migliaia in Ungheria e surgelati per essere rivenduti in Italia agli appassionati di “polenta e osei” (un camion che ne trasportava circa 12.000 è stato intercettato nel novembre scorso a una dogana tra Ungheria e Croazia) alle opere d’arte trafugate in Cecenia, dal museo di Grozny e ritrovate a Londra, poco prima di essere battute” ad un’asta da Sotheby.





7.1 I traffici internazionali di rifiuti

L’ultima frontiera dei traffici illeciti di rifiuti, mascherati sotto improbabili attività di riciclaggio, riguarda, come già accennato il mercato dei computer. Secondo uno studio realizzato da alcune associazioni ambientaliste americane, ripreso dal New York Times e in Italia da La Repubblica, tra il 50% e l’80% del materiale elettronico di scarto raccolto negli Stati Uniti (contenente sostanze pericolose, come il mercurio, il cromo e il cadmio) verrebbe imbarcato e spedito, via mare, in Pakistan, India e Cina. Qui, nella provincia del Guangdong, a Nord-est di Honk Kong, in una miriade di piccolo villaggi sarebbe stata allestita una sorta di “industria” diffusa di riciclaggio. Quelle che avvengono, peraltro senza alcuna precauzione, denunciano le associazioni ambientaliste americane, sarebbero in realtà vere e proprie attività di smaltimento di rifiuti, anche pericolosi. I controlli effettuati su campioni prelevati dal fiume Lianjiang, che scorre nell’area del “riciclaggio”, hanno rivelato la presenza di metalli pesanti, utilizzati nella produzione di computer, assai preoccupante.
Che la Cina sia diventata una nuova “frontiera” di queste attività emerge anche da un’altra indagine, questa volta condotta in Italia dall’Ispettore De Potestà del Corpo forestale dello Stato di Brescia, sotto il coordinamento di Elisabetta Canevini e Paola Pirrotta del Pool ambiente della Procura di Milano: oltre 2.500 tonnellate di residui plastici, come è stato accertato dopo circa un anno d’inchiesta, ammassate a valle di un processo di selezione di rifiuti urbani, sono state spedite da alcuni porti italiani verso quello di Hong Kong.
Rifiuti che vanno e rifiuti che tornano. Il 28 gennaio scorso l"ammiraglia di Greenpeace, la nave Rainbow Warrior, ha riportato in Italia due bidoni di rifiuti tossici, gettati nel Mar Nero insieme ad altre migliaia di fusti, ben 15 anni fa. Si tratta di idrocarburi, composti organici del cloro e metalli pesanti, un cocktail di veleni proveniente da piccole aziende italiane, tra cui imprese di lavaggio a secco. Dalla "Rainbow Warrior" i bidoni sono stati caricati su un furgone di Greenpeace, che li ha poi consegnati Ministero dell"ambiente. Un rapporto di Greenpeace, presentato in una conferenza stampa ad Istanbul e nel corso dell’azione a Roma, illustra tutti i dettagli delle vicenda: i nomi delle aziende implicate, le navi utilizzate per il trasporto, le autorità responsabili. Due ditte italiane di smaltimento dei rifiuti erano state incaricate di raccogliere e trasportare i rifiuti in Romania, per avviarli allo smaltimento. I barili furono invece prelevati dal porto di Sulina e gettati in mare: probabilmente buona parte del carico rimane tuttora sui fondali del Mar Nero. Solo 367 barili sono stati trovati sulle spiagge del nord della Turchia e sono stati depositati a Sinop e Samsun.
Altri rifiuti, questa volta prodotti all’estero, vengono fortunatamente respinti alle frontiere. Grazie alla collaborazione fornita dalla Direzione circoscrizionale di Gorizia dell’Agenzia delle dogane è possibile fornire un quadro esatto dei rottami metallici (ferro, acciaio, alluminio, rame e ottone) contaminanti radioattivamente che sono stati individuati al valico stradale di Sant’Andrea e a quello ferroviario di Gorizia: si tratta, nel 2001, di ben 1.802 tonnellate di rottami (erano 2.696 nel 2000 e ben 3.688 nel 1999). Un numero che resta rilevante anche se, rispetto al 1999 si è assistito a un dimezzamento dei quantitativi intercettati a fronte, vale la pena sottolinearlo, di circa un raddoppio dei flussi di rottami importati (dalle 567mila tonnellate del 1999 alle oltre 900mila del 2001). Un ulteriore dato che vale la pena sottolineare, anche con una qualche preoccupazione, è il deciso incremento del trasporto su gomma: si passa, infatti, dalle circa 50mila tonnellate in ingresso del 1999 alle oltre 234mila del 2001.

Rottami metallici al valico ferroviario diGorizia e a quello stradale di Sant"Andrea

1999 Tonnellate entrate 567.080 Tonnellate respinte 3.688
2000 Tonnellate entrate 605.602 Tonnellate respinte 2.696
2001 Tonnellate entrate 900.840 Tonnellate respinte 1.802
Totale Tonnellate entrate 2.073.522 Tonnellate respinte 8.186
Fonte: Direzione Circoscrizionale di Gorizia dell’Agenzia delle Dogane

Nessuna novità di rilievo, invece, è emersa per quanto riguarda le preoccupanti e circostanziate segnalazioni (già al centro del precedente Rapporto Ecomafia di Legambiente) relative ai traffici di rifiuti pericolosi che avrebbero investito diversi Paesi africani. Questi spunti d’indagine, raccolti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e rilanciati dallo stesso ministero dell’Interno, interessavano rifiuti prodotti anche nel nostro Paese e finiti, si supponeva, in Somalia, Malawi, Zaire, Sudan, Eritrea. Legambiente auspica, al riguardo, che la nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti riprenda, con decisione, le attività d’analisi e, nei limiti dei suoi poteri, d’indagine già sviluppate al riguardo dalla precedente Commissione. Interrogativi così inquietanti, corroborati anche da numerose inchieste giornalistiche (in particolare quelle condotte, con grande professionalità, dal settimanale Famiglia cristiana) non possono rimanere senza adeguate risposte.


7.2 Le rotte internazionali dell’arte rubata

Una “Madonna con il Bambino” di Andrea del Sarto, mai più visto in pubblico dopo l"esecuzione di Carlo I nel 1649, è ricomparsa a Londra: il quadro è stato acquistato da un collezionista americano, il quale credeva che si trattasse di una copia. Come sia arrivato nelle mani degli inesperti che l’hanno venduto al fortunato collezionista, rimane senza dubbio un mistero, è certo, comunque, che nessuno ne potrà rivendicare la legittima proprietà. Questo, in sintesi, il contenuto di un servizio trasmesso dalla Bbc lo scorso novembre. Potrebbe sembrare uno scherzo, invece è la verità. Forse non è vera, invece, la storia raccontata alla polizia greca da un contadino che stava per vendere al miglior offerente una statua in marmo della dea Cibele, trovata nel suo podere. Salvata appena in tempo prima che fosse trasportata all’estero, la statua raffigura la dea madre a grandezza naturale, assisa su un trono e con una colomba nella mano sinistra. Il contadino ha dichiarato di averla trovata mentre arava il suo campo, a 40 km da Atene. La polizia, invece, sospetta che l’uomo faccia parte di un’organizzazione dedita al traffico di opere d’arte.
Curiosità a parte, le statistiche fornite dalla direzione dell’Interpol parlano chiaro: nelle regioni centrali e orientali d’Europa, dopo la caduta del muro e l’apertura delle frontiere, sono aumentati i furti e i traffici illegali di opere d’arte. La causa principale di questo fenomeno deriva dall’instabilità politica ed economica dei paesi coinvolti. Le opere finiscono sia sul mercato illegale dell’Europa occidentale, sia su quello legale, tanto che vengono esposte tranquillamente nelle vetrine degli antiquari. Anche la criminalità organizzata trae profitto da questi traffici e non è raro che a condurli siano gli stessi che contrabbandano droga, armi ed esseri umani. Gli oggetti d’arte, del resto, sono facilmente trasportabili senza il rischio di incappare in squadre cinofile, sono occultabili e soprattutto non perdono mai di valore: per questo i patrimoni storico-artistici di tutto il mondo sono nel mirino della criminalità organizzata.
Secondo il Ministro degli interni croato Sime Lucin circa tremila opere d’arte sono state trafugate in Croazia negli ultimi dieci anni, complice anche il clima di guerra che ha segnato, purtroppo a lungo, quel Paese. Un altro conflitto bellico sarebbe all’origine del furto di due antichi dipinti di origine russa, scomparsi dal museo di Grozny durante la prima fase della guerra in Cecenia, che sono stati rinvenuti all’asta di Sotheby’s a Londra. La casa d’asta, appena informata dal ministero della Cultura russa sull’origine delle due opere, le ha ritirate e restituite a Mosca. Dietro il furto ci sarebbe stata la guerriglia cecena, che attraverso la vendita delle opere d’arte (stimate circa 180.000 euro) puntava ad ottenere capitali da reinvestire sul mercato delle armi.
Sempre l’Interpol sospetta, inoltre, che un altro furto piuttosto clamoroso, avvenuto nella contea di Wicklow, nella Repubblica di Irlanda, sia servito per finanziare l’Ira. I ladri che hanno messo a segno il colpo, sicuri del bottino, si sono introdotti nella villa ed hanno portato via solo due quadri, che hanno un valore commerciale tra i 3 e i 3,5 milioni di euro. La stessa villa era stata assaltata già nel 1974 da un commando dell’Ira, che aveva rubanto 19 quadri della collezione d’arte della famiglia Beit. La collezione, successivamente ritrovata, era stata donata alla galleria nazionale di Dublino.
La protezione del patrimonio culturale è stata al centro di una conferenza internazionale che si è tenuta a Copenaghen lo scorso giugno. Dai lavori è emerso che altri Paesi come la Francia, la Spagna e la Gran Bretagna (che hanno aderito alla convenzione Unesco solo a marzo 2001), si stanno organizzando sul modello italiano, giudicato efficace in particolare per quanto riguarda le modalità operative e investigative svolte dal Comando tutela patrimonio culturale dell’Arma dei carabinieri. Inoltre stanno procedendo a una sistematica ricognizione di musei e case d’aste.
L’Italia, che pure riesce ogni anno a recuperare una notevole percentuale delle opere d"arte e reperti archeologici trafugati, figura insieme a Spagna, Grecia, Francia e, negli ultimi anni, Repubblica Ceca tra i paesi più esposti al traffico di reperti archeologici ed opere d’arte. Mentre Svizzera e Gran Bretagna continuano ad essere zone di transito, il Giappone, gli Stati Uniti e l’Australia rappresentano l’Eldorado finale dei traffici. Non mancano, fortunatamente, gli episodi positivi. L’accordo firmato a gennaio del 2001 tra Italia e Stati Uniti, in particolare, ha già dato i primi frutti. Come il rimpatrio dell’Afrodite del IV secolo, proveniente da uno dei luoghi storici più depredati d"Italia, gli scavi clandestini nell"area archeologica di Morgantina. Tra i successi vale la pena citare anche il ritorno della testa in marmo, appartenente ad una statua di atleta, rubata a Venosa (Potenza) nel 1956 e acquistata dal Paul Getty Museum di Malibù in California. Il direttore del museo californiano ha deciso di restituire l’importante opera, unica copia romana rinvenuta in Basilicata della Statua di Diadumeno realizzata nel V secolo a.C., alla collezione del Museo archeologico di Venosa. Il Comando Carabinieri tutela patrimonio culturale , infine, ha curato il rientro in Italia della “Parabola del seminatore” di Jacopo da Bassano. Il quadro era stato sottratto alla Galleria degli Uffizi di Firenze durante la seconda guerra mondiale e venduto nel 1956 al Museo delle Belle Arti di Springfield, nel Massachussets.
Non va altrettanto bene nei rapporti con il Giappone, anche perché sia a livello politico sia nell’opinione pubblica c’è scarsa attenzione sul fenomeno del traffico criminale di opere d’arte. Un ignoto collezionista giapponese, solo per fare un esempio, acquistò senza problemi dalla Svizzera l’”Artemide marciante”, un capolavoro dell’epoca classica trafugato in Italia da tombaroli assoldati. Solo dopo essere stata rivenduta agli Stati Uniti ed in virtù sempre degli accordi firmati con questo Paese, si è riusciti a richiederne lo scorso anno il rimpatrio.
Notizie positive arrivano, invece, dalla Francia: lo scorso settembre a Parigi, la Corte d’Appello ha ordinato la restituzione di beni archeologici al nostro Paese, di evidente origine italiana, sequestrati a due italiani e un francese nel corso di una battuta di asta pubblica. Gli autori dell’illecito sono stati condannati al risarcimento, purtroppo simbolico, dei danni subiti dall’Italia per l’indebita sottrazione.
La nuova normativa sulle rogatorie internazionali, ed in particolare sulla questione dell’utilizzazione dei documenti inviati dalle autorità straniere privi dell’attestato di conformità, i tanto discussi articoli 12 e 13 della legge 5 ottobre n.367 del 2001, potrebbero ritardare o impedire l’acquisizione di documenti, ostacolando la repressione del fenomeno illegale del traffico di reperti archeologici e di opere d’arte. Un esempio emblematico di quanto può accedere è dato dall’accoglimento da parte della VI sezione del tribunale di Roma di un’istanza della Procura: è stata dichiarata “rilevante e non manifestamente infondata” la questione di legittimità degli articoli 12 e 13 della legge sulle rogatorie. E’ stata disposta, così, la sospensione del procedimento per ricettazione e falsità ideologica, collegate ad un traffico di reperti archeologici (gli atti provenivano dalla Germania) e sono stati inviati gli atti alla Consulta per le valutazioni di competenza.


