novembre 9, 2002
 POESIA - Laudatio per @ltroMolis€ di Giose Rimanelli @ 18.48.53
di Giose Rimanelli

LAUDATIO
Microliriche della Rosa

Libro Primo, II. Il viaggio


X

Pensa: due persone insieme
stanno meglio d’ una sola,
ma non metterci tagliola:
nasce da libertà il seme.
Vivere è piacere, dono
concessoci da un Pianeta
ch’io studio dall’A alla Zeta
se fatto tondo o anche a cono:
lo racconto nei racconti
che’oggi chiaman d’oltremonti.

XI

Mi rifletto nello specchio
che riflette le mie vie:
sembran tutte anime pie
affaccendate, dal vecchio
asfaltate in un bel nuovo
senza crepa alcuna, o buca,
che mi succhi nel non luca
frantumandomi come uovo.
Il problema è sempre quello:
Prigioniero d’un anello.


XII

Tu li hai visti su dei prati
freddi come lo smeraldo:
ti sembravano nel caldo
penitenti, attorti frati
in preghiera di qualcosa;
per scoprir poi ch’eran bonzi
rinsecchiti come i gonzi
passeggeri d’un’ascosa
primavera che’era nata
da una storia mai narrata.


XIII

Ricercavi le parole
che potessero irradiare
quel tuo cupo meditare
sopra il quanto che ti duole?
Queste ninfe son capaci
D’ammaliarti senza tregua,
e cucinarti alla stregua
delle streghe, sulle braci,
se gli torna il vantaggio
darti miele nel servaggio.


XIV

Non convince l’illazione:
parole che ti troccano,
parole che ti scoccano
come genne d’orazione.
Tu ricerchi solo il fiore
di parole che insegnino,
di parole che impegnino
farti meglio dentro il cuore
senza troppo meditare
se sia meglio rinunciare.


XV

Vagolando estate e inverno
per le lande del pensiero
mi rivedo sul sentiero
dirupato dell’odierno
bieni ed ire prominente
di scagnozzi: passeggeri
come allegri gabellieri
sulla rotta di ponente
striata di gran brutti ceffi
dall’aspetto di sberleffi.

XVI

Ora vedo più di prima
con questi disastrati occhi,
chiusi alla visione: crocchi
d’incendiari sulla cima
dei miei immaginari monti
dove la lonza si accoppia
col mandrillo che si sdoppia
se il lupo mugghia alle fonti
d’ogni desiderio, oppure
al buco di serrature.


XVII

Ho incontrato un canarino
che parlava coi suoi morti
sopra i gialli contrafforti
dell’estatico confino
tra l’instabile Georgia
e la mistica Alabama;
sotterravano uno llama
proprio ai piedi della morgia
dei serpenti colorati
con musi proboscidati.


XVIII

Come fiori appesantiti
dal compianto e la calura,
curvi sulla sepoltura
in quell’ora di nitriti
d’animali, di violenza
piratesca, di carnali
ammucchiate con le frali
pavonvelle in diligenza
i designati al clistere
tutto fecero a dovere

(2, continua).


novembre 7, 2002
 POESIA - U terremòte... @ 17.24.57
di Giose Rimanelli

per i morti e i vivi di San Giuliano di Puglia, Molise, questa memoria / riflessione / preghiera da terra lontana

U terremóte...

... è menùte pe z"ècchièppà i guègliùne
che stévene nè scóle cà mèéstre:
i libbr"èpiérte, ù sóle n" ì fenèstre,
pe crésce bbenedìtte dà fèrtùne.

Mó, mbéce, c"è remàste ù hióre e ù chiànde
ngòpp"è llù sànghe de pìnge e mètùne;
vìndinóve so" muórte ndùtte, ognùne
cà vóce sìje: tèvùte gghiànghe, e ande

de ràne sótt"ù mùre sdèrrepàte,
tègliàte cùrte, sènze cchiù fetùre
nguìstu brèsciàte córe dù Molise.

Nùj séme ggènde sèmbe cù sèrrìse
pùre se nguólle càsche ù pepetùre:
mè pùre cuìlle mó z"è cuènzemàte!


______________________________

Il terremoto... ...è venuto per prendersi i bambini / che stavano nella scuola con la maestra: / i libri aperti, il sole alle finestre, / per crescere benedetti dalla fortuna. // Ora, invece, c"è rimasto il fiore e il pianto / sopra quel sangue di tegole e mattoni; / ventinove sono morti in tutto, ognuno / con la propria voce: bare bianche, un mucchio // di grano sotto i muri dirupati, / tagliato corto, senza più futuro / in questo bruciato cuore del Molise. // Noi siamo gente sempre col sorriso, / anche se addosso ci cade la ronca, / ma quello anche si è ora consumato.

Pompano Beach, Florida,
2 Novembre 2002.


ottobre 26, 2002
 Laudatio per @ltroMolis€ - Microliriche della Rosa: libro secondo, La vigilia @ 22.07.21
di Giose Rimanelli

LAUDATIO per @LTROMOLISЄ
Microliriche della Rosa

Libro Secondo
La vigilia

I
La conosci dalla voce
che ti vellica vogliosa
la radice paludosa
del desiderio: acre noce
che ingrigita ha il tempo accanto
al libro delle preghiere;
chino il capo nelle sere
quando mi diventa canto.
Poi rivolgo gli occhi al cielo:
torno giovane, uno stelo.

II
Welcome to AMTRAK Auto Train
che t’assicura Buon Viaggio,
Notte Brava, col miraggio
di portarti where is your aim.
Lussuosi vagoni colmi
di gente ed automobili.
Ciliegia liscia i mobili
mentr’io leggo Sergio Solmi.
Mi chiedo se mi scompiglia
un treno lungo tre miglia.

III
Tutto il corpo mi fa male:
solo tre notti di sonno
in due settimane, e tonno
pranzo e cena; criminale
uscir di casa, vedere
mini mostri a cavallo, occhi
che mi sembrano pirocchi
senza un che da far valere.
Tutto il corpo mi fa male:
ti diventa incidentale!


IV
L’Autostrada per l’Inferno
si chiama Buone Intenzioni.
Le lagne son oblazioni
che stuzzicano l’Eterno.
Astratto come Nessuno,
le leggo da sotto a sopra.
Sai Qualcuno che le copra?
Ho contato da Tre ad Uno.
Per godere le ha ficcato
dita in gola, e ha vomitato!

V
Tu sei nato come un fiore
della natura, selvaggio
e fragile, e in questo viaggio
dell’amore con l’amore
facile è il restare incolto,
confuso all’erba che ammanta
i muri; il morire canta
sordo un unico conforto.
Dormi?Anche se disadorno
il mondo ti gira intorno.

VI
Se verde t’appare il mondo,
stai crescendo a tua insaputa;
avrai già anima perduta
se livelli a tutto tondo
ciò che assume bene e male,
cani e gatti, magro e grasso,
il monsignore, il gradasso
nella mappa universale.
Il morire è naturale,
ma non renderlo banale.

VII
“...bit nippy for a dip?” disse
la Donna senza cuscino
conversando col Vicino:
e con un salto s’infisse
nel mulinello del fiume
lasciando a galla dei cerchi
che sembrano coperchi
di stagnola sopra il lume
sparso della luna: amante
nel mio sogno lancinante.

VIII
Quando dici porco questo
porco quello della vita
hai già perso la partita.
Se non pratichi l’innesto
al sarmento della vite
è l’insulto che t’aiuta?
Se poi cerchi la bevuta
peggio ancora: è triste lite
con te stesso. La saggezza
si fa fumo nell’ebbrezza.

IX
L’uomo giunge da lontano
portandosi sottobraccio
(tutt’imbrigliati ad un laccio)
libri aperti, letti invano.
Entrava ed usciva, apriva
chiudeva porte, leggeva
avvisi che prevedeva
facili, appena un’ogiva
di luce nella mia stanza.
Disse: “Porto doloranza.”

X
Tutti gridan frode: frodi
in Kenya, Paris, Nigeria,
Bankok, Bogota, Billeria,
Italia, Varsavia, Rodi.
Crisi globale ancor seria
nel terzo mondo, oltremare,
oltremonti a sfagiolare
con droga e aborti e miseria.
Colto nudo, ed immaturo,
quel Tizio non ha Futuro.

XI
La gente uccide altra gente
per motivi immotivati,
per impulsi contagiati:
offrir sfogo ad una mente.
Solo il pane dei cinesi
(i più saggi e i più crudeli)
pare sano per fedeli
che più non contano i mesi
gli anni di tortura inflitti
con la scusa di conflitti.

XII
Se mi viene a tiro, giuro
che lo sbrano sull’istante.
Nessun riscatto. L’infante
m’ha proprio rotto. M’induro
di giorno in giorno, e la notte
non la passo nei bagordi.
Gente, credetemi: ingordi
come costui – che mi sfotte
succhiando alla mia mammella –
nascon sotto brutta stella.

XIII
Certo: aspetto la mia morte
d’ora in ora, con l’aspetto
di chi l’ama e nel rispetto
che reclamo, da consorte.
Certo: non ho fatto soldi
con la pala, ho lavorato
però, come abbarbagliato,
da parer da manigoldi.
Ma voi m’avrete nei vostri
libri, scritti in vari inchiostri.

XIV
Non aver nessuna bocca
e vomitare ogni cosa
che tu hai dentro, verso o prosa,
riducendoti a bicocca
sconquassata, allucinata,
una bruciata immagine
di com’era Cartagine
dopo la grande arrembata
dei bevitori di sangue.
Così l’anima mi langue.

XV
A volte penso, la gente
vuole solo un po’ di luce
sulla faccia: ti conduce
a uno stato della mente.
Quest’oggi mi sento meglio:
infatti... non piove affatto!
Vado a scattarmi un ritratto?
Ho gli occhi aperti, son sveglio...
Ecco... il problema è... indolenza
e azione... in più macilenza, ah...

XVI
Me ne vado a sciar sull’acqua,
con la testa in giù, scommetti?
Sarò bravo se la smetti
d’interpretarmi il Belacqua.
Quell’era un tempo brutale:
educar palato e naso,
triglie in padella, nel vaso
la Rosa aperta, venale.
Perché non ti ridi addosso?
Solo e pensoso mi affosso.

XVII
Gira e rigira la voglia
somiglia a foglia di tiglio
che vagola incerta un miglio
due miglia e come per doglia
poi plana sopra la testa
reclina, forse imbronciata,
d’una quercetta assonnata
che se la scrolla, in protesta.
Voglia di sesso mai cessa,
ma invano corre se ossessa...

XVIII
La canzone del mio cuore
è scritta senza parole.
Guardo in alto, bevo il sole,
mi rivesto del colore
che a Natura più conviene.
Chiamo il Futuro: sorridi
se dico ciò che non vidi,
se vedo invece balene
che si dividono il Giose
in mezzo a un mare di rose.
(1, Libro Secondo, continua)

(Copyright @2002 by Giose Rimanelli)
All Rights Reserved


ottobre 6, 2002
 POESIA - Laudatio per @ltroMolis€, i versi di Rimanelli @ 4:02:44 AM
di Giose Rimanelli

 Laudatio per @ltroMolis€, continua la pubblicazione delle poesie scritte per noi da Giose Rimanelli (nella foto).



Leggi Articolo


 Laudatio per @ltroMolis€ - Microliriche della Rosa, Libro I: Il Viaggio, VII @ 3:59:01 AM
di Giose Rimanelli

LAUDATIO per @ltroMOLISЄ
Microlirtiche della Rosa: Libro Primo, Il Viaggio, VII

LXX
Era un ciocco nel suo fumo
il mio Van, l’incontinente;
aveva una bella mente
ridotta adesso in un grumo.
Dopo anni di quell’amore
brucia ancora nella bocca
quanto ormai non più lo tocca:
Ms. Pall Mall, tra gola e cuore.
Era un divo se parlava
il mio Van... quando fumava.

LXXI
Al mattino ci svegliamo
col profumo di salmastro
nelle nari: un cert’ impiastro
filtrato dalla bruma. Amo
incupire, tossire, occhio
alla nebbia ch’ora brucia
nel sole, ridà fiducia
a questo matto in ginocchio?
Invece torna puntuale
la sera: pestilenziale.

LXXII
Tutti abbiamo un nostro tempo,
da nessuno stabilito.
Puoi chiamarlo inadempito,
o venuto col maltempo.
Se son fiori fioriranno
col buono o il cattivo tempo;
studia il mondo nel frattempo,
con pazienza, senza affanno.
E Huang Po dice: “Dottrina?
Trincia più di una turbìna!”

LXXIII
Oggi è giorno di scontento:
abulico, inconsistente,
una frana nella mente,
alluvione, sbandamento;
quasi mordo l’origliere
che mi affoga di sudore:
ho perso il naso e l’odore
che mi fa da barattiere
nei deserti del sollievo
dove acqua scavo e non bevo.

LXXIV
Questo pianto che si ammucchia
proprio all’angolo del cuore
mormorando amore amore
tutta l’anima mi succhia:
la testa sullo scalino
duro sporco dal rimorso
dopo il salto, il nuovo corso,
come un tempo quel bambino
ch’ero - ma che in me fingevo
non conoscere...- e piangevo!

LXXV
Mi dormi accanto e sorridi.
Mi sembri tutta avvizzita
a volte, al soffio di vita
che t’arriva... e non ti fidi.
Allungo una mano: tocco
l’umido argine dei sogni
e ti scuoti; prendi ogni
nervo che trovi, uno schiocco
di frusta! È sempre un bisogno
quando navighi nel sogno.

LXXVI
Ubriaco e storto com’era,
è un fatto; volergli bene,
facile ah non era: pene
sempre, ma intanto la cera
si scioglieva, la candela
guizzava, mi rischiarava,
così ora sapevo: vela
certa, che ancora mi amava.
Ti do un bacione sui denti,
mi disse... e urlarono i venti!

LXXVII
... ma come dice la Storia
(che non conosco davvero)
il Re sarebbe un sincero
successore della Gloria
Patria, redatta sulle ossa
del cosiddetto Popolo
a cui non dare un obolo,
a cui riservar la fossa?
Oh, perdonami, Signore:
questa rabbia mi è di onore?

LXXVIII
Se Daniele e San Giovanni
- Vecchio e Nuovo Testamento –
ripresentan l’argomento
Gog/Magog nei Duemil’anni
il Giudizio Universale
ci sta’ già sulle ginocchia
srotolando la conocchia
del Peccato Originale:
nel lago di zolfo e fuoco
il Male? Io non altro invoco.

LXXIX
Vale l’ottava reale
un solitario saluto:
ha tutto quanto ho goduto
in questa vita geniale,
vera quasi e anche irreale
con le sere e le mattine
ora dono ora confine,
strada che scende, che sale.
Se dovessi rifiorire
il mio sogno è in questo dire.


NOTA
Il protettore del mio caro paese, questo quasi infimo Molise, che è Sant’Onofrio, era un eremita venuto da lontano. Il convento che porta il suo nome è abitato dai Frati Minori francescani. La prima poesia che mi capitò di leggere in vita mia – avevo 6 anni – era quella di San Francesco d’Assisi, che costituisce anche la prima lingua del volgare, la nostra lingua. Identificai allora Francesco con Onofrio, e la poesia con i predicatori missionari. Pensai, felice, che sarei diventato poeta e missionario. Missionario laico, certo, e poeta. Ne ero convintissimo – i ragazzi, si sa, sono sempre dei grandi credenti – e su quel credo di recente scrissi questi versi, disteso tranquillo in un letto di ospedale:

Deambulando per le strade della vita
ho scritto la mia storia di poeta; gita
mai facile e mai difficoltosa, notturno
lume che cresce nella mente e si fa diurno
quando risate e grida diventano strazio,
quando morte e vita trovano il grande spazio
che calma il giorno e il pianto chiuso della notte:
pane e acqua di quest’anima, che tutto inghiotte.

Sui diciotto anni, quando effettivamente vidi la morte in una guerra civile combattuta tra campagne e città nel Nord dell’Italia, ho pensato che questa vedesse anche me, risparmiandomi infine, e da quel tempo non ho mai cessato di pensarci. Ogni parola scritta mi si fece testamento. È possibile fallire, e in questo negare la vita; io, invece, ho voluto crescere con essa, la vita, valutandola col mio lavoro.
Un amico mi spedì un giorno dell’Italia 3 taccuini rilegati in nero, con fascetta elastica intorno. E accompagnò quel dono con le parole, “Perché non ci scrivi qualcosa?” Su di uno di essi scrissi un titolo e un sottotitolo, in più la data di quella proposizioni di lavoro:

LAUDATIO
Microliriche della Rosa

Giovedì, 1 maggio 1997

Uno di quei taccuini con la fascetta elastica contiene oggi 79 microliriche (ovvero, microlaudi) della Rosa, con le date e i luoghi di ogni singola composizione, che in questa trascrizione eliminai.. Per rendermelo un tantino più consistente, decisi di continuare il LAUDATIO sugli altri due taccuini, in tal modo raggiungere il difficile 3 con ugual numero di microliriche per taccuino: una coroncina, infine, di 237 roselline, ognuna di 10 petali.

Pompano Beach, Florida
Martedì, 30 dicembre 1997


Indice
LIBRO PRIMO
Il Viaggio

I Lodato sia tu, Signore
II Dubbi
III La mia Rosa
IV Rosa carnosa
V Luna nuova
VI Sapienza
VII L’ape
VIII Minutenze
IX Con te sempre
X Il seme
XI Anello
XII Inopportuni
XIII Malumore
XIV Illazione
XV Scagnozzi
XVI Più di prima
XVII La morgia
XVIII Clistere
XIX Visioni
XX Il cenobita
XXI Eccetto un fiore
XXII La ferita
XXIII Lazzo
XXIV Aforisma
XXV Oh, te felice
XXVI Il Benamato
XXVII Due + Due
XXVIII Sommo Bene
XXIX Il 7 di Fiori
XXX Fiore racchiuso
XXXI Durata
XXXII “Moleskine”
XXXIII Benedicite
XXXIV Oppure
XXXV Così mi disse
XXXVI Se ti bevo
XXXVII L’accento circonflesso
XLII T’han mai detto
XLIII Antenna
XLIV Gli amari giorni
XLV Come predetto
XLVI Margine
XLVII Malizia
XLVIII Fango
XLIX Anche il niente
L Sacerdozio
LI Al Faro
LII Il muro
LIII Giornate
LIV Non è vero
LV Con te
LVI Dammi la mano
LVII Sentire
LVIII Vita e morte
LIX L’addio
LX Omero
LXI Specie nel Sudan
LXII Partire/Venire
LXIII Bassa temperatura
LXIV Rimasugli
LXV Devozione
LXVI Gli anni
LXVII Ricetta
LXVIII Santi atti
LXIX Il mio Van
LXX Fumo
LXXI Mazatlan
LXXII Cinesi
LXXIII Scontento
LXXIV Non conoscere
LXXV Insieme
LXXVI La vela
LXXVII Maiuscole
LXXVIII Revelation 20
LXXIX Testamento
NOTA


settembre 14, 2002
 Laudatio per @ltroMolis€ - Microliriche della Rosa - Libro Primo Il Viaggio, VI @ 21.41.37
di Giose Rimanelli

LAUDATIO per @LTROMOLISE
Microliriche della Rosa
Libro Primo Il Viaggio, VI


LII
In sere come stasera
mi ritiro e guardo il muro:
è bianco, ma par più duro
della stessa Rosasera
che spruzza bianco all’intorno,
sull’obliqua balconata
vasta quanto la serata
devastata dal ritorno
del mio giorno d’ogni giorno:
nudo e crudo, disadorno.

LIII
M’arde dentro il grande fuoco
che per gioco ho stuzzicato
quando il bimbo appena nato
azzardava a poco a poco
di scalare muraglioni
rotolare dalle scale
tener chiusi il bene e il male
ma mai perdere i colori
variopinti dell’estate.
Eran rose le giornate!

LIV
“Vieni a sederti vicino,
o non hai niente da dormi,
o non ti senti di udirmi?”
“La bótte non ha più vino,
la madia non ha più pane...”
“Non è vero: tutto è poco,
il grido si è fatto roco:
c’è qualcosa che rimane?”
“Quella nuvola nel cielo:
e tu sei tu, senza un velo...”

LV
Con te ho camminato un anno,
salvo dall’asma in agguato
sempre dell’inaspettato
dietro il luminoso panno
del tacito godimento:
via lucida dell’assenza
che chiede, della presenza
che provvede al nutrimento.
Con te ho camminato un anno
di grazia, senza un malanno.

LVI
Dammi la mano, cantiamo
le lodi più chiare: un tale
balcone sul mio Natale
prima non c’era, e ora siamo
riuniti a vedere, amare
il lusco col brusco, sete
di fonte sicura e mete
cordiali, con un parlare
vitale, essenziale: un vale
che valga culla al Natale.

LVII
L’universale sentire
è quanto m’hanno insegnato
nell’infante apprendistato
i miei padri: dire il dire
nel rispetto delle lingue
e al cospetto della mente
se vuoi vivere il presente
con la borsa ancora pingue.
Dura è la vita e solinga,
specie se smorfia, che finga.

LVIII
T’andrebbe forse scrivere
di quando (non) hai (mai) amato?
Sempre in dubbio: ma ho cercato
di vivere e far vivere
anche quando – il cuore in pena –
ero in ansia di capire
se è stralogico squittire
offrendo una bótte piena.
Ora succhio dal suo seno:
vita e amore, nel sereno.

LIX
“Fare qualcosa di bello
per nostro Signore Iddio.”
È Madre Teresa, addio
al mondo: un chiuso cancello
per ogni povero figlio,
per ogni sperduta donna
senza volto di Madonna
o un soldo, presenza, giglio.
Tristezza non ha riposo,
solo rischio... favoloso!

LX
“Cantami, o Diva,” il ragazzo
declama leggendo Omero.
Apprende che unico vero
in quel finissimo arazzo
ha nome crudeltà e onore,
fedeltà e pietà, malizia /
libidine, e amicizia,
odio e orgoglio, anche cuore.
S’apre al bimbo un universo
che l’ammalia... incontroverso.

LXI
Specie nel Sudan, la morte
è il pane contaminato
dei Cristiani. Rinserrato
dietro insanguinate porte,
l’evangelico dolore
anela resurrezione;
martirio o persecuzione
resta invece sacro onore,
libertà di religione?
Genocidio è la lezione!

LXII
Non è quello che tu vedi,
è come vedi il vedere
cbe potrebbe dirti: credi
di credere o stravedere?
Dice la gente bugie?
Ragazze mangian ragazzi?
Noi siamo appena dei guazzi
corrosi da nostalgie.
Tu non sai mai se partire
sia rapportato al venire.

LXIII
Non so proprio come d’ora
in ora passi... e ripassa
davanti agli occhi la bassa
temperatura, la bora
ch’alzava gente su vie
sdrucite di pietra secca
in quella città... che pecca
d’arso e, anche, malinconie.
Camminava senza naso
quando le si ruppe il vaso.

LXIV
I resti del giorno sono
messi in cantina, vicino
alle braci del camino:
di quest’anno ultimo dono.
Dal mare la nuova luna
è comparsa sul balcone:
sul suo volto l’emozione
era quella della cuna.
La gioia è nata e passata
sulla breve passeggiata.

LXV
Mio Signore benedetto:
... come dirti con affetto
che non ho nessun difetto
eccetto quello che aspetto
finir l‘anno senza pene,
meditando male e bene,
riflettendo sull’imene
che mi stringe, mi sostiene?
Mio Signore, oh mio tutore,
io t’invento con amore!

LXVI
Al tempo dei miei vent’anni
sbandieravo d’esser vecchio,
rinsecchito come un secchio
non più buono a lavar panni.
Di là della settantina
ora dico che mi sento
giovin, e più che contento
d’avviarmi alla novantina.
Non fosse per i malanni,
chi darebbe un soldo agli anni?


LXVII
Zuppa di funghi porcini
al pistacchio, melograno
e limone, timo e grano,
mughetto, olio, cannellini
e segala triturata
in sherry, copolla e aglio:
questo è quanto scelgo ed vaglio
per l’anno ultima giornata.
Dentro questo intruglio arcano,
sale Kosher col Reggiano.

LXVIII
Santi atti tra le rovine
del vernacolo di strada
riciclando una mia brada
redenzione, con divine
forze: intuito e paranoia
senza il fiume criminale
che c’inghiotte col venale
sorrisetto del sequoia.
A nessuno far del male,
se quel male non t’assale.

LXIX
Quando suona con un dito
nella gotica cappella
il mio Ray non si scappella:
fa del jazz incimurrito
un po’ à la Jelly Roll Morton
che strimpella un Tantum Ergo
nello stile di un esergo
dedicato a Duke Ellington.
Così, a volte, fino a sera
Ray si dice una preghiera.

(6,continua.)
Copyright @2002 Giose Rimanelli)
All Rights Reserved


agosto 25, 2002
 Laudatio per @ltromolise - Microliriche della Rosa: Libro Primo - V Il viaggio @ 19.16.16
di Giose Rimanelli

LAUDATIO per @LTROMOLISE - V
Microliriche della Rosa
Libro Primo Il viaggio

XL
La gioia è supremamente
niente se oscura ti giunge
nei sensi, e gli occhi ti punge
ingannando anche la mente.
Ti predico – scusa, solo
per dire – aprire un discorso
che vivere è poi un percorso
di sonno, d’inciampi, molo
di ruggine e muffa, attracco
buffo d’un gatto nel sacco.

XLI
Senti: il passato è prologo
e quest’oggi già futuro,
ma non giocarci: il sicuro
è forse appena apologo
di ricchezza, religione,
vita nuova sulla Luna:
con qualcuno, con qualcosa,
con o senza una ragione
che governi o ancora provi
chi t’incaglia o ti ritrovi.

XLII
Senti: non consiglio il sole
o il fresco, l’abnegazione
nei doveri, vocazione
equilibrista e altre fole.
Spesso nascono parole
aspre dal pozzo del cuore:
t’ han poi detto che l’amore
è anche a volte nelle suole
che rigenerano il suolo
del Gym...ripercorso a volo?

XLIII
La mia scimmia del Borneo
t’ha baciato sulla bocca.
Parev’acqua d’una brocca
che ti cola sopra il neo
della fronte quando assorto,
reclinato, preghi il cielo
d’inviar acqua non quel gelo
che ti fossilizza l’orto,
storpia sul tetto l’antenna
e ti castra mente e penna.

XLIV
Quelli eran gli amari giorni
che nesuno mai conobbe;
solo il cuore riconobbe
il sigillo nei contorni
della torcia vittoriosa,
luminosa nella notte
delle attese ininterrotte
d’un bel bacio color rosa:
rito certo di passaggio
in quest’ultimo vïaggio.

XLV
Con quell’odore di sangue
sulla mini veste bianca
un’amica non mai stanca
di far babys con l’esangue
passioncella d’un buon letto
al mattino e a tarda sera
rincorreva Prinavera:
arricchire, il suo diletto.
Si precipitò, ah!, dal tetto
purtroppo... come predetto!

XLVI
Lei non si stufa del Dio
che la guarda dal margine
del lampione. Sull’argine
del davanzale, mentr’io
frugo nel vento, cauta
la bassa nebbia mi opprime
le farfalle, ma sublime
è la Speranza riavuta.
Sopra cime tempestose
odor lieve di mimose.

XLVII
Soffro pene dell’inferno
se m’assento da me stesso:
giro e giro senza un nesso,
appigliato a nessun perno.
Il problema, l’uomo disse,
se c’è pace in Paradiso
più nessuno guarda in viso
chi vuol vivere, e chi visse.
Se ci fosse una giustizia
non vivremmo con malizia.

XLVIII
Giaccio nel fango di marzo:
solo a pensarci m’ingrasso.
Mi guardan dall’alto in basso
gente di stracci e di sfarzo;
ma la dama se la spassa
non curandosi dei lazzi
dei sogghigni di quei pazzi
rintanati in una cassa
di sospetti, di dispetti;
e mi chiedo: che t’aspetti?

XLIX
Gente del Quarantanove,
hai detto? Se viva o morta,
non so: era gerla che porta
tuttora “prova del nove”:
qualcosa da ristudiare
per la cosiddetta Storia.
Certo: di nessuno gloria,
vuoi umana che militare.
Tu dici: ma che t’importa?
Ed io: anche il niente ha una porta!

L
Quanto mi sorprende, ah, prende
l’aspetto di un vero sogno
ricavato dal bisogno
di latino; mi riprende
voglia antica, sacerdozio,
abnegazione all’altare
dell’orgoglio: solo amare
ciò che voglio, meno l’ozio.
Pecco ancora, mio Signore:
Laudato sì, a tutte l’ore!

LI
Non rivoltolo parole
sol per dirti una parola:
quella è muta, fa da spola
dal mio silenzio al tuo sole.
Se mi sento di parlare
con qualcuno, vado al Faro.
Trovo gente: non è raro
che m’inginocchi a pregare
con sospiri, nel pensare
quanto orrore serba il mare!

(5, continua)
(Copyright@2002 Giose Rimanelli)
All Rights Reserved.



agosto 10, 2002
 Laudatio per @ltromolise - Microliriche della Rosa: Libro Primo - IV @ 16.52.20
di Giose Rimanelli

XXXI

Che s’impali Amore, forza
libera dell’intelletto.
Ti prego, su, vieni a letto:
alla tua età chiti forza
nel tentare rivangare
la durata dell’incontro?
Lascia stare, quale scontro?
Amor prende nel suo dare.
La sapienza è continuare
nel prendere e nel dare.

XXXII

“Moleskine” è un taccuino
dall’aspetto leggendario.
Non è affatto abbecedario,
me lo porto nel taschino.
Dalla giacca d’ogni giorno
anch’essa con una storia
ch’ora scrivo per sua gloria
quando giro torno torno
dentro e fuori il taccuino
che mi porto nel taschino.