7.3 Il traffico internazionale di specie protette

E’ stata l’Europol a segnalare, nel suo Rapporto sulla criminalità organizzata nell’Unione europea relativo all’anno 2000, l’esistenza di vere e proprie organizzazioni criminali impegnate nel commercio clandestino di specie protette e di prodotti derivati, come l’avorio e il pellame. E proprio l’avorio è stato al centro di una delle operazioni di polizia più clamorose concluse nel 2001 su questo versante dell’ecocriminalità. Il 5 agosto scorso, infatti, i Servizi doganali del Belgio hanno arrestato in flagranza 15 medici cinesi accusati di traffico d’avorio. La “comitiva”, fermata all’aeroporto di Bruxeklles-Zaventem stava rientrando in Cina dopo aver partecipato a una missione umanitaria in Mali. Come “ricordo” di questa missione, i 15 medici avevano pensato di riportare a case centinaia di chilogrammi di avorio, tra cui 44 zanne di elefante non lavorate, 29 già scolpite, braccialetti, anelli, statuette d’avorio, insieme a pelli di animali protetti. Non si tratta di un caso isolato. Il centro del traffico di avorio si sarebbe spostato dall’Europa all’Asia: in Cina una zanna d’avorio verrebbe rivenduta a oltre 41mila yuan, circa seimila euro. Nel 2001, nella sola dogana di Shangai sono stati scoperti sette casi di contrabbando di avorio e in poco meno di tre mesi (tra giugno e ottobre) ne sono stati confiscati ben 258 pezzi, rinvenuti in pacchi postali. Sempre nel mese di giugno, un tribunale di Shangai ha condannato un contrabbandiere a sei anni di carcere per aver cercato di importare illegalmente 123,18 chilogrammi di avorio.
Insomma, le notizie di cronaca continuano a mettere in luce episodi, per quanto riguarda il commercio illegale di specie protette, che sono la classica “punta dell’iceberg” di un mercato sommerso imponente, al quale contribuisce non poco anche l’Italia. Una conferma indiretta è data dal fatto che ogni anno vengono richieste e rilasciate in Italia circa 20.000 autorizzazioni al commercio di specie animali.
Le rotte attraverso cui le specie animali protette arrivano in Italia sono differenti e seguono vie diverse anche a seconda del gruppo animale interessato e della “facilità” di accesso. Per gli invertebrati la via più frequente passa attraverso scali in altri paesi dell’Unione europea, soprattutto la Francia, dove alcune ditte si sono “specializzate” nell’importare le specie più richieste dal mercato. Porti e aeroporti italiani sono la via principale nel caso dei pesci, per i quali vengono spesso riportati sulle fatture nomi generici di specie di cui è consentito il commercio. Per i rettili, che sono la classe di vertebrati a cui appartengono molte delle specie pericolose per cui vige il divieto di cattura, commercio e detenzione, le rotte più utilizzate per l’importazione passano dalla Germania e dall’Olanda, paesi dove non vi sono limiti normativi. Da qui, gli animali vengono portati in Italia in auto, spesso attraverso l’Austria. Molti amanti del “fai da te” utilizzano viaggi di vacanza in Marocco, Tunisia o Egitto per tornare a casa con una tartaruga o un camaleonte. Dal Sud America, dal Nord Africa e da Malta arrivano molti uccelli appartenenti a specie protette, mentre è soprattutto dai paesi dell’Europa dell’Est che arrivano i mammiferi.
Due sono le condizioni che consentono a chi commercia illegalmente animali protetti maggiore libertà d’azione: la difficoltà di distinguere, in molti casi, tra specie protette e non; il commercio di certificati Cites, indispensabili per le attività di import ed export, falsificati.
Una delle conseguenze più gravi di questo traffico internazionale è la perdita di biodiversità: quella sottratta ai Paesi di origine e quella “inquinata”, anche in Italia, per il repentino diffondersi di specie esotiche. Dagli animali introdotti per gli allevamenti di pellicce, basti pensare alle nutrie e ai visoni americani, alle specie da compagnia, come le testuggini a guance rosse o il pappagallo monaco, sono ormai numerosi gli animali che stanno conquistando nel nostro Paese spazi e nicchie ecologiche in competizione con molte specie animali autoctone. I danni causati dalla diffusione per finalità “ricreative”, come caccia e pesca, di specie come il pesce siluro o il cinghiale dell’Est-europa sono ormai noti. E difficilmente calcolabili per la loro gravità.


 Rapporto Ecomafie: il ciclo del cemento @ 1:11:44 AM
di a cura di Legambiente

8. Il ciclo del cemento

8.1 Sicilia

Non hanno dubbi gli investigatori della Dia: Cosa Nostra ha fatto “la precisa scelta di concentrare le proprie forze sul controllo degli appalti pubblici”. E i segnali raccolti “denunciano il pieno controllo del territorio”. Eccola, in questi brevi stralci della Relazione trasmessa al Parlamento nell’aprile dello scorso anno, la forbice micidiale in cui rischia di finire, nuovamente, l’intera gestione del ciclo del cemento in Sicilia: dalla fornitura dei materiali e dei mezzi all’aggiudicazione diretta dei lavori, tutto all’insegna di Cosa nostra e del suo sistema d’imprese. Quella che emerge dalla Relazione della Direzione investigativa antimafia, e che trova ampie conferme nell’analisi dei fenomeni illeciti relativi al 2001, è una Cosa Nostra “in piena attività, tesa a garantirsi un futuro economico”. “L’impostazione data da Provenzano - scrive ancora la Dia - ha restituito a Cosa nostra la possibilità di sfruttare a pieno le sue risorse economiche principali: lo sfruttamento parassitario delle attività economiche locali, commerciali e imprenditoriali, e il controllo degli appalti pubblici (…). L’intera struttura di Cosa nostra coordina le proprie articolazioni locali, si muove secondo le indicazioni di un’unica regia per pilotare le gare relative agli appalti, in modo da favorire un ristretto numero d’imprese sia siciliane sia quelle esterne operanti nella Regione”. “La presenza mafiosa – si legge nella relazione - interviene sia in sede decisionale, con complesse mediazioni necessarie per conciliare interessi particolari divergenti, sia in sede di esecuzione dei lavori, che procedono a rilento non solo perché vi partecipano anche imprese mafiose non sempre adeguatamente attrezzate, ma anche a causa dei rifinanziamenti resi necessari dalla dispersione di parte dei capitali inizialmente stanziati”. Dispersione che é dovuta alla corruzione, ai pedaggi estorsivi, all’esecuzione di lavori antieconomici o tecnicamente inadeguati. “Bisogna riuscire ad impedirle a Cosa Nostra di realizzare il suo progetto”, conclude la Dia. Sarebbe anche “l’occasione per far precipitare Cosa Nostra in una delle più gravi crisi che abbia mai conosciuto”.
Che la situazione debba destare estrema preoccupazione, viste anche le ingentissime risorse nazionali e comunitarie che stanno per essere investite in Sicilia, risulta ancora più chiaro leggendo le dichiarazioni rese da Angelo Siino, il cosiddetto ex ministro dei Lavori pubblici di Cosa Nostra, diventato collaboratore di giustizia. Lo scorso 15 dicembre, deponendo in un processo contro sei presunti mafiosi di Bagheria (Pa), Angelo Siino ha affermato, testualmente: “Cosa Nostra continua a controllare gli appalti. Nulla è cambiato sotto il sole. Per rendersene conto basta leggere i bandi di gara pubblicati sui giornali”. A un occhio esperto come il suo non sfuggono “le modalità di certi bandi, i requisiti richiesti per la partecipazione alle gare, che non lasciano spazio a dubbi: Cosa Nostra continua a dettare legge nel settore dei lavori pubblici”.
Che non sembra discostarsi molto dal sistema, messo a punto proprio dallo stesso Siino, del cosiddetto “tavolino”. La spartizione degli appalti, rivela sempre l’ex esponente mafioso, avveniva secondo un rigido sistema di tangenti. Gli imprenditori versavano una cifra pari al 4,5% dell’appalto che veniva così suddivisa: il 2% alla mafia, il 2% ai politici e lo 0,5% agli organi di controllo.
Altre importanti conferme sono arrivate, sempre nel 2001, da alcuni imprenditori che, dopo aver partecipato a pieno titolo alla spartizione criminale delle opere pubbliche, hanno deciso di collaborare con la giustizia: “Gli appalti erano interamente pilotati, fin dalla fase del finanziamento” ha dichiarato Ettore Crisafulli, nella sua deposizione davanti al Gip di Palermo dello scorso 8 marzo 2001. “Quando sapevamo che la Regione avrebbe sovvenzionato un certo genere di opere – ha aggiunto – contattavamo gli enti locali perché individuassero sul territorio opere dello stesso genere da realizzare”. Tutta la filiera era “oliata” attraverso la distribuzione di tangenti, in genere a quattro livelli: “La prima a funzionari della Regione, perché decidessero i finanziamenti; la seconda a uomini fidati negli enti locali perché predisponessero i bandi di gara, la terza alla Commissione provinciale di controllo, la quarta a Cosa Nostra”.
Non si discosta molto da questa ricostruzione del sistema di controllo illecito degli appalti quella fatta da un altro imprenditore, anche lui diventato collaboratore di giustizia, Pietro La Chiusa. Anche se la “piramide” si rovescia. “Individuavamo nei vari comuni – ha spiegato l’ex imprenditore ai magistrati di Palermo – le opere pubbliche da realizzare, contattavamo i nostri progettisti di fiducia che prevedevano una parte di utili da destinare al pagamento delle tangenti, infine cercavamo di ottenere i finanziamenti dagli enti locali”. Un sistema, come si vede, blindato, in cui svolgeva un ruolo determinante proprio Cosa Nostra. “L’unico appalto che sono riuscito ad aggiudicarmi lecitamente – racconta ancora La Chiusa – è stato quello del liceo scientifico di Bagheria, ma fu un caso fortuito, tanto che chiesi ad Angelo Siino se fosse necessaria un’autorizzazione della cosca di Bagheria. Ma lui mi disse di stare tranquillo”.
Non si tratta di “archeologia” criminale. Oltre alla chiara denuncia fatta da Siino, che conferma in pieno l’analisi della Direzione investigativa antimafia, indagini importanti, condotte in particolare dalla Procura di Palermo hanno svelato la persistenza di questi meccanismi illeciti di gestione degli appalti. E’ del 13 marzo 2001, infatti, l’emissione di ben 22 ordinanze di custodia cautelare per gli appalti relativi alla realizzazione e manutenzione di numerose strade dell’Isola, i cui lavori sono stati aggiudicati nel decennio 1988-1998. Nel mirino degli investigatori sono finiti funzionari dell’Anas e noti imprenditori, che si spartivano una miriade di lavori, di piccole e medie dimensioni. L’inchiesta, partita dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Angelo Siino e Giovanni Brusca, ha svelato l’esistenza di un vero e proprio “software” per la spartizione degli appalti (ben 2.013 quelli acquisiti, secondo le indagini condotte dal Gico della Guardia di finanza, pari al 53,33% dei lavori appaltati dall’Anas nello stesso periodo), gestito da una decina di famiglie imprenditoriali e “benedetto” da prestanome di Riina e Provenzano. Appalti che garantivano alle imprese un ampio margine di guadagno; grazie ad alcuni trucchi venivano costituiti cospicui fondi neri che minavano la qualità delle opere. “La differenza di prezzo tra calcestruzzo gettato e calcestruzzo pompato, con riferimento in particolare agli appalti Anas di più rilevante importo per la costruzione di viadotti – racconta Angelo Siino - serviva alla costituzione di cospicui fondi neri, nel senso che veniva fatturato come “pompato” il calcestruzzo in realtà “gettato”. Tra l’uno e l’altro sistema, vi era una differenza oscillante tra le 2.000 e le 5.000 lire al metro cubo in più per il calcestruzzo pompato. Altro sistema era rappresentato dalle sovraffatturazioni delle ditte appaltatrici e dei fornitori”.
Il meccanismo della spartizione degli appalti si basava sul favoreggiamento non solo dei funzionari dell’Anas ma anche degli impiegati degli uffici postali: “Tali complicità - continua Siino - erano necessarie per assicurare il controllo esclusivo degli appalti tenendo lontana la possibile concorrenza, scoraggiata in ciò dai prezzi apparentemente non remunerativi. La non remuneratività era soltanto apparente perché i lavori eseguiti, per essere effettivamente redditizi, non dovevano riflettere le quantità e gli spessori di progetto, da qui la necessità di avere complici anche a livello di collaudo”. Altro sistema riguardava le gare, sulle quali si agiva intervenendo direttamente sul bando: “L’Anas predisponeva bandi su misura, atti a scremare il più possibile il numero delle imprese partecipanti e quindi a controllare le assegnazioni. Uno dei sistemi più ricorrenti era, nel caso delle cosiddette “distese generali” (cioè il rifacimento del manto stradale), quello di pretendere, come requisito, la titolarità da parte dell’impresa, d’impianti di produzione di conglomerati bituminosi, ovvero la proprietà di macchine “scarificatrici”. Negli uffici postali, invece, c’era la complicità degli impiegati che serviva ad accelerare o a ritardare la consegna delle buste delle offerte, in modo tale da favorire o sfavorire determinate ditte.
Amaro il commento dei magistrati palermitani, Gaspare Sturzo e Maurizio De Lucia, che hanno coordinato le indagini: “Mentre sono cambiante le regole della raccolta degli elementi di prova, prendiamo atto che, contemporaneamente, non ci sono state quelle riforme, che si aspettavano, del sistema degli appalti pubblici” (La Stampa, 14 marzo 2001). E il Procuratore capo di Palermo, Pietro Grasso, parla di una “sconvolgente attualità nel sistema della turbativa degli appalti, nonostante tutte le inchieste di questi anni” (Corriere della Sera, 14 marzo 2001). Una grave condizione di permeabilità alla corruzione, a dispetto del terremoto causato da Tangentopoli, che ha consentito ad un ristretto numero di imprenditori di aggiudicarsi con la frode, non solo appalti di notevole consistenza, ma anche lavori minori come le manutenzioni stradali. Emerge così chiaramente che la cerniera essenziale tra mafia e imprenditoria è rappresentata dai dipendenti di enti e amministrazioni pubbliche, senza i quali nessuna manipolazione delle gare d’appalto sarebbe possibile. Sei mesi dopo, sempre grazie alle indagini condotte dalla Guardia di finanza di Palermo, vengono sequestrati beni immobili per ben 23 miliardi di lire intestati a due degli imprenditori coinvolti: si tratta di macchinari, automezzi, impianti e quote azionarie di società.
La drammatica attualità del sistema mafioso di gestione degli appalti trova ulteriori conferme nell’analisi del vero e proprio cartello di imprese edili presente nel Comune di Belmonte Mezzagno, un piccolo centro in provincia di Palermo, con seimila abitanti e ben cento imprese edili. A Belmonte Mezzagno dettava legge Benedetto Spera, arrestato nel gennaio dello scorso anno dalla Procura di Palermo, latitante da diversi anni e considerato uno degli uomini più vicini a Bernardo Provenzano. Diverse imprese di questo piccolo Comune risultano aggiudicatarie di appalti miliardari in tutta l’isola: a fare da “additivo” vincente, secondo gli inquirenti, sarebbe proprio il ruolo occupato in Cosa Nostra da Benedetto Spera, che da allevatore di pecore si era trasformato in “manager” di appalti pubblici. Al circuito delle opere pubbliche sono legati anche i sequestri decisi lo scorso 10 novembre dal giudici del Tribunale per le misure di prevenzione del Tribunale di Palermo nei confronti di quattro imprenditori accusati di essere prestanome di boss mafiosi e di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano: sotto sequestro finiscono, infatti, ben cinque imprese che operano nel settore edile e dei trasporti, insieme a migliaia di ettari di terreni, fra Palermo e Trapani, sei ville, appartamenti, negozi, automobili, quote sociali e conti correnti.
Nella zona di Cinisi, Terrasini, Carini, Torretta e Partitico è stato accertato che i capi mafia locali, tutti collegati a Provenzano, sono in costante contatto tra loro e con gli esponenti di vertice, anche se latitanti, allo scopo di definire la spartizione degli appalti. Nella vicenda un ruolo centrale era rivestito da un amministratore comunale di Cinisi, che fungeva da elemento di raccordo tra un gruppo imprenditoriale investitore, i mafiosi e l’amministrazione comunale.
L’operazione “Acquario”, condotta nel corso dell’anno appena trascorso dalla sezione Anticrimine dei carabinieri di Palermo, ha consentito di individuare diversi beni immobiliari, imprese individuali e quote di partecipazione in diverse attività economiche riconducibili a esponenti mafiosi di Partinico. I giudici della Sezione misure di prevenzione hanno disposto il sequestro di beni per 50 miliardi e dell"intero capitale sociale e del complesso aziendale delle società "Sicilia Calcestruzzi di Valenza B.& C. snc" e "Impresa individuale Valenza Benedetto", l"intero patrimonio aziendale delle società "Mediterranea Calcestruzzi srl", con sede a Castelvetrano (Trapani), "Calcestruzzi del Golfo Srl" di Borgetto e "BV Cementi srl" con sede a Palermo. Il provvedimento di sequestro ha riguardato anche edifici, appezzamenti di terreno e diversi beni immobili registrati nei comuni di Palermo, Borgetto, Partinico, Castelvetrano, Marsala e Campobello di Mazara, nonché automezzi pesanti e automobili.
Non c’è soltanto Palermo nelle cronache giudiziarie del 2001 relative al ciclo del cemento. La disinvoltura nella gestione della spesa pubblica è emersa anche in un’indagine condotta nella vicina Trapani, conclusasi nel mese d’aprile del 2001 con l’arresto di alcuni amministratori, fra cui il sindaco. Dalle indagini è risultato che il sindaco e alcuni consiglieri comunali formavano un gruppo che, di fatto, decideva autonomamente in materia di appalti senza curarsi di rispettare neanche l’apparenza formale delle normative che regolano la materia. In tal modo un appalto era stato affidato, direttamente con una delibera, ad una cooperativa facente capo ad un politico che, nel 1998, era stato indiziato per aver costituito un comitato d’affari con imprenditori e affiliati alla “famiglia” mafiosa di Vincenzo Virga, arrestato a febbraio del 2001 dopo 10 anni di latitanza. Oggi, secondo quanto emerge dalle indagini, chiunque avvia un cantiere a Trapani e provincia, paga il pizzo, ma nessuno parla. “Gli imprenditori preferiscono versare la protezione a Cosa nostra – dice in un’intervista Andrea Tarondino, sostituto procuratore a Trapani, titolare d’inchieste su mafia e politica – perché in questo modo hanno l’appoggio delle cosche negli uffici dell’amministrazione pubblica per ottenere gli stati di avanzamento degli appalti pubblici che stanno eseguendo”. Per il questore Pietro Leva, “la situazione sicurezza in provincia di Trapani, ha portato negli ultimi due anni a una diminuzione dei reati più gravi che, però, è indice di una tendenza della criminalità organizzata locale a ricorrere a forme più subdole di infiltrazione nel tessuto sociale ed economico e rientra in una precisa strategia di penetrazione della mafia negli apparati della vita pubblica. (…) Le indagini su impresa e mafia hanno evidenziato un condizionamento delle istituzioni finalizzato al controllo degli appalti attraverso la turbativa d’asta”.
A febbraio tocca a Caltanisetta. E’ qui che la Procura ha riaperto il caso delle “Coop rosse”, indagando sulle commistioni tra imprenditori emiliani, esponenti politici e fiduciari di Cosa nostra. Lo spunto investigativo sarebbe arrivato da Michele Cavallini, l"imprenditore di Ravenna a capo della Iter, coinvolto non solo nell"inchiesta sull"appalto per la costruzione della nuova ala dell"ospedale "Garibaldi" di Catania, ma anche in quella per la realizzazione della diga Comunelli di Gela. Proprio nel corso di queste indagini, Cavallini avrebbe deciso di rivelare il meccanismo con il quale alcune cooperative edilizie dell"Emilia Romagna si aggiudicavano gli appalti in Sicilia, con il consenso della mafia. Cavallini è stato arrestato il 6 febbraio dal Gico della Guardia di finanza di Caltanissetta, coordinato dalla Dda, che per 18 mesi ha controllato la documentazione relativa ai lavori di completamento della rete irrigua della diga Comunelli, tra Gela e Bufera. Un"opera appaltata a giugno del "92 dal Consorzio di bonifica della piana di Gela. Secondo l"accusa, la Iter di Cavallini si sarebbe accordata con la ditta di Angelo e Fabrizio Russello, padre e figlio, noti costruttori gelesi, molto tempo prima del bando di gara della diga, costituendo un consorzio temporaneo d"imprese che si aggiudicò l"appalto di 9 miliardi di lire. Per i pentiti Angelo Siino, Giuseppe Lanzalaco e Giovanni Brusca si trattava di un metodo diffusamente utilizzato per unire imprese siciliane vicine a Cosa nostra e imprese dell"Italia settentrionale, con lo scopo di “garantire” all’esterno la trasparenza dell"appalto. Per la diga Comunelli, in particolare, sarebbero state disposte anche delle perizie di variante che secondo la Dda nissena fecero lievitare notevolmente i costi di costruzione. Il Gico, infatti, ha riscontrato contabilizzati 2.410 quintali di cemento mentre ne sarebbero stati utilizzati solamente 105. Lo scandalo delle “Coop rosse” scoppiò alcuni anni fa, ma secondo Cavallini questo tipo di sistema non si è mai fermato. Anzi proprio con questo meccanismo di collegamento, la sua Iter fino al 1995 avrebbe ottenuto il 50 % degli appalti della provincia nissena.
A marzo, il Ros dei carabinieri, insieme al Comando provinciale di Caltanissetta, esegue 13 ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip di Caltanissetta su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia. Si tratta dell’operazione Urano, diretta prosecuzione di un’altra indagine avviata nel 1999, che riguarda nello specifico il controllo degli appalti pubblici, anche attraverso il ricorso sistematico all’estorsione. In manette finiscono anche presunti appartenenti alle famiglie di Mussomeli, Campofranco, San Cataldo e Serradifalco. L’area sotto esame è quella del cosiddetto Vallone, i cui si trovano appunto i comuni di Mussomeli e Campodifalco. Sotto il giogo dei clan sarebbero finiti ben 23 appalti: dal recupero paesaggistico della Rocca Annivina di Mussomeli al consolidamento del centro urbano di Marianopoli; da un tratto di strada a scorrimento veloce Agrigento-Palermo fino alla rete metanifera di Mussomeli e persino al restauro del castello che caratterizza il comune nisseno. Altre 22 persone vengono arrestate, invece, ad Enna nel mese di maggio: due i clan in lotta, secondo gli inquirenti per pilotare e gestire appalti pubblici; viene anche sequestrata un’azienda di calcestruzzi. A giugno è la volta dell’operazione ribattezzata “Ricostruzione”, condotta dalla Squadra mobile di Caltanissetta e dal commissariato di Niscemi: 16 le persone arrestate, a Niscemi, Vittoria, Comiso, ma anche Paderno Dugnano, in Lombardia, e persino in provincia di Rieti. A guidare il clan, secondo le Procure di Caltagirone e Catania, sarebbe stato un medico incensurato che si avvaleva, per trasmettere messaggi cifrati, persino di due emittenti locali. La cosca, sostengono gli inquirenti, imponeva tangenti ai titolari dei cantieri edili aperti per realizzare appalti pubblici e opere private. Non sono mancati i tentativi di intimidire e condizionare i dipendenti comunali impegnati proprio nel settore degli appalti pubblici. E neppure, come risulta dai sequestri effettuati, quelli di gestire i lavori attraverso imprese controllate direttamente dal clan.
Stessa situazione ritroviamo all’estremità orientale della Sicilia, in provincia di Messina, definita nel 1998 dalla Commissione Parlamentare Antimafia un “verminaio” d’interressi. Per la Direzione investigativa antimafia, Messina presenta una situazione caratterizzata da vivaci e complesse dinamiche criminali locali, influenzate da circuiti malavitosi collegati alla Calabria, anche in funzione di proiezioni verso le zone ad elevata criminalità mafiosa del catanese e del palermitano, contigue a quella messinese. Il grido d’allarme viene dal Prefetto di Messina, Giosuè Marino, nella relazione sulla sicurezza e l’ordine pubblico presentata a marzo del 2001: ”C’è una partecipazione sospetta e sempre più numerosa agli appalti pubblici con un apparentamento fra imprenditori. Un sistema che serve alle aziende capofila, spesso nomi puliti ma controllati dal potere diretto delle mafie, per determinare la fascia del ribasso. Una gestione di potere attraverso gli appalti - continua il Prefetto - che la criminalità organizzata esercita non solo aggiudicandosi i grandi appalti ma anche imponendo le forniture di materiali e servizi e, soprattutto, imponendo la manodopera”. Quella di Messina è una provincia in cui la “presenza delle organizzazioni criminali” c"è ed è anche particolarmente forte, con una “esclusività di manovra sugli appalti” che si espletano in città da parte della "ndrangheta calabrese. Messina è una città prigioniera di due mafie. E’ “un’ideale cerniera” tra Cosa nostra e "ndrangheta, dove comunque la criminalità organizzata locale mantiene un suo preciso “spazio vitale”, anche se “non può inquadrarsi nelle geografie mafiose tradizionali”. Lungo la fascia tirrenica, invece, “i capisaldi criminali sono senza dubbio la zona del Barcellonese e del Tortoriciano, con il Milazzese che viene inevitabilmente trainato”. A Barcellona c"è una “famiglia” potente della mafia, collegata sia con Palermo che con Catania. Proprio su Barcellona e sugli interressi della mafia locale per gli appalti, il comandante provinciale dell"Arma, il colonnello Francesco Angius ha affermato, durante una conferenza stampa, che “in quella zona, dopo la maxi operazione “Mare Nostrum” la mafia non può essere certo scomparsa. È cambiata: pensa molto più a “mangiare” anziché ad evidenziare il potere; magari si accontenta di meno “rispetto” ma ha più concretezza operativa, che si concentra soprattutto nell"arricchimento e nella gestione di potere”. La mafia barcellonese viene descritta come una famiglia mafiosa tradizionale, in cui ci può essere il “portavoce”, che magari è più visibile, e ci sono i “consiglieri”. Dopo questa struttura sono presenti i “gruppi satelliti”, che sostengono la struttura centrale, cui è demandata la gestione di quegli affari che il potere centrale non può curare direttamente: la mafia della carne, della spazzatura, del “pizzo” e via dicendo.
Spostandoci in provincia, quella dei Nebrodi rimane una zona calda in materia d’appalti. La bufera giudiziaria che nei primi anni Novanta ha investito la zona, dando il via alla cosiddetta Tangentopoli dei Nebrodi, scattata a seguito delle denunce di Legambiente, non ha disarticolato la rete dei grossi imprenditori della provincia di Messina. Sono questi, infatti, che continuano a controllare il sistema degli appalti pubblici. Proprio nell’ambito di quest’inchiesta, a novembre, la magistratura ha disposto il sequestro di beni, quote societarie e titoli bancari per un valore di 20 miliardi all’imprenditore edile Antonino Versace, indicato da Angelo Siino come referente per gli appalti nella zona dei Nebrodi. Numerose inchieste continuano a scoperchiare storie d’appalti truccati, complicità e interessi di noti imprenditori dei Nebrodi, molti dei quali già implicati, in altre inchieste del genere. A dimostrazione che nulla è cambiato.
Il primo duro colpo al malaffare nebroideo, nell’anno appena trascorso, è stato inferto a febbraio. Gli inquirenti del Commissariato di Polizia di Patti e della Digos di Messina diretti dalla Procura di Patti, nell’ambito dell’operazione “Tindari” hanno arrestato quattro imprenditori accusati di gestire un “comitato d’affari” che, dall’ottobre ‘98 al gennaio 2000, avrebbe deciso il “vincitore” in almeno 14 gare celebrate in vari comuni della provincia. A tradirli sono stati banali e identici errori di ortografia, che gli inquirenti hanno ritrovato in molte offerte definite con l’ausilio di un software predisposto allo scopo di calcolare la media giusta per l’aggiudicazione dell’appalto a favore di una delle ditte inserite nell’accordo. Le indagini della polizia hanno portato a scoprire appalti truccati in gare bandite dai Comuni di Patti, Gioiosa Marea, Librizzi, S.Agata Militello, Pettineo, Reitano, Furci Siculo e Casalvecchio, ed anche in quelle bandite dalla Soprintendenza ai Beni culturali, dall"Iacp di Messina e dalla Ausl 5 di Messina. Un altro piano d"indagini è stato aperto per capire se il “comitato d"affari” sia stato manovrato da una regia mafiosa, oppure sia soltanto contiguo ad esponenti della criminalità organizzata della zona tirrenica.
A marzo scatta l’operazione “Re Artù” condotta dalla Procura della Repubblica di Patti. Ha portato all’arresto di due imprenditori ed all’emissione di dodici avvisi di garanzia nei confronti di imprenditori dei Nebrodi e funzionari comunali del comune di San Piero Patti, tutti accusati di aver preso parte ad alcune “tavole rotonde” durante le quali avrebbero discusso e deciso dell’aggiudicazione delle gare d’appalto.
A giugno, una vera e propria associazione per delinquere costituita da imprenditori messinesi e del Nord e centro Italia, ha portato il sostituto Procuratore della Repubblica di Patti ad emettere 91 avvisi di garanzia ad altrettanti imprenditori e impiegati di alcuni comuni siciliani. Il record degli appalti truccati, comunque, spetta a Tortorici (Me), paese controllato dalla famiglia mafiosa dei Bontempo Scavo. Un’inchiesta partita dal racconto di un uomo molto addentrato nel sistema degli appalti, inventore addirittura, di un software per calibrare le offerte. Particolare curioso, l’espediente di risparmiare sulle marche da bollo riciclando quelle usate, pur trattando appalti sostanziosi. I fatti contestati riguardano gli anni 1993-1995, immediatamente successivi alla Tangentopoli dei Nebrodi. Finito il tempo delle grandi spartizioni, gli imprenditori si sarebbero organizzati per continuare a gestire lavori pubblici minori: appalti pilotati con sistemi complessi basati sul condizionamento delle offerte. Sistema cui avrebbero partecipato anche imprenditori del Nord e del centro: tra gli indagati figurerebbero oltre a cinque romani, anche imprenditori toscani, lombardi e dell’Emilia Romagna. Un ruolo fondamentale, ovviamente, sarebbe stato svolto dagli impiegati dei comuni che aiutavano le imprese ad intervenire sui documenti.