XXXIII

Ho piantato molti fiori
nel giardino dell’amore.
Laudato sia tu, Signore,
con te abbraccio tutti i cuori:
quelli afflitti dal rimpianto
quelli privi d’ogni slancio
e quegli altri con aggancio
al Benedicite: il canto
elevato dalla fede
che amor dona ed amor chiede.

XXXIV

Fiore di prato che spunti
nel primo sole di aprile
prosciuga tracce di bile
che ancora segnano punti
dell’arrivo furibondo
dell’ultimo pazzo inverno
con ragli e ghiaccio: un inferno
da tregenda nel mio mondo.
Oppure... l’ho fabbricato
Coi rattoppi che ho sognato?

XXXV

Ho cominciato ad amarti
nel momento in cui l’amore
così mi disse: “Signore,
non potrò mai più lasciarti.”
Ho vissuto con l’amore
ogni frangia dell’amore
pochi istanti senza amore
ma protetto dall’amore.
Passa un giorno passa un anno,
non conosco alcun affanno.

XXXVI

Se ti bevo come il vino
a sorsi lenti, ascoltando,
dirai forse il dove il quando
tra noi c’è stato un mattino?
Mi riscaldi, mi raffreddi,
mi rinfreschi di sapienza;
m’hai denudato, in coscienza,
vuoi che scatti, che ti freddi?
Davanti agli occhi dondola
di sera la tua gondola.

XXXVII

Se togli il fiore dai fiaschi
cosa concludi, purezza?
Non saprei dire, bellezza:
soltanto penso che caschi
nei più truci degli errori
guidando a casa di notte
mezzo inebriato da frotte
di passere e acri sapori.
È l’accento circonflesso
che s’insinua nel complesso.

XXXVIII

La voce nella mia mente
continua a raccontar storie
ch’io ricevo come scorie
di canzoni del presente
o dell’altro ieri, comparse
dentro echi che rimbombano
nel cranio e poi sprofondano
su vaste pianure, riarse
dalla sete ed esser note
in contrade più remote.

XXXIX

Me ne sono andato al mare::
rotolarmi sulla sabbia,
lasciarmi dietro la gabbia
della stanza, e qui remare
torno torno i faraglioni
dei ciclopi, e se ci sono
ancora sedurli al suono
della mia voce: oh, stagioni
sempiterne del credere
nell’attimo durevole!
(4, continua)

(Copyright @ 2002 Giose Rimanelli)
All Rights Reserved


luglio 20, 2002
 Laudatio per @ltroMolise - Microliriche della Rosa: Libro Primo, III - Il viaggio @ 18.50.48
di Giose Rimanelli

XIX

Hai prenotato la stanza
d’albergo per noi? Arriviamo
col fiato in bocca al richiamo
del Corno. Quanto alla danza
prepara corone, fiori
di serra, anche fresche viole
di prato selvaggio: e sole
anime - con lievi odori -
che m’abbraccino a visioni
d’altri amori coccoloni.

XX

Sei sbucata dalla strada
che arranca per la salita.
Io che faccio il cenobita
nella stanza, e mangio biada
quando posso dai cavalli
che cavalco nel maneggio,
ti ho subito amata – peggio
di quei grilli di convalli
che cantan come spauriti
di se stessi – nei miei riti.

XXI

Dipingere un universo
ch’è sbiadito all’orizzonte
è un traghetto: l’Acheronte
ignoto, che riattraverso.
Hai carpito in aria il tuono?
Niente cerco, eccetto un fiore
che mi svegli dall’agrore
della sonnolenza: dono
in queste sciagurate ore
di brivido e disamore.



XXII

Ma per sempre nella mente
ti rimane una ferita:
bevevi acqua ribollita
con la fede del credente.
Adesso è come esser cieco
dei colori dell’aurora,
dei sapori della flora
che ti fanno ancor più bieco
con le povere farfalle
dal pelame di percalle.


XXIII

Consentimi d’essr chiaro:
ritieni che un amorazzo
sottobanco faccia il lazzo
al qualcuno che ti è caro?
Sarebbe un gioco, una farsa
da innervosire; protrarsi
per poi stratificarsi
diverrebbe solo un’arsa
azionaccia di conturbo:
tu vivresti nel disturbo?


XXIV

È colpa del giornalismo
aver per la testa matta
passione per una ciabatta
che calzi per altruismo?
Colpa dell’enteroclisma
l’esser cresciuto discolo
per vivere nel pulviscolo
strofico dell’aforisma?
Per favore: ogni prefisso
mi ricaccia nell’abisso.


XXV

Oh te felice, sperare
nel sempre giusto rituale
del ciò che è buono, rivale
di nessuno, solo amare
quel che germoglia da cuore
e mente, passione/vita
che s’intreccia nelle dita
col bacio che dice amore.
Oh te felice, sperare
solo per non disperare!

XXVI

Riafionando sragionando
non parlarmi d’afasia
nel tunnel dell’atonia.
Non si vede il dove e il quando
delle futili parole
pur se pensi o le ricami
per coloro che non ami
stravaccati sotto il sole?
Sei partito e ritornato:
sempre stato il Benamato!


XXVII

Non importa, non ti serve
se ti parlo a fior di labbra
per convincerti che scabra
non è tutta la tua verve
che seduce il cuore frolle:
porta a casa la riserva
di fiducia che preserva
un’esistenza acre, folle,
estratta dal due più due
solo per ragioni sue?

XXVIII

Sono un uomo del Sud: niente
da perdere o guadagnare.
È stato forse un sognare
il mio vivere indolente
e mai accaduto? Soggiorno
spesso crudo la mia vita,
risoltasi in lunga gita
di piacere, di ritorno
al cosmico Sommo Bene
che m’assolve delle pene?


XXIX

Mia cara: è il 7 di fiori
che abbraccia e ristora casa,
lavoro: è tabula rasa
dell’ovvio – in specie dolori
e certi slanci furtivi,
dativi, tipo peccati
di bambini appena nati
con la targa PUTATIVI,
quindi svenduti di sbieco,
senza lasciar dietro una eco.


XXX

La muffa bianca del vino
è quella che ama l’oscuro:
fiore racchiuso nel muro
che incorpora in sé il divino
senso del dimenticare
e fors’anche lo stradire,
lo scivolare nelle ire
del perso e del ritrovare.
Potresti dirmi: Fortuna
cieca nel chiaro di luna?

(3, continua)


giugno 30, 2002
 LAUDATIO - Microliriche della Rosa: Il viaggio (Libro primo) @ 16.43.53
di Giose Rimanelli

X

Pensa: due persone insieme
stanno meglio d’ una sola,
ma non metterci tagliola:
nasce da libertà il seme.
Vivere è piacere, dono
concessoci da un Pianeta
ch’io studio dall’A alla Zeta
se fatto tondo o anche a cono:
lo racconto nei racconti
che’oggi chiaman d’oltremonti.

XI

Mi rifletto nello specchio
che riflette le mie vie:
sembran tutte anime pie
affaccendate, dal vecchio
asfaltate in un bel nuovo
senza crepa alcuna, o buca,
che mi succhi nel non luca
frantumandomi come uovo.
Il problema è sempre quello:
Prigioniero d’un anello.

XII

Tu li hai visti su dei prati
freddi come lo smeraldo:
ti sembravano nel caldo
penitenti, attorti frati
in preghiera di qualcosa;
per scoprir poi ch’eran bonzi
rinsecchiti come i gonzi
passeggeri d’un’ascosa
primavera che’era nata
da una storia mai narrata.

XIII

Ricercavi le parole
che potessero irradiare
quel tuo cupo meditare
sopra il quanto che ti duole?
Queste ninfe son capaci
D’ammaliarti senza tregua,
e cucinarti alla stregua
delle streghe, sulle braci,
se gli torna il vantaggio
darti miele nel servaggio.

XIV

Non convince l’illazione:
parole che ti troccano,
parole che ti scoccano
come genne d’orazione.
Tu ricerchi solo il fiore
di parole che insegnino,
di parole che impegnino
farti meglio dentro il cuore
senza troppo meditare
se sia meglio rinunciare.

XV

Vagolando estate e inverno
per le lande del pensiero
mi rivedo sul sentiero
dirupato dell’odierno
bieni ed ire prominente
di scagnozzi: passeggeri
come allegri gabellieri
sulla rotta di ponente
striata di gran brutti ceffi
dall’aspetto di sberleffi.

XVI

Ora vedo più di prima
con questi disastrati occhi,
chiusi alla visione: crocchi
d’incendiari sulla cima
dei miei immaginari monti
dove la lonza si accoppia
col mandrillo che si sdoppia
se il lupo mugghia alle fonti
d’ogni desiderio, oppure
al buco di serrature.

XVII

Ho incontrato un canarino
che parlava coi suoi morti
sopra i gialli contrafforti
dell’estatico confino
tra l’instabile Georgia
e la mistica Alabama;
sotterravano uno llama
proprio ai piedi della morgia
dei serpenti colorati
con musi proboscidati.

XVIII

Come fiori appesantiti
dal compianto e la calura,
curvi sulla sepoltura
in quell’ora di nitriti
d’animali, di violenza
piratesca, di carnali
ammucchiate con le frali
pavonvelle in diligenza
i designati al clistere
tutto fecero a dovere

(2, continua).


maggio 25, 2002
 LAUDATIO per @LTROMOLISE - Microliriche della Rosa @ 22.59.21
di Giose Rimanelli

Libro Primo
Il viaggio


I
Lodato sia tu. Signore,
per quest’ultima avventura
che mi porta fuor di mura
in un mondo fatto a fiore
nel pensiero, specie in sere
in cui quest’anima – ansiosa
d’alibì – si fa vischiosa
anche in barba al Giardiniere
che pur sente ogni lamento
se c’è sgarro o strugggimento.

II
Se la vita è solo un sogno,
(e tra l’altro tanto breve),
io vorrei con ritmo lieve
farne un canto per bisogno
d’effusione: l’approdare
- con riso, pianto? – alle foci
di quei dubbi che, feroci,
mi sconsiglian ricercare
il nettare dell’amore
in quel boccio detto fiore.

III
Oh quel boccio, Rosa Rosa,
che ti s’apre con degli occhi
imbambolati se in crocchi
di marmaglia sol bramosa
di squassarla, strapazzarla,
arrivarle fino al cuore
con violenza, con furore
per infine calpestarla.
La mia rosa è quella sposa
Che mi abbaglia e mi riposa.

IV
Rosa carnosa muschiosa
che onoro e respiro, viso
d’angelo, enigma nel riso,
boccuccia allegra, bramosa.
Non c’è rosa senza spine,
non c’è amore sena pene
dice ambiguo il Notabene
che ci lista proteine.
Ma io non sono che un viandante,
faccio orecchio da mercante.


V
Come il giorno che plana
sui monti a seno, lontano,
già strano per gli occhi, io piano
mi stringo nel sonno: diana
lucente nel nuovo viaggio
e guida che accresce sete
e ansia nei ripieghi: mete
d’inontri, invito, miraggio
per fresche esperienze… Oh luna
nuova che sale, mia cruna!


VI
Nel lecito e illecito
del cuore – che non dispera
mai di aggrapparsi alla spera
d’un cordiale sollecito
a spalancare la porta
dell’imene (non rischiosa,
bada bene, e dilettosa
che t’incanta, ti conforta) –
tu potresti decantare
la sapienza dell’amare?











VII
Ora navigo nel giallo,
molle polline di rosa
come un’ape agra, golosa,
che svolazza intorno al mallo
della stessa anima sua
fino a uccidersi nel miele
- che incorpora alquanto fiele –
stravaccato tutto a prua.
Frastornato d’emozione
quest’Io, nato giuggiolone.


VIII
Non c’è rosa senza spine,
non c’è amore senza pene.
Da te vengo a mani piene,
senza porre alcun confine.
Col bernoccolo industriale
spesso compro e vendo assenzio
anche quando non presenzio
allo stupro d’un ditale.
Non sto dietro a minutenze,
Solo al sodo… le efficienze!


IX
Prop sop, fraffi fluffi… mere
onde… Sull’acqua cammino
se, con te sempre vicino,
non mi facconti chimere.
Colgo la spiga del grano
dal fondo marino e vaglio
- pur senza farne un ventaglio –
gli sfregi nella tua mano.
Hai sulla terra la testa,
o nella bruta tempesta?

(1.continua)


May 6, 2002
 Sulla sapienza della traduzione nelle antologie trilingue della triade Bonaffini, Serrao e Vitiello @ 1:41:34 AM
di Giose Rimanelli

Con un suo articolo sul quotidiano italiano di New York, America Oggi, Franco Borrelli si chiedeva, a nome dei suoi lettori, Antologia bilingui sì, ne abbiamo viste tante, tutte utili, tutte necessarie. Trilingui? Beh, non capita davvero tutti i giorni. Quando poi ci si accorge che la qualità dei testi e la cura delle indicazioni bibliografiche sono tante, allora non resta che leggere avidamente e plaudire con molto calore.” (1) Borrelli sapeva bene, per averne scritto, che Luigi Bonaffini aveva già tradotto poeti italiani sia in lingua che in vernacolo, (2) ma Dialect Poetry of Southern Italy, 1997, con testi e critica, si presentava in effetti la prima antologia trilingue che vedesse la luce in America nella meritoria collana dell’editrice Legas di Brooklyn, AItalian Poetry in Translation Series” diretta da Gaetano Cipolla, lui stesso autore e traduttore ben noto (3).
Ma va subito ricordato, e a dovere per non perderne traccia, che prefazione a questa prima antologia trilingue bonaffiniana c’è il pionieristico lavoro di Hermann W. Hallen, racchiuso nel suo egregio volume di 549 pagine, The Hidden Italy, (4) che presenta una selezione di poesia dialettale italiana per la prima volta al pubblico di lingua inglese, nell’arco dei passati due secoli e mezzo. Si tratta di un’edizione bilingue tuttavia, che nello specchietto di 10 regioni, dal Piemonte alla Sicilia - con l’esclusione di Umbria, Puglia, Calabria, Abruzzi e Sardegna - (5) Haller studia e traduce in inglese 24 poeti (6). I più vecchi sono il piemontese Edoardo Calvo (1773 - 1804), il lombardo Carlo Porta (1775 - 1821), il laziale Giuseppe Gioacchino Belli (1791 - 1863), i siciliani Domenico Tempio (1750 - 1820) e Giovanni Meli (1740 - 1815). Dei più giovani, il friulano Pier Paolo Pasolini (1922 - 1975).
Il grande merito di Hermann è stato quello di aprire la porta (7). E, infatti, la prima antologia trilingue di Luigi Bonaffini, pensata e organizzata in America ma pubblicata in Italia, nel Molise - paese di origine sia di Bonaffini che di costui che scrive - (8) porta la prefazione di Haller. (9) Raggiunse il Nord, penetrò nel Sud. Giacinto Spagnoletti, critico letterario e, soprattutto, grande antologista - uomo del Sud lui pure, ma residente a Roma, specialista di lingua e dialetti - con se stesso si rammaricò per l’esclusione del Molise dall’ antologia che aveva elaborato e portato a fruizione con il Vivaldi, ottimo poeta del Nord, lui pure residente a Roma. Vi fu un certo periodo in cui la polemica politica Nord/Sud di separazione, di tagliare l’Italia in due, parve infettare in qualche modo anche l’operazione letteraria, per fortuna per poco: ci si avvide infatti, sfortunatamente, che in antologie di voluto e dovuto qualificante spessore stampate nel Nord e redatte da studiosi di inequivocabile valore solo qualche poeta del vernacolo Sud vi ci cadde dentro come uccel di bosco, ostaggio e simbolo (10).