8.1.1 Il “riciclaggio” della mafia a spese del territorio

All’interno del ciclo del cemento gli interessi di Cosa Nostra non si limitano esclusivamente alla gestione degli appalti pubblici. Altro terreno fertile d’investimento è rappresentato dalle operazioni finanziarie volte a “ripulire” i capitali illeciti, reinseriti nel mercato con manovre apparentemente legali. Forse proprio per questo, il procuratore di Palermo Pietro Grasso afferma che "la mafia è vincente" appunto perché opera in silenzio e non suscita più allarme sociale, riciclando i suoi profitti illeciti in circuiti economici legali, come dimostrano diverse operazioni antiriciclaggio realizzate dalle forze dell’ordine nel 2001.
A marzo un’operazione della Guardia di finanza coordinata dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo ha permesso di sequestrare un noto complesso residenziale a Portorosa, vicino Furnari, sulla costa nord della provincia messinese. Novantatre villette a Portorosa e quattordici a Vulcanello facenti parte del complesso turistico “Vulcano blu residence”, ed altri beni sparsi in tutta Italia del valore di 900 miliardi. Tutti sequestrati in quanto riconducibili a esponenti mafiosi. Un vero e proprio villaggio della mafia, acquistato con un’operazione complessa pensata al fine riciclare denaro sporco della famiglia mafiosa Montalto di Villabate.
Stessa situazione è stata riscontrata ad ottobre sulla costa di Campobello di Mazara in provincia di Trapani. Nel disordine di case abusive, cresciute come funghi, erano stati realizzati l’albergo Ramuxara ed un parco acquatico che nascondevano il “trucco”. Secondo la Guardia di finanza e carabinieri il parco acquatico e il complesso alberghiero sarebbero serviti a riciclare un bottino di undici miliardi, frutto di una rapina compiuta in Svizzera nel 1995. Un’operazione di “lavaggio” attraverso la quale il boss latitante di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro, avrebbe anche ottenuto una cospicua percentuale.


8.1.2 Il ritorno delle opere inutili

In molte parti dell’Isola si sta registrando il ritorno di vecchie opere pubbliche, spesso inutili e devastanti per il territorio. Progetti pensati all’epoca di tangentopoli. Quando il finanziamento veniva acquistato direttamente dalle imprese che poi redigevano di fatto il progetto e lo proponevano ad amministrazioni compiacenti, le quali si prestavano semplicemente a farlo realizzare. Un meccanismo che veniva “lubrificato” a suon di tangenti elargite a funzionari pubblici, politici e amministratori.
Si tratta quasi sempre di progetti sovradimensionati e devastanti con enormi impatti sul territorio, che i comuni continuano ad inserire nei piani triennali delle opere pubbliche e nei programmi dei finanziamenti europei. È necessario attivare un’attività di rivisitazione e controllo delle opere pubbliche in attesa di finanziamento, selezionando quelle effettivamente necessarie alla collettività, aggiornandone le tecniche d’intervento, il più delle volte obsolete.
Un esempio di tale meccanismo è stato individuato in provincia di Messina, precisamente nel Comune di Piraino. Si tratta del Progetto di Consolidamento del Centro Storico del quale si sta occupando con una ferma battaglia il Circolo di Legambiente Nebrodi. Un intervento progettato agli inizi degli anni novanta da un’amministrazione il cui consiglio comunale venne sciolto, qualche anno più tardi, per infiltrazioni mafiose. Opera finanziata dalla Regione Siciliana per un importo di oltre sei milioni d’euro. Uno dei più consistenti della Sicilia. Legambiente e Cgil di Messina hanno denunciato il rischio d’infiltrazione nell’appalto da parte della criminalità organizzata. Il progetto prevede la realizzazione di muraglioni in cemento armato alla base dell’antico complesso urbano di Piraino, in una zona sottoposta a vincolo paesaggistico. La gara d’appalto al momento è stata sospesa in via cautelativa a seguito delle segnalazioni di Legambiente.
Centinaia di lottizzazioni, villaggi turistici, alberghi, strutture ricettive, sportive e residenziali, sono stati presentati, invece, nei Piani di Riqualificazione Urbana e Sviluppo Sostenibile del Territorio, comunemente conosciuti come PRUSST. Iniziative progettuali che non hanno nulla a che vedere con i principi dello sviluppo sostenibile e la riqualificazione. Un esempio eclatante è costituito dal maxi pacchetto denominato PRUSST Valdemone, con capofila il Comune di Randazzo, in cui sono stati “ricollocati” tanti dei progetti abbandonati all’epoca di Tangentopoli.


8.1.3 Abusivismo, tra luci e ombre

Nonostante i continui tentativi dei governi regionali che si sono fin qui succeduti (ultimo la giunta Cuffaro) di varare una devastante sanatoria edilizia, camuffandola con i più folcloristici nomi, il 2001 si segnala, in diverse aree della Sicilia, come una tappa del lungo e difficile processo di ritorno alle legalità, soprattutto nella martoriata fascia costiera. I dati, del resto, sottolineano l’urgenza di un’efficace azione repressiva: anche nel 2001, infatti, la Sicilia, con 4.494 case abusive, occupa la seconda posizione nella classifica del cemento illegale, preceduta solo dalla Campania. Si tratta di oltre 674.000 metri quadrati di cemento abusivo per un valore immobiliare stimabile in oltre 300 milioni di euro.
Uno dei risultati di questa nuova stagione di lotta all’abusivismo è stato l’abbattimento del complesso di Cala Galera, a Lampedusa uno degli ecomostri sempre in vetta nelle classifiche di Legambiente, avvenuto proprio all’inizio del 2002. Ventunomila metri cubi di cemento su una delle più belle insenature dell"isola, nel cuore della riserva naturale orientata di Lampedusa. Dodici scheletri abbandonati da ventotto anni, costruiti dagli amici di Michele Sindona, il banchiere italoamericano che in Sicilia aveva tentato anche la strada della speculazione edilizia agli inizi degli anni "70. Contro il villaggio Sindona si sono avventate le ruspe di una piccola impresa di Porto Empedocle, chiamata dal Comune di Lampedusa per procedere all"abbattimento delle strutture. Il progetto originario prevedeva la realizzazione, su un"area di 58 ettari, di un albergo e una serie di villette unifamiliari, con una capienza complessiva di 1.100 posti letto, ed era stato approvato dal Comune di Lampedusa nel 1972. La costruzione fu affidata all"impresa di un fedelissimo di Sindona, Jo Macaluso, poi arrestato per la vicenda del falso sequestro del banchiere. Il cantiere si fermò nel 1974, quando erano stati realizzati solo 12 scheletri delle strutture progettate. Fallita la società proprietaria dell’area, la Interfinanza, il complesso fu acquisito dalla società Piccolo Brunelli spa di Milano, che nell"86 ha presentato istanza di sanatoria, respinta dal Comune. Dopo una lunga battaglia giudiziaria, conclusasi con la vittoria dell"amministrazione lampedusana, il sindaco aveva firmato il 22 marzo del 2000 l"ordinanza di demolizione, decisione confermata all"unanimità il 29 marzo dal consiglio comunale, che aveva bocciato la proposta della prefettura di Agrigento per la conversione del Villaggio Sindona in un centro di accoglienza per extracomunitari clandestini.
In prima fila, come spesso capita in Sicilia, è soprattutto la magistratura: va avanti da mesi una maxi-inchiesta sull"abusivismo edilizio coordinata dalla Procura di Termini lungo l’intera costa, da Finale di Pollina fino a Bagheria e condotta dagli uomini del Nucleo di polizia giudiziaria del Corpo forestale, affiancati anche dal Nucleo di pg della Capitaneria di porto. Dieci uomini in tutto che una volta lasciate le tranquille scrivanie, hanno dato un grosso scossone all’abusivismo selvaggio nella costa. Sono finti sotto inchiesta alberghi, hotel, appartamenti, ville in riva al mare, interi villaggi turistici. Un’azione incisiva con numeri davvero importanti: 175 indagati per abusivismo, 4 miliardi di oneri che lo Stato ha incassato dalle concessioni demaniali marittime, finora mai riscosse. Nella maxi inchiesta sono finiti quasi tutti gli alberghi della zona, piccoli e grossi che si affacciano al mare e che avevano pensato bene di realizzare strutture in cemento sugli scogli per consentire ai clienti una fruizione esclusiva dl mare. Piste da ballo, locali adibiti a bar, cabine e spogliatoi, magazzini, terrazzamenti. Su tutto questo sono scattati i sigilli, della procura di Termini Imerese.
Dopo indagini, controlli e sopralluoghi (anche con l’ausilio di motovedette) eseguiti su disposizione del pool di magistrati della Procura di Termini Imerese, è risultato, infatti, che molte opere erano state costruite con palesi violazioni edilizie o grazie ad occupazioni abusive di suolo pubblico e demaniale. A subirne i danni non è stato soltanto l’ambiente: dai controlli sulla documentazione acquisita nel corso dell"inchiesta, è saltato fuori, oltre alla realizzazione di opere senza autorizzazioni edilizie, anche il mancato pagamento dell’indennità dovute all’erario per l’occupazione del demanio marittimo. Una grossa truffa, resa possibile anche dalla complicità di funzionari pubblici che tutto hanno fatto tranne che controllare e preservare il territorio da opere abusive.
Un esempio ancora più macroscopico, scoperto grazie alle denunce degli ambientalisti, è quello svelato sempre dalla magistratura di Termini Imerese a Cefalù. Qui è stata posta sotto sequestro una intera area tra Settefrati, Aranciotto e Capo Plaia: circa settantamila metri quadrati, con lussuose villette in costruzione tra gli ulivi millenari. Siamo nella zona “M”, nel Parco agricolo e turistico della cittadina normanna, dove le case di villeggiatura nascono come i funghi. Il “bello” della storia è che il Piano regolatore generale della città le vieterebbe (art. 13 delle Norme di attuazione), mentre stranamente in quella zona, prima del sequestro, era tutto un brulicare di cantieri edili. Iniziarono a girare le betoniere per il cemento, ma anche le voci sul modo lesto con cui si può costruire in quello che si considera il secondo polo turistico della Sicilia. I sigilli alle case, una decina in tutto, sono stati apposti nel corso di una vasta operazione condotta dagli uomini della squadra di polizia giudiziaria del Nucleo operativo regionale del Corpo forestale, dalla squadra di polizia giudiziaria dell’Ufficio circondariale marittimo di Termini Imerese, dai Carabinieri e dalla Guardia di finanza di Cefalù.
E’ bastato, invece, il ripetuto effetto annuncio di una legge di sanatoria, camuffata dalla giunta Cuffaro con improbabili intervento di recupero del territorio, per bloccare di fatto le ruspe che avrebbero dovuto proseguire le demolizioni già iniziate nella Valle dei Templi ad Agrigento, nel litorale di Carini alle porte di Palermo, nell’Oasi del Simeto a Catania, nella devastata costa di Triscina, in provincia di Trapani.
Nella Valle dei Templi, mentre sono bloccate le demolizioni di centinaia di manufatti abusivi in zona A, l’area archeologica a massimo grado di tutela, gli illeciti continuano. E sono diversi gli episodi che suscitano allarme. Alla fine del 2001, Legambiente, nel corso di una conferenza stampa ad Agrigento alla quale hanno preso parte Giuseppe Arnone, responsabile nazionale della lotta all’abusivismo edilizio, e Giuseppe Messina, segretario regionale, ha presentato un nuovo voluminoso dossier, corredato da un’ampia documentazione fotografica. L’ennesima denuncia faceva seguito ad un altro esposto dell’agosto del 2001, grazie al quale la Procura di Agrigento aveva sequestrato 30 cantieri autorizzati dal Comune di Agrigento, frutto di una mega lottizzazione abusiva perpetrata con la complicità di funzionari comunali, che avrebbero rilasciato le concessioni contro legge. L’indagine era nata da uno stralcio di quella che aveva portato, nel mese di aprile, alla condanna dell’ex Sindaco di Agrigento, Calogero Sodano, successivamente eletto senatore nelle file del Ccd, a un anno e sei mesi di reclusione, per aver tollerato l’abusivismo edilizio in cambio di vantaggi elettorali.
Nel nuovo esposto si faceva presente che i 30 sequestri operati facevano parte di una serie di ben 100 concessioni illegali rilasciate dal Comune di Agrigento e che avevano consentito l’apertura di altrettanti cantieri palesemente illeciti. Le aree oggetto delle illecite lottizzazioni erano tutte prossime al Parco della Valle dei Templi e alla fascia costiera. Legambiente, oltre a chiedere un nuovo sequestro dei cantieri ancora aperti, sollecitava la magistratura a verificare l’ipotesi di reato di associazione a delinquere a carico di chi all’interno dell’Ufficio tecnico del Comune di Agrigento aveva rilasciato il centinaio di concessioni illegali. Una conferma della gravità della situazione arriva anche dai risultati delle indagini condotte in questa provincia dall’Arma dei carabinieri nel 2001: 64 le persone arrestate per violazione dei sigilli e ben 100 i sequestri effettuati.
A Licata, sempre in provincia di Agrigento, era tutto pronto, invece, per abbattere 80 villette abusive. Era stato aggiudicato pure l’appalto ad una ditta della provincia di Palermo. Mentre al Comune venivano completate le procedura, fuori i proprietari delle villette inscenavano una manifestazione di protesta. Gli abusivi vennero ricevuti dal sindaco Giovanni Saito, il quale dichiarava che non poteva bloccare la procedura già avviata e che eventualmente solo la Regione poteva fermare l"arrivo delle ruspe. Più chiaro di così. E il nuovo vento della sanatoria targata Cuffaro arrivava anche a Licata. Gli abusivi degli immobili realizzati a meno di 150 metri dalla battigia nelle zone di Gallodoro, Pisciotto, Plaja, Montesole, Torre di Gaffe e Poliscia prima scendono in piazza a Licata, poi davanti l’Assemblea regionale in concomitanza con la discussione del disegno di legge sul ""riordino delle coste"".
Da quel momento di demolizioni non se ne parla più. La ditta di Borgetto, in provincia di Palermo, si ritira. Gli abusivi di Licata vanno al contrattacco. Dopo l"avvio delle demolizioni di alcune case costruite illegalmente, i proprietari degli edifici nel mirino della magistratura inviano addirittura un esposto denuncia al ministro degli Interni nel quale chiedono la rimozione dalle funzioni del prefetto di Agrigento, Ciro Lo Mastro. Nell"esposto vengono contestate tra l"altro anche le ""modalità di individuazione degli immobili da abbattere"". Nell"esposto firmato dai ""componenti del comitato per la tutela della casa"" si chiede anche ""le dimissioni del sindaco e del consiglio comunale di Licata e l"apertura di un"indagine conoscitiva alla commissione antimafia"". I firmatari del documento intendono inoltre conoscere il ""numero dei comuni siciliani che hanno già adottato l"azione repressiva di demolizione delle opere abusive"". L"esposto è stato inviato pure al sindaco di Licata, al procuratore di Agrigento e al presidente della Regione siciliana.
Il 5 dicembre un centinaio di abusivi riuniti in assemblea permanente ritornano a protestare occupando la sala consiliare del comune di Licata. Una delegazione di abusivi torna ad incontrare il sindaco Giovanni Saito che promette loro un proprio intervento presso il presidente della Regione Totò Cuffaro. Gli abusivi, in particolare, chiedono che sulla base della decisione assunta dal governo regionale, il prefetto di Agrigento venga invitato a sospendere la demolizioni in attesa del varo della legge sul riordino delle coste.
Gli abusivi si barricano nell"aula consiliare e decidono di proseguire l’occupazione sino a quando le loro richieste non saranno accolte. Il 6 dicembre l"assemblea permanente convocata da un centinaio di abusivi di Licata decide di sciogliere l’occupazione. La protesta viene interrotta nella convinzione che il presidente della Regione Salvatore Cuffaro, di ritorno da Roma, firmerà e invierà nello stesso tempo alla Prefettura di Agrigento la lettera che ordina la sospensione per sei mesi degli interventi di demolizione delle case abusive, in attesa della legge sul riordino delle coste. Alcuni rappresentanti del Comitato per la tutela della casa partono alla volta di Palermo, dove sollecitano un incontro con il presidente Cuffaro per far firmare la lettera di sospensione. Sono sette le case finora demolite dalle ruspe municipali; 68 le abitazioni già acquisite dal Comune e inserite nell"elenco di quelle da abbattere; 53 gli immobili destinati ad essere requisiti dal Comune, a meno che non interverranno provvedimenti capaci di fermare le ruspe. Nonostante l"assessore regionale al Territorio, Bartolo Pellegrino, abbia voluto preannunciare che la nuova legge sul riordino delle coste ""non sarà una sanatoria"", a Licata sono tutti convinti che dalla discussione della bozza legislativa in aula, potrebbe scaturire la salvezza per la maggior parte delle case abusive destinate alla demolizione.
In questo clima lo scorso 17 gennaio, Enzo Ortega, capo del Dipartimento urbanistica del Comune di Licata, il funzionario che ha firmato i provvedimenti di demolizione di 68 immobili abusivi, riceve la seconda intimidazione di stampo mafioso nel giro di sei mesi. Due giorni prima, una busta a lui indirizzata contenente un proiettile e un messaggio minatorio, è stata intercettata nell"ufficio postale di Palma di Montechiaro. Sei mesi fa, Ortega aveva ricevuto una missiva con un proiettile dal contenuto analogo. ""Non ho paura, ma in questo clima - ammette il funzionario – è impossibile lavorare serenamente"". Le minacce rivolte al funzionario comunale costituirebbero la conferma che dietro la battaglia delle ruspe covano gli interessi della criminalità organizzata. La procura di Agrigento nel novembre scorso ha aperto un"indagine anche sull"improvviso dietro-front della ditta palermitana che, come già ricordato, si rifiutò di accendere i motori delle ruspe senza fornire spiegazioni convincenti. Gli investigatori sospettano che dietro l"immotivata rinuncia dell"impresa demolitrice, protagonista di un identico rifiuto anche a Gela, si celi il ricatto del racket delle estorsioni.
Si attende l’arrivo delle ruspe demolitrici anche a Palermo: sono ben 169, infatti, le ville da abbattere a Pizzo Sella, la collina del disonore del capoluogo siciliano. La lunghissima vicenda giudiziaria si è arricchita lo scorso 19 dicembre 2001, di una nuova puntata. La Corte di Cassazione, infatti, ha confermato il provvedimento di confisca e l"obbligo del risarcimento del danno, liquidato alle associazioni ambientaliste, al Comune di Palermo ed alla Regione, costituitisi come parte civile. A decidere il destino delle abitazioni che fanno parte ora del patrimonio del Comune sarà l"amministrazione municipale. La vicenda processuale comincia nel 1978 quando la giunta comunale, guidata dal farmacista Salvatore Mantione, rilasciò 314 concessioni edilizie a Rosa Greco, moglie del costruttore Notaro e sorella del boss Michele Greco. Negli anni furono realizzati complessivamente 209 immobili, per 114 dei quali sono state presentate domande di condono. Nel 1983, dopo numerosi passaggi di proprietà, le ville furono rilevate dalla Calcestruzzi di Ravenna del gruppo Ferruzzi. I rapporti tra alcuni dei dirigenti di questo gruppo e boss mafiosi sono stati oggetto di indagini in altri processi. La ricostruzione degli iter burocratici della lottizzazione, accertarono l"esistenza di un articolato progetto fuorilegge, che avrebbe dovuto vanificare le norme di salvaguardia urbanistica. Nella sentenza di primo grado, emessa nel 2000 dal pretore, veniva disposta la demolizione delle ville non ancora completate. Le ruspe hanno abbattuto alcune costruzioni abusive, di proprietà di società dichiarate fallite, come primo atto simbolico del ripristino della legalità in un"area di interesse ambientale e paesaggistico. La decisione della Corte di Cassazione sulla lottizzazione di Pizzo Sella risarcisce la città dal disonore subito ventitré anni fa. Adesso si attende che il sindaco Diego Cammarata disponga l"abbattimento delle ville abusive costruite sulla collina simbolo delle collusioni tra mafia, politica e appalti.
Un altro dei fronti aperto in Sicilia sul versante del cemento illegale è quello dell’Oasi del Simeto in provincia di Catania: 600 le case abusive da demolire, per un totale di 250 mila metri cubi, solo 60 gli abbattimenti eseguiti. Anche in questa zona la sanatoria annunciata dal governo Cuffaro ha avuto effetti “perversi”. Il processo di bonifica e ripristino della zona è stato di fatto bloccato. Non solo: con una decisione contestata da Legambiente, il Consiglio di giustizia amministrativa (che svolge in Sicilia le funzioni del Consiglio di Stato) ha stabilito, lo scorso giugno, che alcune abitazioni della zona B dell"Oasi del Simeto, realizzate ad una distanza inferiore ai 150 metri dalla battigia, non dovevano essere demolite perché quando furono costruite la distanza era superiore. La diminuzione sarebbe stata provocata dall"erosione. Una decisione che non rispecchia la realtà. Legambiente ha dimostrato, infatti, che la costa di fronte ai villaggi abusivi Azzurro e Rainbow, a nord del fiume Simeto, non è in erosione, anzi in molti punti è avanzata di qualche metro. Dal confronto delle aerofotogrammetrie dal 1976 e del 1985 con quelle del 2000 appare evidente che quel tratto di costa è rimasto sostanzialmente stabile.
A settembre, invece, l’assessore regionale al Territorio e Ambiente, Bartolo Pellegrino, aveva lanciato la proposta di una riperimetrazione dell’Oasi. ""Entro l"inizio dell"anno sapremo quali costruzioni dell’Oasi del Simeto saranno demolite, perché incompatibili con l"ambiente, e quelle che saranno risparmiate"". ""La riserva - ha sottolineato l"assessore - va infatti riperimetrata tenendo presenti tutte le esigenze reali, riverificandole insieme. I 14 chilometri di costa catanese in questo modo potranno diventare i più belli d"Italia"". Un tentativo di modificare la perimetrazione dell"Oasi del Simeto, estromettendo circa 400 ettari di aree agricole dalla preriserva, contestato da Cgil, Wwf e Legambiente, che rischia di compromettere le ipotesi di sviluppo sostenibile nell"area della Plaja di Catania. Le demolizioni (ultima in ordine di tempo quella di una villetta a due elevazioni) proseguono solo su disposizione della magistratura. Mentre il governo regionale rassicura gli abusivi. ""Nell"Oasi del Simeto intendo onorare la parola data agli ambientalisti ma questo Governo vuole anche tutelare il diritto di proprietà”, ha dichiarato sempre l’assessore Pellegrino nel mese di dicembre. Un evidente tentativo di fermare le ruspe che porta il presidente regionale di Legambiente, Enzo Bontempo, a febbraio di quest’anno a diffidare il Comune di Catania affinché faccia demolire le costruzioni abusive insanabili nella zona A della riserva naturale e nella fascia di 150 metri dalla costa. Una diffida rivolta al sindaco, Umberto Scapagnini, e al funzionario Luigi Asero che secondo Legambiente, non hanno più provveduto ad effettuare le demolizioni delle costruzioni abusive per le quali è stato già ultimato l"iter di acquisizione al patrimonio comunale. Sessanta demolizioni sono state eseguite prima dell"insediamento dell"attuale giunta, che, a giudizio di Legambiente, senza alcuna ragione tecnico-amministrativa ha interrotto inspiegabilmente le attività repressive. Legambiente rileva che il Comune ha da tempo reso noto che al 28 giugno dell"anno scorso erano state completate tutte le procedure amministrative per la demolizione di altre costruzioni e che il 17 e il 29 maggio scorsi erano state tenute due conferenze di servizio per stabilire le modalità degli interventi demolitori e le relative priorità. Trascorsi oltre otto mesi, Legambiente ha inviato la diffida per la demolizione delle case abusive delle quali, rigettata la sanatoria, è avvenuta l"acquisizione al demanio municipale. La risposta del governo della regione è di questi giorni. L"assessore regionale Pellegrino, ha firmato l’8 marzo il decreto di riperimetrazione dell"Oasi del Simeto a Catania.
L’ultimo fronte nella lotta all’abusivismo edilizio, è lo scempio di Triscina. Da anni gli amministratori della cittadina di Castelvetrano (32.000 abitanti in provincia di Trapani) cercano di risolvere il problema dell’abusivismo edilizio nella frazione di Triscina, dove ben 9.000 edifici sono stati costruiti illegalmente, a pochi chilometri dai tempi di Selinunte. Triscina d’inverno ha duemila abitanti e d’estate ne ha trentamila. Ciò vuol dire che quasi tutti gli immobili abusivi sono seconde case. Tutte le ordinanze di demolizione e di acquisizione al patrimonio comunale emesse sono state impugnate dai proprietari e sospese dal Tar. Il sindaco aveva chiesto l’intervento della Regione Sicilia perché alcuni assessori regionali avevano promesso agli abusivi di risolvere loro il problema. Il sindaco ha più volte ribadito che le abitazioni abusive sorte nella fascia compresa tra i 300 e i 100 metri dalla battigia (circa 300) vanno senza esitazione demolite. Per tutte le altre secondo il sindaco sarebbe preferibile evitare la demolizione per evitare di rendere Triscina un cumulo di calcinacci. Il sindaco aveva suggerito alla Regione di prendere un provvedimento straordinario di riordino del territorio che gli consentisse di far pagare una tassa doppia agli abusivi e, incamerando il notevole importo, utilizzare tale somma per ricostruire Triscina e Castelvetrano dotandole di infrastrutture urbanistiche moderne, dalle fogne all’arredo urbano. In molti a Triscina temono che simili provvedimenti non si prenderanno mai.
Il mattone selvaggio non risparmia neppure le grandi città. Ad esempio nella sola città di Palermo si assiste ad un fenomeno di abusivismo strisciante ma che con il passare degli anni assume numeri sempre più importanti. Soltanto nello scorso anno, gli uomini della Polizia municipale hanno sequestrato ben 120 costruzioni, realizzate illegalmente. Piccoli e grandi caseggiati che vengono su in una o due notti e che poi lentamente vengono completati e rifiniti. Almeno 150 le persone denunciate. Il quadro che emerge dal lavoro di ricerca realizzato da Legambiente trova significative conferme nelle relazioni svolte durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario da diversi procuratori generali siciliani, in particolare per quanto riguarda le attività di contrasto dell’abusivismo edilizio. Come nella drammatica situazione di Gela: “Difficoltà enormi si riscontrano nel momento i cui si deve dare esecuzione agli ordini di demolizione portati dalle sentenze di condanne”, afferma Giuseppe Barcellona, Pg presso la Corte d’appello di Caltanissetta. Solo per dare un’idea dei problemi da risolvere, il genio Militare, incaricato dell’esecuzione, rivela il procuratore generale, “oltre che preventivare per ciascun manufatto da abbattere una spesa di circa 40milioni (di lire, ndr), richiede la stipula di polizze assicurative a favore dei proprietari di immobili contigui a quelli da demolire”.
Il Procuratore generale di Palermo, Salvatore Celesti, denuncia “una pericolosa sensazione di anarchia, già ben visibile, per esempio, nel comparto dell’edilizia e in quello ambientale, dove, di fatto, non trovano più repressione neppure gli abusi più gravi”. Lo stesso Procuratore aggiunge che “assolutamente irrilevante o del tutto assente, a prescindere dalla formale emissione di ordinanze di demolizione e di acquisizione al patrimonio che per lo più rimangono lettera morta, è l’opera degli organi comunali e regionali preposti al ripristino e al recupero del territorio”. La Procura generale, annuncia Celesti, ha iniziato “una complessa attività diretta a realizzare la demolizione coattiva delle costruzioni abusive, in esecuzione delle corrispondenti sentenze definitive di condanna”. Vale la pena riportare, infine, in maniera pressoché integrale un passaggio nella relazione fatta dal Procuratore generale di Catania, Giacomo Scalzo. “Rimane diffuso il fenomeno dell’abusivismo e edilizio e si registra un aumento dei reati in tale settore: in molti casi sono stati violati anche i sigilli posti a seguito dei sequestri dei cantieri e ciò ha determinato l’applicazione di misure cautelari a volte la misura degli arresti domiciliari. L’esigenza della tempestiva e giusta punizione è purtroppo frustrata dai tempi lunghi del processo penale ed in parte da una strisciante tolleranza che si associa a ritornanti promesse di sanatoria. Sicuramente il contrasto del fenomeno appare inadeguato sul piano normativo, atteso che il reato, previsto come contravvenzione, è destinato in moltissimi casi ad estinguersi per prescrizione e le sentenze di condanna, anche con la pronunzia di demolizione del fabbricato, trovano di rado sostanziale esecuzione
Sul fronte delle attività estrattive è da segnalare il sequestro di due cave abusive di materiale lavico individuate dal Corpo forestale regionale nel parco dell’Etna, in località Montalto, ad Adrano e in località Nocella, a Mascali. Cinque persone sono state denunciate per violazione della normativa sulla tutela ambientale.