Qualche anno più tardi Giacinto Spagnoletti stilò la prefazione alla seconda antologia trilingue di Luigi Bonaffini, Dialect Poetry of Southern Italy. Texts and Criticism, pubblicata dal Legas di Brooklyn, 1997 (11). Spagnoletti si accorse che bisognava fare ammenda di qualcosa. Con questo lavoro la poesia dialettale del Sud entrava effettivamente in America nella sua contemporanea storicizzazione (12), come oggetto e soggetto di un programma di divulgazione culturale bonaffiniano che in seguito avrebbe abbracciato anche Centro e Nord Italia, come vedremo, fianco a fianco si potrebbe ben dire a quello iniziato da Hermann W.Haller e da lui portato avanti con saggi e il recente The Other Italy. The Literary Canon in Dialect. (13)
Nella sua prefazione Spagnoletti riafferma, anzi espande un’antica intuizione di Gianfranco Contini circa la linea multilinguistica dei dialetti nostrani, dal Medioevo ad oggi, puntando suprema attenzione nel loro rapporto con il linguaggio nazionale. Visto quindi sotto questa luce non pare più ostico percepire che il dialetto possegga, nella sua stupefacente varietà di articolazione non uno ma plurimi legami letterari, fascino soprattutto per affermati poeti in lingua che nel dialetto ritrovano il volto della koiné antropologica del villaggio, delle quattro mura di casa.
E qui Spagnoletti si avvale, a vantaggio di ogni lettore, di lingua o vernacolo, di un appunto aneddotico offerto dal filosofo Benedetto Croce nel lontano 1903, affascinato com’era dalla poesia del napoletano Di Giacomo, che pare rimproveri specificamente quei puristi dell’ italiano standard sempre con una certa puzza sotto il naso nei riguardi del dialetto e suoi vati (14), poeti differenti nella nostra letteratura se considerati tali nella benevole ironia del De Sanctis.
Si allude in pratica a un idioma paterno, di autorità, e ad un idioma materno per distinguere tra dialetto letterario "riflesso” e la poesia popolare. Spagnoletti riconosce infine che per i devoti poeti del vernacolo - e cita nomi, quali Maffia e Pierro, Cirese e Buttitta - il dialetto si modella in una forma di coltivato sperimentalismo, che senza imitare si giostra comodamente con le tecniche letterarie più avanzate (15).
Pensiero, questo, rielaborato con nuova energia nell’ampia introduzione di Luigi Reina al volume bonaffiniano sui poeti del Sud che, in pratica, avrebbero trovato modo istintuale o "endofasico” (16) di identificare nei loro "idiomi” elastiche disposizioni o viadotti linguistici per far vera poesia, insieme declinando il verbo "consumistico” dei media con la parola "culta”, ovvero unendo nei sacramenti linguaggio di "cultura” e linguaggio di "natura”. Ancor meglio, ai fiori di questo matrimonio pensa il previdente e ultracosciente Dante Maffia con nove versi del suo dialetto calabrese, indirizzati a Giacinto Spagnoletti e tradotti da Luigi Bonaffini:

Giacinto, now
that I write
with my mother’s language
I feel things more deeply,
words have substance
they’re not dead, consumed,
they belong to no one
it’s as they were
springing from a blaze of water. (17)

Reina commenta che la sfida dei poeti neo-dialettali è oggi rivolta su due fronti simultaneamente: linguaggio e soggetto, senza barriere, e tanto che - appunto nella "filosofica” spontaneità di flessione e amalgama - lingua di "natura” e lingua di "cultura” sono duttili abbastanza da essere strumenti di un moderno trobar.

È proprio questa voce, trobar, che informa i moderni antologisti del linguaggio, e nel nostro caso della poesia, spesso loro stessi poeti (Loi (18), Serrao, Vitiello, Baldini) oltre che raffinati letterati e - con le dovute prospettive - sapienti traduttori e storici della lingua, delle lingue.
In preparazione infatti della necessaria antologia trilingue sulla poesia dialettale del Nord, che venisse a far corpo unico con quella del Sud - Dialect Poetry of Northern & Central Italy, Texts and Criticism, ora finalmente giunta in porto per cura di Luigi Bonaffini e Achille Serrao, editrice Legas di Brooklyn, New York, 2001 (19), - si insediò Via Terra - An Anthology of Contemporary Italian Dialect Poetry a cura di Achille Serrao, Luigi Bonaffini & Justin Vitiello, anche questa come le precedenti stampata dal Legas, 1999, dopo la sua prima e rivoluzionaria edizione italiana del 1992 presso Campanotto di Udine, con introduzione di Luigi Reina: bandiera e portavoce dei neodialetali, con al timone il Serrao che di questa Anuova poesia” può tracciarne i sintomi generazionali (poeti che partono dalla data di nascita 1930, e da quale regione), la vitalità e le realizzazioni (20) in proprio, per esperienza sua propria, qualificante nella sua suggestività.
Commentando un libro di Serrao di qualche anno più tardi la pubblicazione italiana di Via Terra (21), Sante Matteo della Miami University, Ohio, scopriva che i neodialettali offrono un affascinante panorama delle tendenze linguistiche, sociali, politiche, ed ideologiche presenti nella cultura italiana a cavallo fra due millenni, e che il personale iter di Serrao, in quel libro raccontato, si può considerare emblematico di tutta una generazione dei poeti neodialettali.” Non vi sarebbe più antagonismo fra l’italiano e i dialetti, "opzioni ormai equipollenti in una gamma sempre più ampia di codici poetici e plurilinguistici”. (22)
Ma è qui proprio che la traduzione trova i suoi agonizzanti problemi e gli indiscutibili meriti. E, comunque, forse l’aspetto più importante dell’opera antologica di Bonaffini e associati è proprio questo: per la prima volta i testi dialettali vengono tradotti da traduttori in grando di operare ad un livello molto alto, e quindi produrre lo stesso risultato delle traduzioni dall’italiano. In un suo fondamentale saggio di alcuni anni fa (1995) sulla traduzione dal dialetto, Luigi Bonaffini constatava che "la poesia dialettale, certamente per motivi che riguardano la sua condizione tradizionale di presunta subalternità e di limitata diffusione, ma anche per via di difficoltà oggettive inerenti la traduzione stessa, data la scarsa conoscenza dei dialetti da parte dei traduttori anglofoni, si è trovata egregiamente trascurata dagli addetti, cosicché essa, ed in particolar modo quella più recente, rimane ancora quasi tutta da tradurre.” (23)
Oggi fatta, in gran parte, con le presenti antologie e libri, come indicato in nota 2, anche se tanto ancora resta da fare.
Più in là in quel suo saggio, Bonaffini osservava che "traducendo in un linguaggio standard, il traduttore non può cogliere l’eccentricità della parlata vernacolare, il suo porsi come alternativa, deviazione non normativa da una norma. Nell’affrontare questo concetto di deviazione, imprescindibile da qualsiasi discussione sulla letteratura dialettale, bisogna comunque tener conto del notevole scarto a cui è sottopposto lo stesso termine `dialetto’ nell’area anglosassone, dove acquista in effetti il significato di anormalità, di allontanamento da uno standard linguistico ben definito, per cui persino una pronuncia locale o regionale può essere considerata una forma dialettale. Lo stile `vernacolare’ è quindi contrassegnato dalla deviazione da uno standard, laddove non esista una molteplicità di parlate autonome come in Italia.” (24)

Bonaffini porta numerosi esempi di traduzione circa il "problema dialetto” contrapposto alla lingua standard, giustamente risalendo anche all’`espertissimo’ dei vernacoli, l’americano Mark Twain, i cui romanzi e racconti, in particolar modo Huckleberry Finn, son pieni di "parlata” dialettale, e a Carlo Emilio Gadda con Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana. "Ma per le varie strategie di compensazione di cui posseggono i traduttori” Bonaffini analizza, "è determinante la totalità del contesto linguistico in cui appare il dialetto, perché se è possibile parlare di naturalezza in un contesto monolingue, dove si parla solo dialetto, e quindi la perenne opposizione lingua-dialetto viene spinta al di sotto della soglia della conflittualità, questo diventa pressoché impossibile nel momento in cui viene introdotta l’altra lingua, la lingua standard, nei cui confronti il vernacolo dovrà necessariamente diventare eccentrico, deviante.” (25)
Per chiudere, vorrei rienfasare alcuni importanti punti di queste antologie: 1) l’apparato critico. Specialisti hanno preparato le varie introduzioni alle singole regioni ed ai singoli autori. Questo non si trova nemmeno nelle antologie italiane; 2) la bibliografia. Una bibliografia esauriente della poesia dialettale del Novecento che diventa uno strumento di lavoro importante per la critica; 3) le traduzioni. Ripeto che questo è forse l’aspetto più importante dell’opera, perché per la prima volta i testi dialettali vengono studiati e tradotti da traduttori in grado di operare ad un livello assai alto; 4) Bonaffini ha creato anche un website basato su questo suo lavoro, che va assolutamente consultato per quanto offre (dialectpoetry.com); sebbene esso sia ancora (o appunto per questo) un work in progress in continua espansione, è fondamentale in quanto rende accessibile in tutto il mondo, e immediatamente, un punto d’incontro obbligato per chiunque sia interessato alla poesia dialettale. E fra poco questo website, (dialectpoetry.com) si arricchirà anche di voci registrate dei poeti: avvenimento che senza dubbio avrà un’enorme importanza storica, culturale, letteraria ed antropologica.

Giose Rimanelli
State University of New York. B Albany, Emeritus


NOTE

1) "Poesia/Un"Antologia Trilingue", di Franco Borrelli. Domenica 17 Maggio 1998. 13B

2) Cfr. Dino Campana. Orphic Songs and Other Poems, 1992; Mario Luzi. For the Baptism of Our Fragments and Phrases and Passages of a Salutary Song, 1992,1998; Vittorio Sereni. Variable Star, 1999; Giose Rimanelli. Alien Cantica, Moliseide and Other Poems, Jazzymood, 1995,1999,1999; Giuseppe Jovine. The Peacock / The Scraper, 1994; Achille Serrao. The Crevice, 1995, Cantalesia, 1999. Bonaffini tradusse anche Molisan Poems, di Eugenio Cirese, 2000, e la poesia di Albino Pierro. In edizione bilingue, invece, pubblicò presso l"Editore Marinelli di Isernia, con co-editori, Poesia dialettale del Molise (1993), e presso lo stesso editore molisano il saggio La poesia visionaria di Dino Campana, 1980.

3) Borrelli precisava che "il Southern in questione, per chi non l"avesse ancora capito, è il nostro, e le lingue in questione sono l"inglese della traduzione, gli originali dialetti e l"italiano mediaro."

4) Hermann W. Haller. The Hidden Italy. A Bilingual Edition of Italian Dialect Poetry. Detroit: Wayne State University Press, 1986.

5) Le regioni d"Italia sono 20: è curioso che Haller - attentissimo alle infrastrutture - ne consideri solo 15: 10 studiate attraverso i loro poeti e 5 escluse. Che fine hanno fatto le altre 5? Haller, comunque, spiega il motivo dell"esclusione delle regioni citate con questa legittima frase: "This is simply because those regions lack a continuous production of dialect poetry over many centuries."

6) Haller: "All poems have been translated into English. With one exception (Tusiani"s rendering of Porta"s La nomina del cappellan) they are my own versions."

7) Nell"introduzione a quest"opera Haller immediatamente dichiara che "the strong presence of a literary Italian dialects, which have not evolved significantly since the first documents of the ninth and tenth centuries, can be subdivided roughly into three major arcas divided by the La Spezia-Rimini and the Rome-Ancona lines respectively. North of the La Spezia-Rimini line we can typologize the rather homogenous Gallo-Italic group (Piedmontese, Ligurian, Lombard, and Emilian-Romagnol), and the Venetian dialects (Venetian, Trentine). North of Rome-Ancona line are the Tuscan dialects and the central Italian dialects (Umbrian, Marchigian, Roman). And finally, south of that line are the southern dialects (Campanian, Abruzzese, Molisan, Calabrese, Apulian, Lucanian, and Sicilian), p. 37.

8) Si tratta di Poesia dialettale del Molise. Testi e critica. A cura di Luigi Bonaffini, Giambattista Faralli, Sebastiano Martelli. Isernia: Marinelli editore, 1993. Tutte le traduzioni dei testi in inglese sono di Bonaffini, mentre l"indice riporta i nomi degli autori antologizzati e di quelli che curarono le singole introduzioni critiche: - Giuseppe Altobello (a cura di Giambattista Faralli); Domenico Sassi (a cura di Mario Aste}; Michele Cima (a cura di Sebastiano Martelli); Luigi Antonio Trofa (a cura di Luigi Fontanella); Eugenio Cirese (a cura di Luigi Biscardi); Giovanni Cerri (a cura di Sebastiano Martelli); Nina Guerrizio (a cura di Sabino d=Acunto); Giuseppe Jovine (a cura di Luigi Bonaffini; Giose Rimanelli, (a cura di Giambattista Faralli). Il volume riporta inoltre una ricca Bibliografia.

9) Nel 1991 era uscita a Milano, presso Garzanti, un" antologia di sensibile rilievo, Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi, di G. Spagnoletti e C. Vivaldi, che dava anche posto all"indagine di poeti meridionali dialettali della Puglia, della Calabria e Lucania, ma il Molise, notò Haller, vi "è stato trascurato quasi completamente." Haller, invece, indagò, e così chiude la sua prefazione: "Il presente lavoro porta la poesia dialettale molisana fuori dal suo isolamento, ironicamente in un periodo storico quando i dialetti svaniscono lentamente dall"uso quotidiano, convergendo con la lingua nazionale, come testimonia qualche testo del volume. Tale isolamento fu causato da vari fattori, tra cui anche la difficoltà linguistica del dialetto, e forse dalla presenza e attività letteraria egemoni dell"Abruzzo con i suoi importanti centri culturali. L"eclisse si deve però anche al forte contrasto che si nota tra le molte imprese linguistiche nel settore della dialettologia abruzzese e molisana ad opera soprattutto di Ernesto Giammarco e la sua monumentale opera lessicologica e grammaticale da una parte, e la mancanza di opere simili di filosofia e critica letteraria circa la produzione letteraria molisana. L"antologia contribuirà ad allargare il coro di poesia dialettale. I lettori potranno apprezzare il dialetto molisano con i suoi dittonghi che richiamano alla mente I vicini dialetti campani, l"intensa metafora, le palatalizzazioni del tipo calabro, le sue vocali finali indistinte con il loro effetto sulle rime e sul ritmo dei sonetti di Altobello, o dei versi liberi di Jovine. Le traduzioni inglesi non solo danno all"impresa una dimensione internazionale, ma concorrono a riportare il lettore al testo originale, promuovendo perciò paragoni con temi popolari e colti, con forme e tecniche usate da poeti dialettali appartenenti ad altre tradizioni."