8.1.4 I dati delle forze dell’ordine

Per quanto riguarda, infine, i dati relativi alle attività svolte dalle forze dell’ordine, la Sicilia, con 954 infrazioni accertate si colloca al terzo posto, dopo Campania e Calabria, nella classifica relativa al ciclo del cemento. Un numero di illeciti in deciso aumento: oltre il 52% in più rispetto al 2000, quando le infrazioni accertate erano state 626.

IL CICLO DEL CEMENTO - I DATI DELLE FORZE DELL’ORDINE

Infrazioni accertate Cta-Cc* 26 GdF 23 C.di P. 793 CFR 112 PS - TOTALE 954
Sequestri effettuati Cta-Cc* 3 GdF - C.di P. 112 CFR - PS - TOTALE 115
Valore sequestri (in migliaia di €) Cta-Cc* 207 GdF 7.288 TOTALE 7.494
Fonte: elaborazione Legambiente su dati forze dell’ordine (2001)
*: dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi ai controlli sui seguenti obiettivi: cave e industria estrattiva, imprese edili e costruzioni, industria mineraria.


 Rapporto Ecomafie: opere pubbliche e illegalità 1 @ 1:08:18 AM
di a cura di Legambiente

8.2 Campania

Una Campania a due facce: da un lato vanno giù con determinazione e coraggio gli ecomostri; dall’altro si continua a costruire irregolarmente. Spetta di nuovo a questa regione, infatti, il triste primato delle nuove case abusive costruite in Italia nel 2001: sono ben 4.985, secondo le stime elaborate dal Cresme, per una superficie equivalente a 747.750 metri quadrati e un valore immobiliare di circa 350 milioni di euro. Il 2001 e questi primi mesi del 2002, fortunatamente, sono stati caratterizzati dell’abbattimento degli ecomostri delle villette della camorra di Eboli, della prima torre del Villaggio Coppola e degli scheletri di Punta Licosa nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diana. E parallelamente si sono svolte innumerevoli operazioni di polizia tese ad arginare il fenomeno. La lotta all’abusivismo edilizio è diventato, anche per queste ragioni, uno dei cavalli di battaglia del Presidente della Regione Campania Antonio Bassolino che in vari interventi pubblici ha sempre sottolineato “la ferma volontà della Regione nel perseguire due obiettivi fondamentali nel governo del territorio: il ripristino della legalità e la contrarietà ad ogni ipotesi futura di condoni"”. Mettere in moto le ruspe, in una regione leader da anni nella classifica del mattone selvaggio, è davvero una priorità, come ha sottolineato lo stesso Procuratore generale della Corte d’Appello di Napoli, Renato de Tullio, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2002: “L’abusivismo edilizio, specie nel Comune di Napoli, ha assunto una notevole rilevanza, anche per l’accertata connessione con gravi reati contro la Pubblica Amministrazione, commessi con il rilascio di concessioni di edilizie illecite. Ma la gran parte dei procedimenti si è conclusa solo in primo grado, con l’applicazione della causa estintiva della prescrizione, essendo i relativi termini particolarmente brevi. Tanto costituisce senza dubbio un incentivo al diffondersi del fenomeno (…). Permanendo tale stato di fatto, la misura cautelare reale del sequestro degli immobili abusivi finisce con l’assumere la valenza di sola ed effettiva sanzione, peraltro a carattere provvisorio”. Una relazione che dedica alle costruzioni abusive uno specifico paragrafo e che rilancia l’allarme per Napoli e Provincia. “Permane, come negli anni scorsi – si legge nella relazione - un elevato grado d’aggressività al territorio, sia dal punto di vista urbanistico/paesaggistico, sia ambientale. Nei comuni dell’hinterland napoletano, specie dove esistono zone non ancora urbanizzate, la regola continua ad essere quella dell’edificazione in assenza di titolo abilitativo, edificazione portata a termine con reiterate violazioni di sigilli, nella convinzione che gli inconvenienti derivanti dalla risposta del sistema giudiziario, siano di gran lunga inferiori al vantaggio derivante dalla edificazione abusiva. E ciò anche nei comuni sottoposti a vincoli di carattere paesaggistico”.


8.2.1 Napoli: la paralisi infinita del condono edilizio

Una città dove per anni il sacco edilizio è stato la regola, cresciuta in modo caotico ed in disprezzo a qualsiasi regola urbanistica. Interi quartieri costruiti senza una licenza edilizia, giunte comunali che si compongono e si sciolgono a seconda dell"adesione o meno agli interessi degli speculatori. E’ questo il quadro che emerge dalla lettura dei dati forniti dal Servizio progetto Condono del Comune, presentati nel Rapporto sullo Stato dell’Ambiente della Provincia di Napoli: nel capoluogo di provincia gli abusi edilizi per cui sono state presentate istanze di condono sono complessivamente 100.164 di cui il 21% riguarda abusi realizzati in zona vincolata ai sensi della legge 1497/39 e 431/85. Moltissime di queste pratiche, circa 75mila sono non evase, con una perdita secca per le casse comunali di circa 130 milioni di euro (250 miliardi di vecchie lire). Soldi che dovrebbero essere reinvestiti in opere di urbanizzazione. Il danno dal punto di vista dell’amministrazione è, in realtà, doppio, visto che chi aspetta il condono non può pagare nemmeno l’Ici. Ma non finisce qui. Come viene riportato da un’indagine del quotidiano “Il Mattino” dello scorso dicembre i soldi del condono vengono messi regolarmente nel bilancio preventivo del Comune: 20 miliardi per ogni annualità, anche se in realtà l’amministrazione ne incassa solo 4. La mappa dell’abusivismo è concentrata soprattutto nei quartieri di Pianura, Soccavo, Camaldoli, Chiamano e Soccavo. Un fenomeno che non si arresta: nel mese di ottobre, infatti, un imponente tentativo di cementificazione della collina dei Camaldoli, una delle zone della città a rischio idrogeologico, già martoriata dall’abusivismo, viene sventato dalla Nucleo antiabusivismo della Polizia municipale. Un’area di 17mila metri quadrati, classificata come zona agricola e situata sul versante della collina interessato da una frana, era stata frazionata in lotti di 1000 e persino 500 metri quadri l’uno, pronti per essere venduti e nei quali era state già avviata la costruzione di edifici e la realizzazione di infrastrutture, in particolare strade. Cinquanta le persone denunciate, tra cui ben quattro notai, due architetti e un tecnico, perito edile. L’area interessata alla speculazione edilizia si trova nella zona dei Camaldoli, in cui il Comune di Napoli aveva demolito, nei mesi precedenti, ben 27 costruzioni fuorilegge.


8.2.2 Baia La Gaiola: cemento sui resti archeologici

Un salone per ricevimenti nuziali sui resti archeologici della Gaiola con vista sul mare. Con una sentenza esemplare la Quarta sezione del Tribunale di Napoli, ha condannato l"ex ambasciatore Lorenzo Tozzoli a 3 anni e sei mesi di reclusione, l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, l’abbattimento dell"opere abusive e il pagamento delle pene accessorie per reati di costruzione in assenza di concessioni edilizie, nonchè di distruzione o alterazione di bellezze naturali di luoghi soggetti a vincolo ex legge 1497/39. Abusi che hanno deturpato le bellezze archeologiche della Baia di Capo Posillipo. In questi anni è stato un susseguirsi continuo di abusi e violazioni di sigilli. Le opere hanno determinato, tra l"altro, la demolizione delle mura romane emergenti dalla Villa di Velio Pollone, inglobamenti delle stesse mura perimetrali, distruzione delle rovine esistenti a ridosso della spiaggia. L"ex ambasciatore si era già visto rigettare dalla Commissione edilizia ben 12 domande di condono. Un tentativo per evitare che i provvedimenti di abbattimento fossero eseguiti. La storia inizia circa 30 anni fa, quando l’ex sindaco socialista Pietro Lezzi, allora presidente dell’Ente provinciale del turismo denunciò con un’interpellanza che l’ambasciatore stava costruendo a pochi metri dalla sua dimora ben sette villini. Ma miracolosamente, Tozzoli ebbe tutte le autorizzazioni. Successivamente il diplomatico allargò tutta la sua proprietà, fino a quando nel 1994, iniziarono le visite dei vigili urbani che cominciarono ad apporre i sigilli. Almeno sette, negli ultimi anni. Ma i lavori continuavano come se nulla fosse. Fino alla sentenza del Tribunale di Napoli. Proprio all’indomani del verdetto, lo stesso Comune ha aperto un dossier sul caso Gaiola, scoprendo che negli ultimi anni erano state oltre duecento le richieste di condono di opere abusive compiute nella baia di Virgilio. Quasi tutte respinte. Adesso si aspettano solo le ruspe demolitrici per ridare magia a un luogo ancora splendido.


8.2.3 Cemento in costiera: continuano gli abusi

E proprio il caso di dirlo: i signori del cemento in costiera amalfitana non conoscono ferie. E’ soprattutto nel periodo estivo, infatti, che le costruzioni illegali continuano a proliferare. Secondo i dati dei Carabinieri della Compagnia di Amalfi, ancora una volta Positano rimane il centro più colpito dall’abusivismo edilizio, con 1500metri quadrati di opere abusive sequestrate e 52 persone denunciate. Complessivamente, nel corso dell’anno nell’intera costiera sono stati sequestrati circa 3mila metri quadri di manufatti abusivi, dal valore di svariati miliardi, 102 le persone denunciate. Il 2001, del resto, è caratterizzato da un vero e proprio stillicidio di sequestri. Nel mese di febbraio è la Guardia di finanza che mette i sigilli a una costruzione abusiva nel Comune di Positano, individuata con l"ausilio di un elicottero. Passano poche settimane e i militari della Guardia di finanza della brigata di Positano sequestrano, questa volta a Ravello, un manufatto sul quale erano in corso lavori di ampliamento privi di ogni autorizzazione edilizia. Anche in questo caso l"immobile abusivo è stato individuato, nascosto nella vegetazione, grazie all"ausilio di un elicottero. La storia si ripete nel mese di maggio: gli elicotteri della Guardia di finanza scovano 12 villette abusive costruite su un area demaniale in una zona a ridosso del fiume, nel comune di Maiori, pronte per essere date in affitto ai villeggianti. Undici persone vengono denunciate all"autorità giudiziaria con le accuse di danneggiamento, distruzione e deturpamento di zone di particolare interesse ambientale e realizzazione abusiva di opere edilizie. Una lussuosa villa dal valore di circa 10 miliardi di lire, completamente abusiva, viene sequestrata dai carabinieri della Compagnia di Amalfi in località Marmorata di Ravello. E il sostituto procuratore della sezione ambiente del Tribunale di Salerno, Angelo Frattini, ne chiede l"abbattimento. Il quadro che emerge da queste attività segnala una situazione ormai satura sulla costa, per cui i pirati del mattone si spostano verso le zone alte, finora non sufficientemente controllate.
Subisce gli attacchi dell’abusivismo anche il Parco nazionale del Cilento. A febbraio, un"area di circa 1.800 metri quadrati, adibita a cantiere edile, nella quale erano in fase di costruzione delle villette a schiera, viene sequestrata a Casalvelino Marina (Salerno) dalla Guardia di finanza. Durante i controlli, i finanzieri hanno riscontrato che i lavori in corso erano abusivi, in quanto realizzati in difformità alle concessioni edilizie rilasciate. Quattro persone sono state denunciate all"autorità giudiziaria per violazioni alla normativa ambientale. Accanto alle case, spuntano anche le cave abusive: i Carabinieri di Spari sequestrano un’area di 10.000 mq e due mezzi meccanici, per un valore complessivo di oltre 400milioni di lire. L’area era stata adibita, senza autorizzazioni, all’attività estrattiva di inerti. Tre le persone denunciate.


8.2.4 Dai campeggi di Paestum al sacco del casertano

Il primo sequestro è dell’otto novembre scorso: 43.000 metri quadri di area demaniale, in zona protetta, trasformati in un campeggio con tanto di opere abusive. Il secondo sequestro il sei dicembre: questa volta l’area è di 16.000 metri quadri. La zona in questione è Torre di Mare, a Capaccio, nella fascia di pineta quasi a ridosso delle mura di Paestum. Due campeggi, a 500 metri di distanza, in cui vengono infranti vincoli archeologici, paesaggistici ed ambientali. Nel primo era stata realizzata illegalmente una strada asfaltata di quasi due chilometri, bungalow e un edificio utilizzato come market, bar, sala giochi e tavola calda. Sequestro dell"intera struttura e denuncia a piede libero per il responsabile. Nel secondo caso, la Guardia di finanza di Agropoli, diretta dal capitano Livio Petralia, mette i sigilli a un locale per la direzione, un altro per il market ed ancora una struttura in cui sono ubicati i servizi igienici, tutti abusivi. Ma non solo. All"interno dell"area sono stati costruiti anche numerosi appartamenti: 4 con vani a piano terra e ben 34 con portico a piano terra e vani al primo piano. Tutto in violazione di diversi vincoli: dalla legge 220 del "57, che vieta di costruire entro 1000 metri di distanza dalle mura antiche di Paestum, alla legge Galasso, che riguarda il patrimonio paesaggistico e ambientale. Immobili dunque che non sono mai stati (nè potevano esserlo) condonati.
Ha caratteristiche, invece, prevalentemente residenziali l’abusivismo edilizio in provincia di Caserta. Centrale operativa, la zona di Casal di Principe, dove a gennaio i carabinieri del comando provinciale denunciano 27 persone responsabili di abusivismo edilizio, mettendo sotto sequestro sette immobili per un valore di circa tre miliardi. Tra i denunciati vi sono affiliati al clan dei casalesi. Altre 27 persone vengono denunciata nel maggio scorso sempre per abusivismo edilizio con vari immobili messi sotto sequestro per un valore di due miliardi. Ci spostiamo di pochi km e nella zona di Casapesenna, San Cipriano d’Aversa ben 22 persone, tra cui diversi affiliati al clan dei Casalesi, vengono denunciate per opere abusive. Anche qui sequestrati sette manufatti per un valore di sette miliardi.


8.2.5 Cave senza piano

Il Piano cave regionale non è stato ancora approvato. E anche di questo vuoto approfittano i gestori delle attività estrattive illecite. Un problema particolarmente grave nella provincia di Caserta: ben 18 persone vengono denunciate tra Maddaloni e Cervino. Due le cave dove proseguiva illegalmente l’attività estrattiva, sequestrate insieme a mezzi e attrezzature per un valore di oltre 2,5 milioni di euro. Un’altra cava abusiva viene sequestrate nei pressi del fiume Volturno nel comune di Faicchio, in provincia di Benevento: due le persone sorprese mentre stavano usando escavatore e camion per estrarre e trasportare inerti fluviali senza le relative autorizzazioni.
La quantità di attività estrattive, legali o meno, realizzate in Campania è davvero impressionante: la stessa Regione ha recentemente censito ben 1.114 cave di cui 643 (57,7%) abbandonate e 353 (31,7%) dismesse e sospese. Ben 891 cave (80%) sono state schedate (L.Morrica, 2000) in aree vincolate e appena 56 (5%) sono quelle in cui sono stati effettuati di ripristino, peraltro obbligatori per legge. Il maggior numero di cave è stato censito nella provincia di Caserta: sono ben 328, circa il 30% del totale. Al secondo posto figura la provincia di Salerno con 311 cave presenti sul territorio, circa il 28% del totale regionale. Il danno ambientale causato da queste attività è difficilmente stimabile: nella sola area del Monti Tifatini, in provincia di Caserta, gli oneri del ripristino tra cave attive e abbandonate ammonterebbero a oltre 3,6 milioni di euro (A.Buondonno, 1997).

LE CAVE IN CAMPANIA (2001)
Il dato è diviso per province

Avellino Attive 32 Abbandonate 77 Dismesse 29 Sospese 5 Totale 143 % sul tot. 12,84
Benevento Attive 10 Abbandonate 78 Dismesse 77 Sospese 5 Totale 170 % sul tot. 15,26
Caserta Attive 22 Abbandonate 220 Dismesse 51 Sospese 35 Totale 328 % sul tot. 29,44
Napoli Attive 20 Abbandonate 114 Dismesse 27 Sospese 1 Totale 162 % sul tot. 14,54
Salerno Attive 34 Abbandonate 154 Dismesse 86 Sospese 37 Totale 311 % sul tot. 27,92
Totali Attive 118 Abbandonate 643 Dismesse 270 Sospese 83 Totale 1.114
Fonte: elaborazione Legambiente su dati Regione Campania


8.2.6 Gli appalti della camorra

Il ruolo della camorra nel ciclo illegale del cemento non si limita, ovviamente, al solo abusivismo edilizio. Come hanno confermato i risultati del grande lavoro effettuato negli ultimi anni dalla Dia di Napoli diretta da Guido Longo (che ha portato, tra l’altro, all’arresto di criminali del calibro di Francesco Schiavone, detto Sandokan, Costantino Sarno, Mario Fabbrocino, e non ultimo Angelo Nuvoletta) i nomi eccellenti della camorra napoletana hanno quasi tutti robusti interessi economici nel settore degli appalti. Un collaudato sistema consente alle organizzazioni camorristiche di presentarsi sul mercato nazionale delle opere pubbliche, dove attraverso un’abile regia vengono riciclati ingenti capitali provenienti da attività illecite, si sviluppa una spietata concorrenza con altri imprenditori, vengono alterante e inquinante le regole del mercato. “Per quanto riguarda l’immediato futuro, è presumibile che la conflittualità tra i clan torni alta in considerazione dei circa 60.000 miliardi di lire (oltre 30 miliardi di euro, ndr) che il Governo e la Comunità europea hanno stanziato per la realizzazione di opere pubbliche nell’intera Regione Campania”. Questo l’allarme lanciato nella Relazione sull’attività svolta dalla Direzione investigativa antimafia relativa al primo semestre 2001. Un allarme rilanciato anche nella relazione, sempre relativa al primo semestre 2001, sulla Politica informativa e della sicurezza elaborata dal Cesis: “Gli stanziamenti per l’ammodernamento di rilevanti opere pubbliche potrebbero determinare nuovi scontri fra i clan dediti all’inserimento nelle procedure di assegnazione degli appalti e dei servizi pubblici ed alla gestione delle attività commerciali ed industriali sottratte alle vittime del racket e dell’usura”.
Tutto giustificato se si pensa ai miliardi in gioco. L’ultimo capitolo è scritto nella Finanziaria: 17mila miliardi che arriveranno in Campania nei prossimi 10 anni grazie alla legge obiettivo che finanzia le opere pubbliche di primaria importanza, dal completamento della rete ferroviaria e stradale alla sistemazione dei porti ed aeroporti, dal potenziamento dei collegamenti con la costruzione degli aeroporti di Nola e Marcianise, alla interconnessione del sistema di alimentazione idrica. Senza contare i fondi europei: altri 17mila miliardi fino al 2006, se sarà rispettata la capacità di spesa da parte della Regione. Tra le opere più rilevanti figura il completamento dei lavori sulla Salerno-Reggio Calabria, l’ipotesi di una nuova linea ferroviaria per Bari, nuove bretelle autostradali tra Caserta e Benevento, il capitolo del risanamento ambientale da un capo all’altro della Campania. E’ facile immaginare gli appetiti che saranno alimenatti negli ambienti della malavita organizzata.
Proprio gli appalti pubblici e l’abusivismo edilizio sono stati, del resto, al centro dei provvedimenti di scioglimento per infiltrazione camorristica dei comuni di Pompei e Santa Maria la Carità, in provincia di Napoli. L’inchiesta da cui scaturisce il provvedimento che lo scorso 31 agosto ha portato allo scioglimento del consiglio comunale di Pompei, parte dall’operazione Icaro, portata a termine nell’aprile scorso dai carabinieri dei Ros e del Gico della Guardia di finanza contro il clan Cesarano. L’inchiesta portò all’arresto di 68 persone affiliate al clan ed al sequestro di beni per oltre 150 milioni di euro (in particolare ben 39 ditte, società e cooperative, tra le quali il cementificio Cime Beton e 124 unità immobiliari). Il “polmone finanziario” del clan Cesarano era il mercato dei fiori di Pompei dove l’organizzazione camorristica aveva radicato le sue attività illecite. Il clan era intervenuto anche nella risoluzione di un crisi di maggioranza verificatasi nel maggio 2000. E alle pressioni del clan Cesarano sarebbero riconducibili anche le autorizzazioni della Sopraintendenza dei beni archeologici di Pompei per la lottizzazione della località Sant’Abbondio.
Nelle motivazioni con cui si arriva allo scioglimento per infiltrazioni camorristiche del Comune di Santa Maria La Carità, sono chiari i riferimenti alla mancata repressione degli abusi edilizi e quelli relativi agli interessi dei clan sugli appalti pubblici. “I settori in cui è emerso segnatamente l’utilizzo della pubblica amministrazione per personali tornaconti affaristici - si legge nella Relazione firmata dal ministro dell’Interno - sono quelli dell’edilizia e degli appalti pubblici. I condizionamenti operanti dalla criminalità organizzata nel settore edilizio resi ancora più gravi dai vincoli ambientali cui è sottoposto il territorio, emergono, in particolare dall’accertata omissione dell’attività di repressione degli abusi edilizi. In particolare risulta che gli edifici abusivi, non siano mai stati demoliti né acquisiti al patrimonio comunale pur in presenza dei pressuposti giuridici”. Non solo: “Nel riscontrare una sostanziale paralisi dell’azione amministrativa dell’Ente – prosegue la relazione - la commissione d’accesso ha evidenziato che le recenti indagini investigative hanno dimostrato come l’accaparramento degli appalti pubblici da parte dell’organizzazione criminale locale, costituisse, in prospettiva, il corrispettivo dell’appoggio elettorale assicurato alle ultime elezioni”.
Ovviamente non potevano rimanere fuori dai tentacoli criminali gli appalti per la realizzazione della Tav. Un affare da oltre 7,5 miliardi di euro per far viaggiare ad "alta velocità" anche le Ferrovie italiane, sul quale avrebbero puntato numerosi potentati economici, ma anche la criminalità organizzata, come già segnalato da Legambiente nei precedenti Rapporti sul fenomeno dell’ecomafia. Un’ulteriore conferma è arrivata, l’8 maggio dello scorso anno, quando la Dia ed i carabinieri di Caserta sequestrano beni mobili ed immobili per un valore di circa 20 miliardi di lire agli imprenditori Antonio e Pasquale Zagaria. Buona parte del dispositivo di sequestro è dedicato al ruolo svolto dai due imprenditori, fratelli di Michele, uno dei più pericolsi esponenti del clan dei casalesi latitante da sei anni, nelle operazioni per il controllo generalizzato degli appalti per l’Alta Velocità. Messi sotto sequestro fondi, terreno, auto, mezzi di trasporto e una ditta, “Edil Moter”(che si occupa di movimento terra ed appalti), facente capo ai due imprenditori. I sigilli sono stati apposti a terreni e fondi situati a Villa Literno, Cancello Arnone e San Cipriano mentre sono stati sequestrati trattori con rimorchio e cinque autovetture di lusso.
Un attentato, invece, ha riacceso i riflettori sugli appalti per la terza corsia della Salerno-Reggio Calabria: lo scorso 27 dicembre un ordigno incendiario distrugge due escavatori della ditta Sape. La matrice dell’incendio è chiaramente dolosa: nelle vicinanze dei due escavatori bruciati, tra l’altro, la Polizia trova una tanica di benzina. E’ un campanello d’allarme per gli inquirenti: l’ipotesi è che la camorra della piana del Sele, molto attiva negli anni ’80 e ’90, voglia mettere le mani sui cantieri. Scattano, invece, lo scorso 10 febbraio, in seguito ad un’indagine della Dda, le manette per 31 persone ritenute affiliate al clan camorristico irpino che fa capo ai fratelli Genovese. Dalle indagini è emerso che il clan Genovese era riuscito ad infiltrarsi nel settore degli appalti di opere pubbliche: imprese controllate dal clan sono risultate presenti nei lavori di movimento terra per la costruzione della cittadella ospedaliera di Avellino.