10) Cfr. Le parole di legno. Poesia in dialetto del `900 italiano. A cura di M. Chiesa e G. Tesio, 2 voll. Milano: Mondadori, 1984; Poeti dialettali del Novecento. A cura di F. Brevini. Torino: Einaudi, 1987.

11) A parte la prefazione di Spagnoletti, l"introduzione di Reina, la Bibliografia e le Note Biografiche, questa antologia ha il seguente Indice: ABRUZZO (a cura di Vittoriano Esposito): Vitorio Clemente, Alessandro Dammarco, Ottaviano Giannangeli, Giuseppe Rosato, Cosimo Savastano; LAZIO (a cura di Dante Maffia): Cesare Pascarella, Gigi Zanazzo, Trilussa, Mario dell"Arco, Mauro Marè; MOLISE (a cura di Giambattista Faralli): Giuseppe Altobello, Luigi Antonio Trofa, Eugenio Cirese, Giuseppe Jovine, Giose Rimanelli; APULIA (a cura di Sergio D"Adamo): Nicola Giuseppe De Donno, Joseph Tusiani, Lino Angiuli, Francesco Granatiero; CAMPANIA (a cura di Dante Maffia): Salvatoe Di Giacomo, Ferdinando Russo, Raffaele Viviani, Achille Serrao, Michele Sovente, Tommaso Pignatelli; BASILICATA (a cura di Antonio Lotierzo): Albino Pierro, Vito Riviello, Mario Romeo, Antonio Lotierzo, Rocco Brindisi; CALABRIA (a cura di Luigi Reina); Michele Pane, Pasquale Creazzo, Nicola Giunta, Vittorio Butera, Achille Curcio, Dante Maffia); SICILIA (a cura di Lucio Zinna): Alessio Di Giovanni, Vann"Antò, Ignazio Buttitta, Santo Calì, Paolo Messina, Antonino Cremona; SARDEGNA (a cura di Angelo Mundula): Raffaele Sari, Benvenuto Lobina, Mario Pinna, Cesarino Mastino (Ziu Gesaru). TRADUTTORI: Luigi Bonaffini, Novella Bonafini, Gaetano Cipolla, John Du Val, Luigi Fontanella, Ruth Feldman, Anthony Molino, Michael Palma, Joseph Perricone, John Shepley, Justin Vitiello.

12) Nella Editor"s Note, Luigi Bonaffini mette le carte in tavola con un avviso al lettore: "The fact that the anthology is trilingual (dialect-Italian-English) and has substantial introductory essays also added to the necessity of limiting the number of poets and excluding many deserving ones. Moreover, it would have been unfeasible and outside the scope of this book to include poetry from past centuries. The decision to concentrate on the poetry of this century ensures a more balanced picture of the landscape of contemporary dialect poetry through the inclusion of some poets belonging to the new wave of the so-called neodialect poetry. Their presence also attempts to maintain a balance between the first and the second half of the century, but it necessarily means that some well-known figures from the first half had to be excluded in favor of more recent poets."

13) Hermann W. Haller. The Other Italy. The Literary Canon in Dialect. Toronto Buffalo London: University of Toronto Press, 1999.

14) Dal Croce, nella citazione dello Spagnoletti: "What does) it means to contest the rights of dialect poetry? How can you prevent someone from writing in dialect? Much of our soul is dialect, since so much of it is made of Greek, Latin, German, French, or of ancient Italian. When an artist fels in dialect, he must express himself with those sounds. And, according to the necessity of his vision, he will express himself in dialect, in dialect mixed with Italian, in an idiom of his own particular making."

15) A questo proposito il critico letterario Luigi Biscardi ricorda le tre domande che nel 1953 P.P.Pasolini rivolse da "Il Belli" ai poeti dialettali. Alla prima, "Perché scrivi in dialetto anziché nella lingua letteraria," il molisano Eugenio Cirese rispose in questo modo, "Il dialetto è una lingua. Perché possa essere mezzo di espressione poetica e trsformarsi in linguaggio e immagini è necessario possederla tutta, avere coscienza del suo contenuto di cultura e della sua umana forza espressiva. Nell"infanzia e nella prima giovinezza - o sia nel tempo più bello e più vivo d"interessi della mia vita - ho parlato, raccolto e cantato canzoni, gioito, pianto, pensato in dialetto;" e il veneto Biagio Marin concordò: "Scrivo in dialetto perché è il linguaggio più aderente al mio modo d"origine e alla mia anima che di quel modo s"è nutrita e incantata." (da La letteratura dialettale molisana tra restauro e invenzione. Marinelli Editore. Isernia, 1983. p. 76-77.)

16) Ovviamente la rivoluzione neo-dialettale contemporanea inizialmente definita dallo Spagnoletti "sperimentale" coinvolge la poesia dal Sud al Nord e viceversa. In una sua nota all"Introduzione Reina chiarisce che di questa "endofasia" parla il Baldini nei riguardi di Biangio Marin il quale "disinters an almost extinct dialect" making it phonetically extravagant, but all the more resaunding with personal accents in the direction of a private endophasia," (Osservazioni sull"ultima poesia dialettale, in Ulisse, XI, February 1972) e Mengaldo nei riguardi di Pierro ("one can grasp" the necessary paradox" of a part of the current poetry in dialect, which from vehicle of socially open and communicative messages tends to become more and more a jealously individual language, almost endophasic," in Poeti italiani del Novecento, Milano 1978, p.960); ma già il Contini, recensendo Poesie a Casarsa di Pasolini, stigmatizzò la necessità di una progressivamente stratificata lettura della poesia dialettale, come rifiutando la medianica assistenza della traduzione: "allow a certain time to digest this Friulan dialect, which is not everyday food; leave some margin to the wonder that a "spirit" à la page has taken refuge among those final s=s, those palatals, those diphtongs" ("Il limite della poesia dialettale," in Corriere del Ticino, 24 aprile 1943.)

17) Dante Maffia. "Jacì," in U Ddìe puvirille. Milano, 1990.

18) Il decano dei neodialettali, Franco Loi, unitamente a Davide Rondoni ha recentemente pubblicato una antologia lingua/dialetto sulla poesia italiana 1970-2000 dal titolo Il pensiero dominante, editore Garzanti, Milano 2001, che vede presenti 157 poeti, 54 dei quali in dialetto.

19) Introdotta dal poeta veneto Gian Mario Villalta, l"imponente volume indaga sulla poesia di 65 poeti di queste regioni (che è giusto nominare come informazione) del Centro e Nord Italia: Svizzera Italiana, a cura di Renato Martinoni, traduzioni di Gaetano Cipolla: - Giovanni Bianconi, Ugo Canonica, Giovanni Orelli, Elio Scamara, Fernando Grignola, Gabriele Alberto Quadri; Valle d=Aosta, a cura di Giuseppe Zoppelli, traduzioni di John Shepley: - Jean-Baptiste Cerlogne, Eugenia Martinet, Marco Gal; Piemonte, a cura di Mario Zoppelli, traduzioni di Justin Vitiello: - Nino Costa, Pinin Pacòt, Luigi Olivero, Tòni Bodrìe, Bianca Dorato, Remigio Bertolino; Lombardia, a cura di Giuseppe Gallo, traduzioni di Justin Vitiello: - Delio Tessa, Franco Loi, Piero Marelli, Giancarlo Consonni, Franca Grisoni; Liguria, a cura di Cesare Vivaldi, traduzioni di Michael Palma: - Edoardo Firpo, Luigi Panero, Cesare Vivaldi, Giuseppe Cassinelli, Paolo Bertolani, Roberto Giannoni; Veneto, a cura di Elettra Bedon, traduzioni di Dino Fabris: - Ernesto Calzavara, Sandro Zanotto, Luigi Bressan, Luciano Caniato, Luciano Cecchinel, Gian Mario Villalta, Andrea Zanzotto, Cesare Ruffato; Friuli-Venezia Giulia, a cura di Dante Maffia, traduzioni di Adeodato Piazza Nicolai: - Virgilio Giotti, Biagio Marin, Carlo Cergoly (Carolus L. Cargoly), Claudio Grisancih, Pier Paolo Psolini, Elio Bartolini, Nico Naldini, Amedeo Giacomini, Nelvia Di Monte; Trentino, a cura di Elio Fox, traduzioni di Rina Ferrarelli: - Vittorio Felini, Marco Pola, Arcadio Borgogno, Renzo Francescotti, Lilia Slomp, Italo Varner; Emilia-Romagna, a cura di Alberto Bertoni e Vincenzo Bagnoli, traduzioni di Adria Bernardi: - Enrico Stuffler (Fulmiànt), Renzo Pezzani, Cesare Zavattini, Tonino Guerra, Tolmino Baldassari, Raffaello Baldini, Emilio Rentocchini, Giovanni Nadiani; Marche, a cura di Sanzio Balducci e Marco Ferri: - Odoardo Giansanti (a.k.a. Pasqualon), Giulio Grimaldi, Franco Scataglini, Leonardo Mancino, Gabriele Ghiandoni; Umbria, a cura di Achille Serrao e Francesco Piga: - Gaio Fratini, Franca Ronchi Francardi, Antonio Carlo Ponti, Renzo Zuccherini, Ferruccio Ramadori, Alessandro Prugnola.
Mentre scrivo, su America Oggi (Domenica, 20 gennaio 2002), appare un ottimo articolo di Gian Mario Villalta su questa antologia di Luigi Bonaffini e Achille Serrao, il cui punto centrale rafforza l"indagine condotta da più anni su "lingua del popolo" e "lingua del professore." Egli scrive: "L"opposizione tra "lingua viva" e "lingua letteraria" già contiene in sé i suoi limiti: le difficoltà e l"antiletterarietà dell"italiano ufficiale sono state sempre sottolineate dal ruolo portato avanti proprio dal dialetto. Quest"ultimo, però, è stato sempre considerato il parente povero, ma anche è riuscito ad esprimere maggior corporeità e immediatezza non sempre riscontrabili nella lingua "ufficiale." Spesso, poi, si è voluto relegare il dialetto alla semplice funzione di esprimere parodie, realismo farsesco e gioiosa sperimentazione. Solo nel XVIII secolo esso è divenuto coscienza culturale vera e propria, grazie a Goldoni, che riuscì ad inventare uno spazio per una reale comunicazione ove le parole diventano tutt"uno con i pesonaggi e con I caratteri che essi rappresentano B approccio riconoscibile anche nell"opera di Carlo Porta.)

20) L"edizione americana si avvale di "una dichiarazione di intenti" di Achille Serrao dal titolo "The New Dialect Poetry", e delle note, una delle quali è necessario citarla com"è: "The criteria determining the composition of this anthology did not, in its first edition, include Molise. But research on the state of the art in this region has revealed that there is a dearth of dialect among young Molisan writers and that Giuseppe Jovine and Giose Rimanelli, members of an earlier generation, continue to write good poetry in the dialect. Thus, although both poets were born before 1930, given their national and international standing as authors of prose as well as verse, they have been included as representatives of Molise in this present edition of the anthology."
L"elenco dei poeti per regioni riporta anche brani critici, che sono tanti. Ritengo di citare, in parentesi dopo il nome del poesta, quello dei traduttori. Piemonte: - Bianca Dorato (Luigi Bonaffini), Remigio Bertolino (Bonaffini); Lombardia: - Franco Loi (JustinVitiello), Franca Grisoni (Vitiello), Gabriele Alberto Quadri (Vitiello); Liguria: - Paolo Bertolino (Bonaffini), Roberto Giannoni (Michael Palma); Veneto: - Luigi Bressan (Dino Fabris); Friuli-Venezia Giulia: - Leonardo Zanier (Palma), Fabio Doplicher (Dino Fabris), Claudio Grisancich (Fabris), Amedeo Giacomini (Fabris), Ida Vallerugo (Fabris), Giacomo Vit (Palma), Gian Mario Villalta (Fabris), Adeodato Piazza Nicolari (traduzione dell"Autore); Emilia Romagna: - Nevio Spadoni (Vitiello), Giovanni Nadiani (Vitiello); Umbria: - Antonio Carlo Ponti (Palma); Marche: - Franco Scataglini (Bonaffini), Leonardo Mancino (Bonaffini); Lazio: - Mauro Marè (Vitiello); Abruzzo: - Giuseppe Rosato (alma), Pietro Civitareale (Palma), Marcello Marciani (Palma), Vito Moretti (Palma): Molise: ; Giuseppe Jovine (Bonaffini), Giose Rimanelli (Bonaffini); Campania: Achille Serrao (Bonaffini), Michele Sovente (Bonaffini), Salvatore di Natale (Bonaffini); Apulia: - Lino Angiuli (Bonaffini), Francesco Granatiero (Joseph Perricone); Basilicata: - Vito Riviello (Vitiello); Calabria: - Stefano Marino (Bonaffini), Dante Maffia (Bonaffini), Sicilia : - Salvatore di Marco (Gaetano Cipolla), Nino De Vita (Cipolla); Sardegna: - Efisio Collu (Vitiello), Leonardo Sole (Vitiello).

21) Achille Serrao. Presunto inverno: Poesia dialettale (e dintorni) negli anni novanta. Marina di Minturno (LT): Armando Caramanica, 1999. Con lo stesso titolo, Sante Matteo pubblica il suo articolo su Italian Culture, 18.1 (2000): 242-245.

22) Cfr. Articolo su citato: "La perdita di parlanti dialettofoni non importa perché non si scrive per loro ma per I lettori di poesia tout court, che scarseggiano anche per la poesia in lingua; il dialetto non è più facile, né più naturale, ma più espressivo e più ricco della lingua standard, impoverita e banalizzata dalla cultura consumistica, massmediale, e globalizzante; non si usa più il dialetto per un recupero nostalgico del folklore regionale, ma per cercare un idioletto col quale esprimere meglio la realtà, magari sradicata, del presente; i poeti neodialettali non s"inseriscono nelle tradizioni dialettali locali, adottando o imitando generi, locuzioni, ed atteggiamenti del passato, ma sperimentano nuove forme, nuovi codici, e nuovi contenuti, come farebbero scrivendo in italiano, ma con più libertà; infatti molti poeti neodialettali evitano i "grandi" dialetti che già hanno una propria tradizione letteraria - napoletano, siciliano, romanesco, milanese, veneto - optando per dialetti limitrofi, arcaici, ancora "vergini": scelte poetiche piuttosto che geografiche."

23) Luigi Bonaffini. Traditori in provincia. Appunti sulla traduzione dal dialetto. ITALICA. Volume 72. Number 2 (1995): 209.

24) Ivi. : 210-211.

25) Ivi. : 212.