8.2.7 Regi Lagni connection

Regi Lagni: nella terra infestata dal clan dei casalesi, anche i sindacati erano al servizio della camorra. Lo rivela un’inchiesta della Dia campana sugli appalti per la costruzione delle vasche di depurazione di Villa Literno. Una storia di malaffare, lunga ben 12 anni, che ha portato all’emissione di 53 ordinanze di custodia cautelare, segnata da una interminabile scia di sangue: sono 13 gli omicidi riconducibili, secondo gli inquirenti, alla guerra tra clan per la gestione dei lavori. Numeri che rendono chiaro a tutti, cosa hanno rappresentato i Regi Lagni per la provincia di Caserta: storia di ecomafia, di distruzione, di omicidi ma anche di grandi affari, anche 100 milioni al mese incassati da uno o dall’altro clan rappresentato all’interno dell’impianto di depurazione da chi aveva la delega del sindacato. Secondo gli inquirenti, la spartizione di queste tangenti portò anche a una frattura all’interno del clan dei Casalesi, alla quale sarebbe da ricondurre, nel 1998, l’omicidio di Raffaele Di Fraia, guardia giurata e sorvegliante dell’impianto di depurazione. Da qui inizia l’indagine portata avanti dal pm titolari dell’inchiesta: Lucio Di Pietro, numero due della procura nazionale antimafia ed il sostituto Francesco Curcio. Scrive il Gip nella sua ordinanza: “Va valutata di eccezionale allarme la vicenda dello spostamento da una confederazione sindacale all’altra, a seconda della prevalenza che una fazione camorristica aveva sull’altra”. Dalla ricostruzione investigativa viene fuori che “maestranze della Cisl” riferibili a Di Fraia e dunque al gruppo in quel momento “perdente” sarebbero “passate alla Cgil”, ad un gruppo collegato in quel momento a Mario Tavoletta e considerato “vincente”. Severo il commento del capo del pool anticamorra, Felice Di Persia: “E’ risultato che non solo esponenti di sindacati diversi sono affiliati a sodalizi camorristici, ma anche che, a secondo degli esiti delle lotte fra le varie bande di camorra, si sposta, in modo decisivo, il peso ed il numero degli iscritti dal sindacato del gruppo camorristico perdente in favore di quello vincente”. Dall’omicidio di Di Fraia, infatti, inizia la guerra per il controllo totale dell’impianto, degli appalti per il trasporto e lo smaltimento dei fanghi tossici, delle forniture. Il tutto passava anche per la nomina dei rappresentanti sindacali: una Rsu corrotta e collusa, secondo i giudici, incassava la tangente mensile pagata dalla società e garantiva la pace o la guerra sindacale. Nell’indagine è stato scoperto anche un vasto traffico di armi: dalla Svizzera sarebbero arrivati ai Casalesi kalashnikov e mitragliette Uzi. Almeno 100 pezzi. Strumenti di morte e di potere sul territorio.


8.2.8 I dati delle forze dell’ordine

Quest’anno, infine, con 1.046 infrazioni accertate dalle forze dell’ordine (soltanto due in meno rispetto al 2000), la Campania si colloca al primo posto per quanto riguarda gli illeciti relativi al ciclo del cemento.

IL CICLO DEL CEMENTO - I DATI DELLE FORZE DELL’ORDINE

Infrazioni accertate Cta-Cc* 76 GdF 44 C. di P. 415 CFS 511 PS - TOTALE 1.046
Sequestri effettuati Cta-Cc* 38 GdF - C. di P. 91 CFS 108 PS - TOTALE 237
Valore sequestri (in migliaia di €) Cta-Cc* 14.875 GdF 5.410 TOTALE 20.285
Fonte: elaborazione Legambiente su dati forze dell’ordine (2001)
*: dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi ai controlli sui seguenti obiettivi: cave e industria estrattiva, imprese edili e costruzioni, industria mineraria.


8.3 Calabria

“L’entità degli interessi per la costruzione del Ponte e la particolarità dell’opera sono tali da far ritenere possibile un’intesa tra le famiglie reggine e Cosa nostra, in vista di una gestione non conflittuale delle opportunità di profitto che ne deriveranno”. Eccole, nero su bianco, nell’ultimo rapporto semestrale della Direzione investigativa antimafia le profonde, giustificate preoccupazioni espresse anche da Legambiente sul destino del Ponte sullo Stretto di Messina: un progetto che, oltre ad essere sostanzialmente inutile e con fortissime ripercussioni ambientali, sta già delineando nuove strategie criminali, nuove pericolosissime alleanze tra le organizzazioni mafiose.
La lettura di questa Relazione rivela altri segnali di grande allarme per quanto riguarda il ruolo, la vocazione sempre più affaristica assunta dalla ‘ndrangheta. A cominciare dall’esistenza di una superstruttura, una sorta di Cupola, che ha diviso le famiglie in tre mandamenti (tirrenico, jonico e di Reggio centro) in modo tale da assicurare, attraverso questa pax mafiosa, il controllo dell’economia criminale e, innanzitutto, la spartizione degli appalti. Ecco allora assumere particolare rilievo, secondo la Dia, la cosca Iannazzo, attiva nel territorio di Lametia Terme, che “più evoluta imprenditorialmente” delle famiglie storiche ha grandi aspettative “circa l’impiego nella zona di capitali illeciti di rilevante entità”. Nella provincia di Crotone viene definita “particolarmente allarmante” la situazione relativa “a infiltrazioni nel settore dei lavori pubblici”. Un caso eclatante, sempre segnalato dalla Dia è quello di Cirò Marina: “La cosca Farao-Marincola, ricorrendo alla pratica dell’interposizione fittizia, avrebbe creato un gruppo d’imprese controllate, capaci di aggiudicarsi la totalità degli appalti e subappalti”.
Sempre in provincia di Crotone hanno suscitato autentico sconcerto i risultati dell’inchiesta relativa agli appalti della Provincia, al centro di due ondate di arresti tra aprile e luglio dello scorso anno. Un vero e proprio comitato d’affari (in cui, secondo gli inquirenti sarebbe stato coinvolto anche il presidente della Provincia insieme a un assessore e alcuni imprenditori) avrebbe suddiviso “a seconda della contiguità dell’imprenditore a questo o quel politico, commesse a appalti pubblici”. Nelle ordinanze di custodia cautelare si parla anche della “disincantata rassegnazione con cui i perdenti accettavano di consegnare ai predestinati le buste con le loro offerte”. Il sistema era accettato, sempre secondo gli inquirenti “dall’intero ceto imprenditoriale”. Concussione, frode in forniture pubbliche, turbativa d’incanti, abuso e peculato le ipotesi di reato formulate dall’autorità giudiziaria.
Sembra non esserci davvero via d’uscita: quando non è la ‘ndrangheta a dettare legge, politici e imprenditori, senza sostanziali distinzioni di partito, alterano il regolare svolgimento degli appalti pubblici. Una vera e propria cappa, alla quale se ne sovrappone un’altra, anch’essa micidiale: quella del silenzio. “Denaro e potenziale di fuoco sono i veri assi nella manica della ‘ndrangheta – scrive la Dia – che gode del silenzio politico e sociale per espandersi, fare proselitismo con le promesse di lavoro e infiltrarsi, giorno dopo giorno nel tessuto sociale sano della Calabria”.
Non deve stupire, allora, se in questo contesto “continua la devastazione edilizia ed urbanistica del territorio e delle coste in particolare”, come denuncia nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2002 il Procuratore generale della Corte d’appello di Reggio Calabria, Antonino Marletta. Persino le ordinanze di demolizione, successive a sentenze di condanna per abusivismo edilizio “restano ineseguite per intuibili ragioni clientelari”. Oppure per “mancanza dei fondi e delle strutture necessarie”. E’ un grido d’allarme anche quello che arriva dal Procuratore generale di Catanzaro, Mario Spagnuolo: “Sempre numerosissimi sono i reati di aggressione al territorio, per inquinamento, incendi e soprattutto persistente, dilagante abusivismo edilizio”. Anche qui, come a Reggio, “il disagio è sentito fortemente nell’esecuzione delle demolizioni delle opere edilizie abusive, perché la procedura di intervento del Genio militare richiede adempimenti infiniti che rinviano spesso sine die i tempi di intervento”.
Eppure la situazione richiederebbe ben altra capacità di reazione da parte dello Stato, come dimostrano le stime elaborate dal Cresme: in Calabria, infatti, sarebbero state costruite nel corso del 2001 ben 2.534 case illegali, per una superficie di oltre 380.000 metri quadrati e un valore immobiliare di circa 180 milioni di euro. Una conferma della gravità della situazione, che non si discosta molto da quella relativa all’anno 2000, arriva dai sequestri operati da tutte le forze dell’ordine. La Guardia di finanza di Melito Porto Salvo mette i sigilli ad un edificio di due piani, costruito abusivamente su terreni demaniali nel comune di Montebello Jonico, in prossimità del torrente Molaro: salgono così a 23 gli immobili sequestrati in pochi mesi; venti, invece le persone denunciate. Sono otto gli immobili abusivi sequestrati e trentasette le persone denunciate dai carabinieri di Lametia Terme, in collaborazione con il Noe, durante una vasta operazione condotta in otto comuni della provincia di Catanzaro. Altre 18 persone vengono denunciate per abusivismo edilizio dai carabinieri di Sellia Marina, sempre in provincia di Catanzaro. Due, infine, le strutture sequestrate, sempre per abusivismo edilizio, dal Corpo forestale dello Stato nel parco del Pollino.
Ma è dal fronte delle attività estrattive e degli impianti di lavorazione di inerti e calcestruzzo che arrivano le notizie più preoccupanti. Il 2001 è caratterizzato da uno stillicidio di sequestri, che segnalano, se possibile, un’ulteriore escalation di queste attività illecite rispetto al 2000. Vale la pena riassumere, in stretto ordine cronologico, le operazioni più significative. Il 27 gennaio, i carabinieri della Compagnia di Sellia Marina, già impegnati nella lotta all’abusivismo edilizio, sequestrano due cave abusive, cinque autocarri, una machina escavatrice e una pala gommata. Le due cave erano state attivate nei pressi del fiume Uria. Il 6 febbraio, il Coordinamento provinciale del Corpo forestale dello Stato di Cosenza sequestra un’altra cava abusiva, su un’area di circa 30mila metri quadrati sottoposta a vincolo idrogeologico, in località Santa Maria di Settimo, nel Comune di Montalto Uffugo. Il 13 febbraio, grazie alle indagini svolte dall’Ufficio misure di prevenzione della Questura di Cosenza, in collaborazione con il Nucleo regionale di polizia tributaria della Guardia di finanza, vengono sequestrati a un imprenditore beni per un valore di circa otto miliardi di lire: tra questi beni figurano impianti per la lavorazione di inerti, ad Altomonte e Rende, e una cava di materiale inerte, a Lattarico. Gli impianti per la lavorazione degli inerti, secondo gli investigatori, erano stati tra l’altro realizzati abusivamente su terreni del demanio fluviale. Sono invece i carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, in collaborazione con il Noe, a sequestrare, il 27 aprile, un impianto per la frantumazione e la selezione degli inerti, del valore di circa tre miliardi di lire, realizzato senza autorizzazioni su aree demaniali protette, accanto a un torrente. Il primo giugno, in località Armo Puzzi, nel Comune di Reggio Calabria, scattano i sigilli a una cava estesa ben 70mila metri quadrati. L’operazione, condotta dal Comando provinciale della Guardia di finanza, porta anche alla denuncia di ben 17 persone, proprietarie dei terreni dove sorgeva la cava in questione. Ma non basta: dalle indagini emerge che l’area era già stata sequestrata nel 1996 dal Corpo forestale e che il Comune aveva ordinato il ripristino dei luoghi. La ditta che gestiva l’impianto, invece, aveva continuato “in modo dissennato”, scrivono gli inquirenti, i lavori di sbancamento.
Il 27 giugno torna in azione il Corpo forestale dello Stato, questa volta a Vibo Valentia: in località Martino di Spilinga viene sequestrata una cava abusiva di granito, realizzata su un’area di circa tremila metri quadrati e che aveva determinato la creazione di una scarpata profonda circa 80 metri. Sempre a Vibo Valentia, ma nel corso di tutto il 2001, il Comando provinciale della Guardia di finanza sequestra ben 8 cave abusive, per un totale di 175mila metri quadrati. Nel mese di agosto, invece, è l’Arma dei carabinieri a mettere a segno due importanti operazioni nella Piana di Gioia Tauro. Il 9 agosto viene sequestrato a Laureana di Borrello un impianto per la lavorazione di inerti e la produzione del calcestruzzo, realizzato proprio sul corso del fiume Metramo. Oltre ai reati ambientali, viene denunciato anche il furto di materiale inerte proveniente dall’alveo del fiume. Il giorno successivo, questa volta a Rosarno, viene sequestrato un altro impianto, sempre per la lavorazione di pietrisco e sabbia e la produzione di calcestruzzo: questa volta a subire anche il furto aggravato di materiale inerte, oltre ai guasti ambientali provocati dagli scarichi abusivi dell’impianto, è il fiume Mesima. Siamo arrivati alla fine dell’anno: il 14 dicembre l’ennesimo sequestro, effettuato questa volta dalla Guardia di finanza di Lametia Terme. Vengono messi i sigilli a una cava abusiva per l’estrazione di materiale inerte, realizzata in località San Sidero.
I dati raccolti dalle forze dell’ordine registrano, infine, una flessione piuttosto decisa degli illeciti accertati per quanto riguarda il ciclo del cemento, che passano dai 1.288 del 2000 ai 968 del 2001. Scende anche il numero di sequestri: da 179 a 126.

IL CICLO DEL CEMENTO - I DATI DELLE FORZE DELL’ORDINE

Infrazioni accertate Cta-Cc* 35 GdF 68 C. di P. 512 CFS 353 PS - TOTALE 968
Sequestri effettuati Cta-Cc* 12 GdF - C. di P. 51 CFS 63 PS - TOTALE 126
Valore sequestri (in migliaia di €) Cta-Cc* 28.994 GdF 15.214 TOTALE 44.208
Fonte: elaborazione Legambiente su dati forze dell’ordine (2001)
*: dati del Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente relativi ai controlli sui seguenti obiettivi: cave e industria estrattiva, imprese edili e costruzioni, industria mineraria.


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