April 28, 2002
 Discorso interrotto/ripreso con la poesia balleriniana @ 5:17:07 AM
di Giose Rimanelli

Pompano Beach, Florida - Le testimonianze sono in prima persona, candide o stravolte, con loro peso e responsabilità - specie in letteratura. Di solito si fanno sui morti; coi vivi le pedine depositate sulla pagina - queste nostre parole - potrebbero cambiare di secondo in secondo, con la mente che nel vigilare s’imbavaglia allo stesso tempo di mood: un umore impercettibile che naviga nell’animo e piano tinge le parole, mutandone direzione e senso.
Avrei voluto scrivere un articolo sulla poesia di un amico che non vedo da quasi quarant’anni, Luigi Ballerini, che solo in questi giorni (anche se “questi giorni” sono già “ieri” o l’altro anno mentre scrivo) mi è magicamente riapparso in casa, sul mio scrittoio di Pompano Beach, Florida, con una caterva di libri mirabili che ad uno ad uno mi porto anche nel bagno per continuare a leggerli e chiosarli, dal primo che è mio personalissimo, con dedica e scrittura con pennino blu, a me e alla mia compagna di allora (1), al volume intermedio che in dialetto milanese mi riporta al Cavalcanti degli anni giovani, “quegli anni”, quando insieme ne discutevamo rimescolando Pound e la sua intenzione di saggio su “Donna mi priega” che tanto lo affascinava, (2) fino all’ultimo volume il cui titolo soltanto mi punse subito il cuore: un rimbombo che rotolò per le scale e mi portò fuori dal quinto piano dove abito, alla spiaggia che corre sotto, marcia d’acqua e di buche di bambini: Uno monta la luna, questo anche con dedica (3).
Mia madre mi cantava questa canzone di paese come fosse una ninna nanna quand’ero bambino a Casacalenda, Molise, le cui parole dicevano:

Uno monta la luna
due il bue
tre la figlia del re
quattro monta il gatto
cinque raccogli il frumento
sei piedi incrociati...

Poi ricominciava, con una variante:

Uno monta la luna
due il bue
tre la figlia del re:
il più bravo se la tèee...

Ricorre più volte nel mio romanzo, Una posizione sociale, (Vallecchi: Firenze 1959), con appendice critica e un disco microsolco di 42 giri con 4 pezzi di musica jazz da me scritti ed eseguiti dalla Lambro Jazz Band di Milano. Il romanzo venne ristampato, con spartiti musicali ma senza note critiche e senza disco, con nuovo titolo, La stanza grande, introduzione di Sebastiano Martelli (Avagliano editore: Cava de’ Tirreni, 1996). La densa poesia di Luigi che si avalla di quel titolo, di 10 terzine, con ogni verso lungo quanto il foglio (che almeno fittiziamente riportano alla mente i versi “a fiato lungo” del Ginsberg di Howl,1956, ma è ben altro come vedremo), pare avanzi il tema forsennato, sempre reale tuttavia, di

questa guerra del bilico e del rimanere,
o del prendere una rincorsa...

per cui saltai subito alla nota 8 del libro per leggervi questa spiegazione:

Chi per primo saltava sulla schiena di quelli che `stavano sotto’ (piegati ad angolo retto, il primo con le mani contro il muro, gli altri con le mani sui fianchi di chi gli stava davanti) recitava qualche giaculatoria. I due saltatori successivi ribadivano il concetto, modificando tuttavia la figura dell’agente (da luna, a bue, a re). Tento invano, da ormai molto tempo, di ricordare cosa dicessero i rimanenti. La `bravura’ consisteva nel reggere quanti più saltatori si potesse. Il crollo dei sottostanti poneva fine al gioco `e alla filastrocca.’

La stessissima cosa con i ragazzi del mio paese.
Si proponeva: “Fècém’ì càvèllùne?”
Facciamo i cavalloni?
Era il gioco di prendersi la strada vuota e scavalzare con un salto le spalle, il corpo, del compagno piegato a metà, reggendosi fermo con le mani agrappate alle rotelle delle ginocchia sia per la via scavalcando con un salto il compagno (e spesso i compagni erano parecchi) e quindi essere scavalcato - in tal modo per un 500 metri di strada o finché uno dei cavalloni o cavallanti cadesse sfinito, arrendendosi; oppure - variante brutale, questa - cavalcare il compagno piegato a metà con le mani contro il muro, nella maniera più o meno descritta dal Ballerini.
Ma come mai la filastrocca di mia madre era così dolce, tanto soave da conciliare il sonno? Sapeva lei che quella qualificava una rincorsa, la guerra del bilico e del rimanere? Forse sì: sapeva, comunque, che chi vinceva, chi arrivava più in alto e non cadeva avrebbe avuto la “figlia del re”: come nelle favole, come nella vita, forse.
E questo colmò, in un certo senso, il vuoto di anni nell’amicizia Giose/Luigi. Tuttavia l’articolo che andando e venendo per la stanza pensavo di scrivere sulla poesia di Luigi Ballerini non veniva, e non veniva.. Andavo allo specchio e mi guardavo la barba già quasi tutta bianca, che all’insaputa cresceva durante i miei tentativi di scrivere.
“Caro ed amabile Giose,” mi dicevo. “Hai 77 anni, e hai scritto da quando ne avevi 10 (4). Come mai, ora? Come mai?”
Strappai il foglio di carta dal computer e tornai allo specchio, nel bagno, dove accadono le cose migliori, per leggere con un occhio lo scritto sul foglio mentre l’altro sorvegliava la barba che continuava a crescere (5). Ma dissi: no, non mi funziona!
Tornai nello studio, accanto alla finestra che affaccia sul mare, e al computer scrissi un altro titolo di articolo, con il suo principio.
Ce lo leggiamo?

RACCONTARE LUIGI BALLERINI

"Mio padre sempre mi diceva, “Il buon giorno si vede dal mattino,” un modo come un altro sentenzioso di dire che tradurrei in quest’altro modo sentenzioso i dire, “Se incominci bene non finisci male.” Ma cosa? La giornata del lavoro, indubbiamente, che è quella della vita. E da qui nasce il racconto da raccontare, quello di Luigi Ballerini poeta, che dal suo primo entrare nel giorno, nel gioco e nel giogo con eccetera. E parve che sapesse già tutto o quasi di ieri, di quello che è stato, (6) eccetera... E però non chiuse il libro, la storia, tutt’altro: con quella congiunzione/legazzio al maiuscolo lui anzi apriva una finestra, un osservatorio, da ben altro lato di quello sterro secolare che forma la montagna delle lettere dove, infatti, andò ad inquadrarvisi, per restare" (7).

Ma dissi no, non mi funziona ancora! Quindi pensai: “Se Freud fosse ancora credibile, crederei che la paralisi enigmatica derivi da un complesso ostruzionistico nato trent’anni fa: quello di continuare a negare l’esistenza (quindi la pubblicazione) di un primo tuo articolo sulla poesia del Ballerini, scritto ad Albany, New York, per illustrare l’eccezionale presenza nella mia mente di eccetera. E”
E se rompessi il negativo incantesimo di questa magìa, esorcizzando il mal’occhio rivelando il rivelabile, e soprattutto facendo pervenire a Luigi Ballerini il manoscritto, ora tutto giallo di tempo, ancor più di questo suo autore, si annullerebbe il malocchio?
Gli antichi hanno sempre creduto alla iettatura, ed io sono uno di loro: per non farla entrare in casa, proprio come i miei contadini del Molise, inchiodo sempre uno zoccolo arrugginito di ferro di cavallo dietro la porta della masseria... qualunque essa sia.
E una lettera giunse dalla California, primo segno di disgelo alla paralisi: l’amico Eugenio Ragni, Professore all’Università di Roma ora in visita ai colleghi dell’Università della California a Los Angeles, mi manda saluti suoi e di altri colleghi di là: Franco Betti, Ciavolella, Luigi Ballerini...
Ballerini?
Pensai subito che il contromalocchio era scattato, o stava per scattare.
Pubblicare l’articolo, dunque - prognosi fausta - dopo averne illustrato gli indici che ancora creano la malattia.
E lo feci con una lettera al Ragni (8), seguita a ruota da una lettera del Ballerini (9) e, a questa, una mia risposta (10) e, a quella, una sua risposta (11), e, ovviamente, una mia risposta ancora (12), e una sua ancora...
Sì, come le ciliegie, piluccate ad una ad una (13), per infine aprire il nuovo anno (4 gennaio 2002) con una mia “temporaneamente” ultima lettera a Luigi Ballerini (14) che fungesse anche da “buon giorno” al mio martire (o martirizzato) articolo, come un Lazzaro riportato in vita, e da leggere qui di seguito:

"eccetera. E"

Luigi Ballerini è uno dei novissimi che senza ciance propone un discorso generativo-concretista di change con l’immediato anti ironico antiromantico antilirico (anti-aentik und antihelix) titolo dei suoi versi: eccetera. E - che d’urgenza stabilisce la sua posizione concettuale tra l’ordinalità e la cardinalità, il passato e il futuro, la velocità e la stasi, il mutamento e la permanenza. Il suo è un discorso di diatheca e antidiatheca, una convoluzione di verbali aentiks, che sebbene non nuovo pure con lui raggiunge una verticale di sàtur/azione. Per il Ballerini (conosciuto attraverso il repetatur antropologico-linguistico Pound/Olson & Marinetti/Williams) il linguaggio intervallare dell’assenza versi-collage da lui adoperato è quello della testimonianza = concordanza, convoluzione = contemplazione, assioma = attimo, principio = pensiero, identità = esistenza, simbolo = sigillo, etc.
L’interpretazione delle poesie versicolori del Ballerini presuppone una lettura non lirica, non naturalistica, non situazionale e nemmeno diagrammatica poiché ciò che in esse domina è quasi esclusivamente l’uso dell’écriture, l’arte di scrivere nel senso che Barthes gli ha conferito, la cui funzione non è più unicamente circoscritta alla comunicazione o all’espressione (né è più unicamente legata all’atto di scrivere) ma è (nelle parole dello stesso Barthes) “the imposition of something beyond language, which is both History and the stand we take in it” (15).
L’eccetera balleriniana sarebbe, a nostro avviso, la Storia “and the stand we take in it”, avente in mente la definizione di Barthes, e l‘E è l’accumulazione riduttiva di detta Storia in proiezione covoluta-disintegrata.
Ciò che si vuol dire, e con pochi circoscritti segni, è che il libro di versi del Ballerini (che per pudore lui non chiama Kant / ici, in quanto PUN familiarizzante sia dei Cantos poundiani che dei Maximus Poems olsoniani) apparentemente chiude un’esperienza, quella enunciata con l’”Antipaura” ad apertura di pagina, e ne intende aprire un’altra: l’eccetera mah, la quale si annuncia con la verminosa e agglutinata “Autopsia”, che

_______________________________vide l’uovo
schiacciato ululante le foglie
________________________degli occhi del corpo ridotto
_______________________________________zero et ke kontenela somma possibile del moto e la sostanza l’apparenza e il modo
dell’apparenza et ke kontene
____________________________il numero nove uguale due
per la somma possibile del moto e tre per la sostanza
l’apparenza il modo dell’apparenza
___________________________________cui risponde
l’essere il non essere il diverso
dall’affermare il reale e il suo contrario
________________________________________cui risponde
l’amore negli organi del corpo

Quella che si chiude è l’adolescenza eroica, passata appunto in compagnia di maestri quali Marinetti, Pound, Olson, poi Williams e la nostalgia per Orozco. (vedi “Peristalsi”:

nautilus per lacerare
l’anno perimetro la
trasgressione oftalmica ritorno
di segni esterrefatti l’avventura
risulta una secante
cometa bel cervello brucia
la poesia totemica subbuglio
di allegrie sotto la pelle / se t’invade
la gelata

e la Jessie Weston del lontanissimo Eliot (vedi “Mobili di teak”:

_______________________previsto
l’epilogo e la stimolazione alla vendetta
che il perdurare di un’azione rodente
proditoria avrebbe suscitato / implica
_______regolamento dell’evasione (excursus) maggiore
_______profitto semantico / lex
_______(profondamente incline) diversa
_______da mutazione (debilis) privata / inutilizzo
_______di materiale aurifero (id est) o,
_______come si era intuito,
_____________________________per incuria

o Cavalcanti e Kora in Hell (il Ballerini ha tradotto Kora all’inferno di William Carlos Williams, e da tempo sta lavorando a un saggio sulla Donna mi priega secondo l’interpetazione dirottata che ne fece Ezra Pound ). E quella che s’inizia, la E del titolo, intravista con “Autopsia” e poi “Tollerata lampidula rubella” (olsoniana nei segni quest’ultima, per rubella macinazione: vanno controllati infatti i versi del Ballerini “... il viso/deturpato da pluralità di figli/misogini come in oscura camera soltanto” con “Okeanos rages, tears rocks back in his path” di Olson, che termina con l’apophainesthai del verso “The great Ocean is angry. It wants the Perfect Child” in “Maximus, at the Harbor”, nei Maximus Poems IV, V, VI (Cape Goliard, London, 1968); la E del titolo si diceva prefissa con l’ultimo componimento del libro, “Corpo ridotto zero”, che ha tangenti verso una chiarezza d’etimo discorsiva e nafrrata.
La E del titolo è la fine del libro e l’inizio di qualcosa d’altro, poiché concludere con l’eccetera darebbe ammontato a ricominciare su di un materiale già esaurito. (Inutile dire che il sostantivo indicativo eccetera, formula di omissione di cose che già si conoscono, di per sé indica la fine di un vissuto vasto discorso letterario). E tuttavia i versi sono sentiti nella pelle, macellati, singhiozzati, drogati e disancorati perché l" eccetera di questo discorso viene ridotto a balbettante suggestioni, un ammasso di segni, oggetti, nozioni di realtà oggettivate dalla parola ricevuta.
Anni fa il Balestrini mi scrisse una lettera con le parole “abbiamo solo questo sporco linguaggio con cui non capire”, e ancora in un’altra lettera mi scrisse “al solito il tempo siamo noi e il nostro tempo non va speso, ma consiste nellazione di rubare il gioco al nemico. Con le carte del poker lui fa un tris e noi un castello di carte.”
Volendo dire non assuefazione, andare avanti, abbandonare a se stessi quei compagni che non hanno saputo seguire o andare avanti per proprio conto, vittime di lue nostalgica, o altro. olendo dire insomma che la cultura è rivoluzione (i sassi contro le finestre dei musei di Marinetti), senza tuttavia contare troppo su di una cultura stabilita quanto soprattutto sulla rivoluzione (la cultura giusta, inequivocabile, di tipo Duchamp che il Ballerini ben ricorda a monito nei suoi versi, per il quale - e per altri come lui - blablare o scandalizzare significa atto vitale, esistere).
Il midollo dell’eccetera balleriniano potrebbe anche avere un nome: il projective verse, o open verse, che si basa sul fiato, la durata, un’energia posseduta dal componimento poetico in sé, che ad esso è stata trasferito da dove il poeta l’ha raccolta, “by way of the poem itself to, all the way over to, the reader,” secondo la definizione di Charles Olson. Energia, movimento, intuizione, percezione che portano a un’estensione del contenuto: un verso proiettivo che si attua soltanto quando il poeta riesce a registrare sia le acquisizioni del suo orecchio (sentire è importante, “the musical phrase” di Pound) che le pressioni del suo fiato.
Luigi Ballerini ha scritto la sua tesi di laurea con Charles Olson, e con Elio Pagliarani ha tradotto sezioni dei Maximus Poems, quindi il mio insistere su Olson non dovrebbe apparire senza basi (17). Il projective verse di Olson ha tuttavia spazio visuale moderato nella poesia del Ballerini, in essa pertanto permanendo quel senso dell’energia olsoniana descritto, accoppiata al paroliberismo marinettiano.
Il contenuto, esteso nella forma del verso proiettato, in Ballerini è storico-impegnato, con riferimento costante, di percezione radiante, dal sé negli altri (l’Anna di “Autopsia” è un esempio che il poeta stesso ci indica), la volontà di immettere nella storia e nella sua storia di facitore di poesie le battaglie linguistiche, le parole aspre di guerra, le cifre simboliche ora di un piacere letterario e adesso, allo stesso tempo, di un cosciente disgusto.
Olson pone l’accento sulle sillabe (“It iss bt their syllables that words juxtapose in beauty, by these particles of sound as clearly as by the sense of the words which they compose”.) E Olso offre un esempio della sillaba “scritta” o “udita”. Nella sua costante dinamica metamorfosi. “Is comes from the Aryan root, as, to breathe. The English not equals the Sanscrit na, which may come from the root na, to be lost, to perish. Be is from bhu, to grow.” Eccetera.
Esempi di questa lezione sono rintracciabili nel Ballerini, specie se si prende “Autopsia”, una stele centrale di tutto il libro, con il suo sillabare fonico-linguistico, la radice “k”, che ci riporta all’originale del volgare: Sao ko kelle terre per kelli fini que ki contene. In Ballerini le sillabe principali hanno appunto questa iterata scrittura. Vedere le parole “alkuna volta”, “labia ke d’esse”, “et ke trovai”, “corpo ridotto zero et ke contene, ad libitum, con l’altalena vocale sulla parola “tuorlo” “tirlo” “tarlo” “turlo”, l’albume (lui dice) del mattino, o albuminoso zaffiro. Eccetera.
L’ironia spontanea, spesso dolosa e qualche volta dolente, come nei versi

___________________che gli fu ordinato di contare
il diritto e il rovescio
___________________________venne schiacciabile in sé
___________________________appetibile in sé
___________________________ridotto zero et che gli fu ordinato
di non occidere il pisano impunemente
____________________________________di visitare il limbo
e le sue cavolaie giganti
________________________che fu menato in China et spoliato
nudo (come la mamma etc. lo aveva etc.) e non questo
è il paese del sole, allora la China
_________________________________epiteliale, i suffumigi, un giallo
neoplotino dalle lunghe ciglia
______________________e tribolazioni per il muso
______________________per il muso della tinca che va matta
______________________per i fondi melmosi
______________________dove pure l’anima è la forma
carnale dello spirito e si può
fargli male inciampando
______________________dove il nove
______________________contiene lo zaffiro
______________________e lo smeraldo che placa le tempeste
______________________il ritorno e l’andata è questo limbo
con le sue vacolaie giganti
_______________________e questo
non è limbo, ma la China, e se questa
è la China, allora il limbo
________________________(te lo dico in coscienza) è lemottisi
del nostro comunismo

penetrano l’ironia polemica dell’intenzione. Ballerini sa di essere un uomo costruito di parole, corpo ridotto zero (“questo sporco linguaggio con cui non c apire”), per cui egli ha ora coscienza che continuare un discorso, dopo l’eccetera, altro non significa che ridurre ogni sillaba discorsiva a monosillabo. a suono, a mugolìo, a niente.
Vedi come apre la congiunzione, che lui chiama accumulativa, E:

corpo ridotto zero e sconfinante
mela
corpo ridotto zero dietro i tasti
corpo diro
corpo ridotto zero e brulicante
ane;
corpo ridotto zero e brulicante
n

Le non parole (ovvero soltanto fuori contesto e referenza, parole comunque, poi lettere) “mela”, “diro”, “ane”, “n” poste tra segno e significato) sono ciò che di distrutto resta - ruderini, bolle di scontata e vibrante dialettica forse, mah...
È probabile che il significato recondito di tutto questo affannato e cantato balloare proiettivo sia nascosto nella placenta del pellicano, il Radiguet (Raymond) del Lés Pelican che finto/indicativamente il Ballerini pone ad epigrafe del suo libro. Creatività stravolta, disancorata. Ma il senso vi è permanentemente. Insomma l’eccetera del Ballerini suggerisce la scolastica (quella che Pound iniziò all’inizio del ventesimo secolo e Olson nel 1950), e il suo E uno stato esistenziale di mah, la non speranza nella speranza.
Ci troviamo di fronte a un impressionante diario intellettuale. Se lo si afferra lo si porta con sé nella borsa, sempre di tanto in tanto leccandovi dentro qualcosa, poiché il piacere vi è sempre immediato. Un libro di poche pagine, ma fatte di lamiera: un vademecum consolidatore. Dopo di che il lettore può ben dire punto e accapo. Ricominciare daccapo, dai graffiti.

Giose Rimanelli
(State University of New York at Albany, Emeritus)

Note:

1.Luigi Ballerini. eccetera. E Collana `Piccola Fenice’ diretta da Roberto Sanesi, Parma: Guanda editore, febbraio 1972, Pp. 56.
“A Giose e Bettina il mio affettuoso contributo a una confusione sempre maggiore del mondo e dei suoi osservatori, ecc.Luigi e”
Doveva essere il `72 a New York, ma la nostra corrispondenza risale almeno a un decennio prima, quando Ballerini s’era trasferito a Roma da Milano, e cercava di rientrare negli USA dove aveva studiato e dove io vivevo, (dal marzo 1960) sfacchinando nell’insegnamento detto sopravvivenza tra il Sarah Lawrence College di Bronxville, la New York University di Washington Square, New York, e scrivendo di notte testi per ignoti, due da non dimenticare: una grammatica italiana e una grammatica francese.

2.A quel tempo Ballerini era l’unico giovane che io conoscessi, o già incipiente vecchio bacucco come io del resto ero, entrambi totalmente dedicati ai libri, che a New York mi parlasse di Guido Cavalcanti come un gran signore del `dolce stile’ con quella sua canzone, soprattutto affascinato dalla lezione che ne aveva dettato Ezra Pound che, tra l’altro, l’aveva addirittura messa in musica; ed io quello spartito lo conoscevo piuttosto bene, come del resto il gran vecchio (che conobbi prima con questi miei occhi in gabbia nel campo di concentramento di Coltano ai primi del maggio del `45) che l’aveva scritto, per averlo visto e quindi letto nella mostra di libri e manoscritti poundiani che la città di Merano aveva allestito nel `58 in onore diel poeta, tornato in Italia dopo la lunga prigionia americana per “tradimento” nei riguardi del suo paese; un libro aureo intermedio, quello del Ballerini - Che oror l’orient - ricco di ben undici poesie del Cavalcanti tradotte nel dialetto milanese (non Donna mi priega, purtroppo), che il prefatore, Giuseppe Pontiggia, così ammiratamente e saggiamente descrive: “Da un lato i testi - come è di ogni grande traduzione - sono una interpretazione innovativa e vivificante dell’originale. Dall’altro l’autonomia della rielaborazione personale ne fa una delle parti più intense dell’opera di Ballerini. Il confronto con i testi di Cavalcanti mette in luce il passaggio da una dizione alta e da una densità sapienziale di straordinario pathos a una colloquialità malinconica e grave.”
Su di un quadernetto che mi riposava accanto in queste mie impreviste e anche imprevedibili letture balleriniane, a parte i magnifici commenti, che sono parecchi se si pensa agli studi di Remo Bodei, Giorgio Ficara, Francesco Muzzioli, Alfreddo Giuliani e l’ultraottimo Beppe Cavatorta, ho spesso scritto gnomici commenti miei, uno dei quali mi nasce ora sotto gli occhi, con questa cadenza: “Il Ballerini che io conosco è una angelica creatura che vaneggia col silenzio. E lì egli trova i rivoli di parole che paiono sassi in corsa da una china sgretolata.”Oppure: “Nel silenzio le coordinate della magìa si muovono per allacciare - o meglio riallacciare - fili interrotti ma non spezzati, rimasti comunque sospesi nella canfora del secchio, che è il tempo.”

3. Luigi Ballerini. Uno monta la luna. Prefazione di Giorgio Ficarra. Piero Manni editore, Lecce, giugno 2001.Pp. 104.
“Al Carissimo Giose Rimanelli questa spremitura di amorosi sensi. Luigi Ballerini. NYC, 30 novembre 2001.”

4. A dieci anni mi mandarono a studiare in un Seminario di Frati Minori francescani, e lì presi a scrivere romanzetti di avventure missionarie in Africa e nella Luna, in Cina e nel Labrador, esortando il mio compagnuccio di banco (oggi malaticcio ma vivo, col nome di Padre Costanzo) a distribuirli clandestinamente agli altri compagnucci, fino al giorno in cui - un paio di mesi più tardi - qualcuno fece la spia, i quaderni che contenevano i romanzetti sequestrati, studiati dai superiori e subito dopo buttati nella gran bocca della fornace della cucina, mentre l’io di allora e il Padre Costanzo di oggi venivano condannati alla pena di pane ed acqua (intervallata nei giorni) per dieci giorni: quanto era appunto il numero dei quadernetti.
Ancor oggi gli spedisco regalucci: giaculatorie economiche e poesie, e la sua risposta resta quella di sempre: “... non riesco ancora a capire se è merito del mio angelo o della tua grande bontà di peccatore... Ho letto la poesia che mi hai mandato, del tuo vecchio amico William Blake, lontano nel tempo (due secoli) mentre io sono lontano solo per lo spazio. È straordinaria la sua poesia, ma è più straordinaria la tua traduzione nel dialetto molisano perché ti è costata, forse, fatica. E questo tuo dialetto saporito mi ha dato l’idea di un minestrone in cui c’è di tutto... (aglio, cipolla, prezzemolo, pasta, fagioli, ecc.). Non sono i singoli cibi ma l’impasto di tutto e il magnifico sapore d’insieme che conta.”
La mente di quel bambino messaggero di implumi miei romanzetti è rimasta umile e ancorata al piatto quotidiano, come la devozione che conosce, la preghiera. E questa è un’altra occasione per ricordare.

5. ”Luigi Ballerini ha la sapienza di raccontare la poesia come Joyce ha avuto quella di raccontare la veglia di Finnegan. Con le minuscole linguistiche del discorso Joyce riuscì a costruire un castello di impenetrabili parole, se si eccettuano le fuggevoli entrate attraverso le feritoie, com’è con il bellissimo brano Anna Livia Plurabella. Ballerini, invece, pur osservando le regole, con la parola crea una densissima foresta di alberi alti, snelli e folti, lisci, senza scorza paludata: è questa apparente nudità che crea il sogno, sebbene non la vita per giungere dall’altra parte del folto. Ma come in Finnegans Wake si trovano radure di bivacco, quindi levitas di intrigo linguistico, così potrebbe dirsi del lungo ed assiduo lavoro poetico di Luigi Bonaffini che incontrai immemorabili anni fa prima e poi con eccetera. E per, finalmente, giungere a quest’oggi con Uno monta la luna.”

6. Nel risvolto di copertina si legge che è nato a Milano nel 1940, si trasferì a Roma nel `63 (dopo svariati mestieri, una laurea in lettere e un paio di soggiorni all’estero) ha insegnato in scuole secondarie, ha tradotto una decina di libri di critica e di letteratura americana e ha collaborato a questo e quel giornale o rivista, e vive attualmente a New York dove insegna presso il City College della City University.

7. Sempre in quel risvolto di copertina ancor meglio si illustra quel titolo, oggi introvabile, che prevede il mah da venire, un eccetera. Mah balleriniano realizzatosi infatti (per quel minimo che ho appena appreso nel mio personale deserto con Che figurato muore, 1988; Che oror l’orient, 1991; Il terzo gode, 1994; Uscita senza strada ovvero come sbrinare una bandiera rossa, 2000; Uno monta la luna, 2001) nella intrinseca essenza di questa voce unica, afona e astiosa, impudente e sapiente:
“eccetera sollecita una conclusione. E vuole immediatamente riaprire il discorso ed è particella di accumulo oltre che di congiunzione: sottintende un plausibile sovrappeso, un crollo e un rimontaggio. eccetera. E è la ricerca di una lunghezza d’onda: parte del tentativo (ennesimo) di ripudiare alcune riaffioranti interferenze neocrepuscolari (tanto lessicali quanto sintattiche, tanto pericolose quanto ereditarie) e si propone di raggiungere il mobile schermo sopra il quale è possibile riprendere a fare poesia con la `...spazzatura delle altre poesie’. Non tanto lavoro di scalpello, quanto opera di assemblage. eccetera. E è anche manifestazione che, da sciopero, da occupazione minima del vuoto, sta per trasformarsi in autologia, ammiccando allo stesso tempo, a un modo tra il sarcastico e il divertito di appercepirla.”

8. “Eugenio, ho cercato di telefonarti ieri sera, dopo aver letto il tuo ultimo messaggio. Sentire la tua voce e ridere un po’ delle cose. Ti mando, da recapitare, un mio articolo intonso ma ingiallito dal tempo sul Ballerini, riesumato dalle macerie inedite dei miei blabs.
“E questa è la breve e anche incresciosa storia delle storie che porta all’inedito: nel `67 lasciai l’UCLA per SUNY-Albany. Ero da tempo amico di Luigi, che da dietro le quinte aiutai ad ottenere un posto accademico in America passando parola, stavamo insieme parecchio, aveva una moglie giovane e simpatica e un bambino stupendo.
“Durante quel periodo aiutai anche un altro amico a me caro, don Michele Ricciardelli, infelice con la Chiesa e con l’ Università della Florida a Tallahassee, per un rango accademico a lui più degno a SUNY-Buffalo, e intanto metter su anche una sua impalcatura di sostegno con una rivistina accademica: Forum Italicum. I primi due numeri, battuti alla macchia su macchina Olivetti, e quindi in copie ridotte ciclostilate e distribuite in giro a colleghi, portano la mia firma con poesie, mie traduzioni di poesie di Pavese e anche miei brani di saggi su Pavese che, a quell’epoca, di lui era più o meno conosciuto in America il fatto, spiavolmente malignato, che si era suicidato per un’attrice americana.
“Col terzo numero mandai la recensione a un libro di poesie di Luigi Ballerini appena uscito. Ricciardelli lo mandò in lettura a qualcuno che io stesso gli avevo raccomandato, “un tuo amico,” mi disse dopo, senza far nomi... che lo bocciò. Grande il dolore del fondatore Ricciardelli, e figurati il mio. Decisi allora di abolire la mia collaborazione a Forum Italicum, che intanto stava prendendo il gran volo, e girare le spalle al don Michele... che non aveva saputo difendere quel mio articolo.
“Ciò che mi ghiacciò le vene, comunque, solo a pensarci nei primi tempi e poi mai più, fu questo: con la bocciatura di quell’articolo anche la mia amicizia con Luigi parve misteriosamente dissolta. Infatti, don Michele mi fece pervenire i suoi saluti da New Jersey solo qualche mese prima la sua morte, e ripresi la mia collaborazione a Forum Italicum solo di recente, per invito del nuovo direttore, Mario B.Mignone. E con Luigi Ballerini... well, here we are: mi hai mandato i suoi saluti, mi parve dunque legittimo annullare il tempo e mandargli il sapore giallo di quel mio articolo sul suo incredibile, ancor oggi, eccetera. E
“Sono tutti esami di coscienza, direbbe Padre Costanzo, frate francescano del paese di Joseph Tusiani, mio primo complice nel modo in cui io uso il pennino, anche in questo lui avrebbe ragione.”

9. Luigi risponde con una e-mail, il cui soggetto è subito tutto: voce dal sen fuggita.
“Caro Giose, tramite l’amico Eugenio mi perviene un tuo eccezionalissimo dono. Anzi due perché è piena di affetti e di golosità anche la storia che il dono accompagna. Mi scuso se non ti ho scritto prima, per ringraziarti, ma ho avuto in mano il testo il giorno stesso che sono partito da Los Angeles, prima per San Francisco e poi per Roma. L’ho letto subito però, anzi lo abbiamo letto: Paola, la mia compagna ed io, già sul primo tratto di strada, verso Santa Barbara: lei a voce alta, mentre io guidavo e chiosavo le parti che le risultavano oscure.
“È la cosa più salutare del mondo sentire nella lingua la testimonianza di una passione estetica che è, anche, inevitabilmente, una passione politica. Leggendoti m’è venuto voglia di fondare il partito di quelli che parlano diverso, che si sforzano di spremere senso dalle parole . Non per purificarle però, ma per goderle sporche o pulite che siano, a un diverso grado di pregnanza. Lo ripeto ogni giorno ai miei studenti, che il linguaggio è un patrimonio che nessuno ci può togliere e che anzi noi possiamo aumentare e regalare a piene mani... basta istruirsi ed attrezzarsi a farlo.
“Questo rituffamento in Olson... che meraviglia potersi ricordare, per tuo tramite, l’antico e imperturbato amore che mi ha sempre ispirato la sua fedeltà alle promesse (e, al tempo stesso, la necessaria infedeltà, da lui propugnata, alle promesse... per lasciarsi sorprensdere in un essere diverso da quel che eravamo e che tuttavia siamo).
“Leggendoti sentivo ribollire l’antico fervore polemico, immerso però nel più tranquillo lago di una pietas che non ha più bisogno di aggrapparsi a riti catartici.
“Con tutto l’affetto e la stima e la gratitudine del tuo Luigi.
“PS. Mi mandi un indirizzo dove poterti inviare le cose degli ultimi anni?”

10. “Caro Luigi, quando si vive la vita fino in fondo, come la nostra mi pare, questa ti diventa un loop e torni a riviverla. Sta capitando a me e a te tramite quel tuo fantastico eccetera. E, e un mio
commento su di esso fatto abortire 29 anni fa per anonima faida cultural/linguistica e riemerso ingiallito come un graffito Maya per spontanea resurrectio. L’innocenza di ieri è quella di oggi, e con essa la devozione al tavolino - il vero osso sacro nella decomposizione degli anni. Sono felice di averti ritrovato attraverso il magico loop, e tanto più nel poter leggere ciò che hai promesso con quel lontano E
“Ricordo come fosse ieri sera quel tuo bambino che faceva la pecorella entrando ed uscendo nei buchi della montagna di cartapesca che gli costruisti con tanta passione dal ballerino fantasioso suo padre. Eugenio mi assicurò che quel bambino è oggi un attore ad Hollywood, al quale il padre guarda dietro con la stessa passione di qui lontani anni.
“Dal momento che ti è venuta voglia di fondare il partito “di quelli che parlano diverso” cosa aspetti a registrarlo? Continueremo ad essere isolati, ma con voce diversa. Mi manderesti una fotocopia di quell’antico articolo sul tuo eccetera. E che ancora una volta tenterei, dopo il diluvio, di pubblicare? Mi pare una colpa, come fosse un gay, tenerlo ancora nel closet. Giose.”
E qui seguirebbe un PS non spedito in quanto, per distrazione, invece di scriverlo su questa lettera al computer lo tracciai a penna rossa su di un foglietto volante che in questo momento esatto si è ridepositato nel cartame, che è questo:
“Io ho tagliato i rapporti col mondo da quando ho scelto quest’altro mondo. Il mio lavoro è come quello dei monaci - dai quali provengo - quindi ai pochi e ai molti più o meno sconosciuto. Con me non ho quasi niente del parecchio che ho scritto qui in Florida, solo qualcosa, una preghiera chiamata Laudatio, vecchia come il cucco, ma nuova per un nuovo Medioevo.”

11. “Caro Giose, grazie del pensiero di voler ritentare la pubblicazione dell’articolo. Ne sono lusingato. Faccio una fotocopia dell’antica recensione e te la invio nei prossimi giorni. Leggerla e venire a conoscenza del retroscena della sua mancata pubblicazione rendono anche più evidente il senso che ho della tua generosità. È stata una bella carica di adrenalina. Buon anno e a presto. Luigi.
“PS... dove abiti prevalentemente? A Lowell? Vedi Mario qualche volta, spesso, mai? Ricordami a lui se lo incroci. Hai il suo indirizzo?”

12.”Caro Luigi, con Mario sono amico da anni, e ora ci vediamo più spesso del solito. Viviamo nella stessa città, non lontana da quella del tuo antico maestro, Olson. Ecco il suo indirizzo: Mario_Aste@uml.edu Ora, comunque, ho lasciato la neve del Massachusetts e sono venuto nel mio appartamento della Florida. Oltre a tentare di pubblicare quella lontana recensione al tuo libro, vorrei disegnare una “mia” memoria da quel tuo primo libro fino a Uno monta la luna; gradirei quindi avere una tua pagina, evidenziata con note biobibliografiche se necessario, sull’arco della tua poesia dall’eccetera. E a Uno monta la luna.
“Questo titolo, con la sua filastrocca, ricorre anche nel mio romanzo Una posizione sociale (1958), non so se te l’abbia già detto, che appresi da bambino come un fatti la ninna fatti la nanna. Mi piacerebbe conoscere più a fondo il concetto politico/esistenziale di questa lirica che pare riassuma l’etica del libro, ovvero il concetto delle liriche del libro che si avvalgono del titolo di una sezione che è la più magra (a parte quella che racchiude i pseudosonetti, che starebbero bene per conto proprio).
“Conobbi da giovanottino a Roma Emilio Villa, che spesso dormiva nello studio dello scultore ungherese Amerigo Tot, e per lui scrisse vari cataloghi di mostre; il Tot, che mi era amico, disegnò un mio libro di liriche amorose che tradusi dal tardo latino, dal titolo Monaci d’amore medievali (1967). Anni dopo seppi che Emilio stava male in salute, ma aveva fatto altri miracoli... traducendo il miracolismo letterario, la Bibbia, e scivendone. Era uomo che annamorava... specie le donne! Di nuovo, buon anno e buon lavoro. Giose.”

13. “Caro Giose, un colpo di fulmine... non conosco `Una posizione sociale’, ma lo troverò certamente in biblioteca a UCLA dove torno domenica prossima. Quanto al gioco di Uno monta la luna, devo ammettere di esserne stato anch’io più un osservatore che un partecipante, dato il fisico `gracile’, come scrivevano le vigilatrici scolastiche.
“Oggi, l’idea del saltare addosso e del reggere, mi affascina come un simbolo di un caricamento (di significato) e di tenuta (fino a che punto un testo sostiene il peso del significare?) Dove, per significare, si intende il tentativo di costruire (creare, fare, dare, spremere) una disponibilità di senso. Per me questo è irrinunciabile, fino a correre il rischio che il testo crolli (quando l’intenzione rimane irrisolta o non trovata... sì, perché l’intenzione non è tradurre qualcosa di saputo in partenza, ma di qualcosa che si va realizzando nel testo mentre il testo stesso si viene componendo. È quindi un intendere, un intendimento. Questo anche quando il riferimento è più trasparente. Ma non è un riferimento, appunto, è un fondo. In questa non occupazione del territorio del senso, rinvengo un compito etico che, se non erro, dovrebbe essere l’unico scopo della politica. Ahimé come sono diverse le cose nel mondo sublunare...
“In plico a parte ti mando alcuni libri che collegano eccetera. E a Uno monta la luna Beppe Cavatorta ha scritto un profilo del mio lavoro: gli ho chiesto di mandartelo invece della pagina di sutura che mi chiedi.
“Un altro colpo di fulmine: TOT... leggendo un testo di Emilio Villa intitolato I sassi di Tot, pensavo (pensai) che fosse un suo modo di traslitterare in italiano il nome di Thot, quello che regala l’alfabero al Faraone (che, se ne dispera)... Emilio è da tempo fuori combattimento. Io non lo vedo da anni, ma amici comuni mi informano che la paralisi che lo ha colto gli impedisce non solo di scrivere, ma anche di parlare. È uno dei nostri maggiori del `900, uno di quelli che han fatto di tutto perché il mondo non se ne accorgesse.
“Fino a quando ti tratterrai alla spiaggia di Pompano? Un grande abbraccio e mille auguri per un felice anno nuovo. Luigi.
“PS. Paola, la donna con cui vivo da quasi diciotto anni, e alla quale ho letto il tuo scritto su eccetera. E, manda i suoi saluti e mi chiede di comunicarti il suo desiderio di fare presto la tua conoscenza. Lei la conoscenza, e noi la ri-conoscenza.”

14. “Luigi, grazie: è incredibile la roba tua che mi hai mandato, da leggere a gocce. Riaprirò un discorso con te non appena mi scompare questo `malocchio’ del cavolo. Intanto ti manderò qualcosa di mio, + un inedito da collocare (se ne hai tempo e voglia.)
“Una donna che riesce a vivere per quasi 18 anni (e senza vincoli “ecumenici” ufficiali) con un poeta singolare quale tu sei, è indubbiamente lei stessa ultrasingolare, mirabile nel capire l’oro che hai in te e gli shortcomings che ugualmente sono lì, con te (con noi viventi), che farebbero gran male a compagna meno equipaggiata di ironia e quindi sapienza - come credo sia Paola. Ma, come tu anche benissimo dici, “lei ha la conoscenza, e noi la ri-conoscenza”. Te beato, finalmente. Anch’io devo comunque dire “finalmente”, dopo due grandi batoste (divorzi): la mia donna la chiamo Ciliegia, come quella che mi godo nel bicchiere a calice del Manhattan, che con me vive dall’agosto `74 e, da sposata, dall’`88: il n.3 per me conta assai più dell’uno e del due - è salvifico! Forse dovremmo vederci, o almeno cercare di ri-vederci. Grazie, Paola!
“Salutami UCLA, Luigi: io ci persi, lì, 3 anni (il terzo decise infine, nel volar via.). Giose
“PS. Mi fa un piacere enorme che tu conosca da vicino il Giovanni Raboni: io, solo attraverso la sua poesia. Ho scritto un articolo su quella sua raccolta pubblicata da Garzanti negli Elefanti, che a lui deve esser piaciuta parecchio. Infatti ci siamo scritti lettere. Poi gli ho detto, “Torna al tuo Proust,” e la corrispondenza finì.”

15. In Writing Degree Zero, Boston, 1970. pp. 1-2, Roland Barthes scrive che “it is impossible to write without labelling oneself: as with Le Père Duchêne, so equally with Literature. It too must signify something other than its content and its individual form, something which defines its limits and imposes it as Literature. Whence a set of signs unrelated to the ideas, the languages or the style, and setting out to give definition, within the body of every possible mode of expression, to the utter separateness of a ritual language. This hieratic quality of written Signs establishes Literature as an institution and clearly tends to place it above History, for no limits can be set without some idea of permanence. Now it is when History is denied that it is most unmistakably at work; it is therefore possible to trace history of literary expression which is neither that of a particular language, nor that of the various styles, but simply that of the Signs of Literature, and we can expect that this purely formal history may manifest, in its far from obscure way, a link with the deeper levels of History.”

16. Vedi Human Universe and Other Essays, by Charles Olson, edited by Donald Allen, New York, 1967. In particolare Section Two: Projective Verse, dalla cui sezione indicativi sono questi passi: “Verse now, 1950, if it is to go ahead, if it is to be of essential use, must, I take it, catch up and put into itself certain laws and possibilities of the breath, of the breathing of the man who writes as well as of his listenings.”
“The kinetics of the thing. A poem is energy transferred from where the poet got it (he will have some several causations), by way of the poem itself to, all the way over to, the reader. Okay. Then the poem itself must, at all points, be a high energy-construct and, at all points, an energy-discharge. So: how is the poet to accomplish same energy, how is he, what is the process by which a poet gets in, at all points energy at least the equivalent of the energy which propelled him in the first place, yet an energy which is peculiar to verse alone and which will be, obviously, also different from energy which the reader, because he is a third term, will take away.”
“is the principle, the law which presides conspicuously over such composition, and, when obeyed, is the reason why a projective poem can come into being. It is this: FORM IS NEVER MORE THAN AN EXTENTION OF CONTENT.”
“the process of the thing, how the principle can be made so to shape the energie that the form is accomplished. And I think it can be boiled down to one statements: ONE PERCEPTION MUST IMMEDIATELY AND DIRECTLY LEAD TO A FURTHER PERCEPTION. It means exactly what it says is a matter of, at all points get on with it, keep moving, keep in, speed, the nerves, their speed, the perceptions, theirs, the acts, the split second acts, the whole business, keep it moving as fast as you can, citizen. And if you also set up as a poet USE USE USE the process at all points, in any given poem always, always one perception must must must MOVE INSTANTER, ON ANOTHER! So there we are, fast, there’s the dogma. And its excuse, its usableness, in practice. Which gets us, it ought to get us, inside the machinery, now, 1950, of how projective verse is made.”

17. Niente affatto: nominare Olson è come richiamare alla mente, per sua immediata forza, il suo saggio su Melville, Call Me Ishmael (1947). Apro invece un vecchio taccuino e vi leggo “...ho camminato nudo e crudo per il mondo, senza mai torcere un capello a nessuno. Una qualche mano benigna, il mio Arcangelo di quand’ero ragazzo, mi ha tenuto all’oscuro del male, sottraendomi ad esso. Ma quando intero ci capitai dentro (guerra civile1943-1945), il ragazzo non mi lasciò. Si salvò quello.”
E sotto vi è la data di scrittura, “Tempio del Sole. Palenche, 12 giugno 1963. Mio viaggio nel Messico del Sud, nella giungla dei Maya.” E ancora sotto, con un asterisco: “Un poeta di Worcester, Massachusetts, mi convinse a fare un viaggio da queste parti: Quintana Roo, Chiapas, Yucatan. Si chiama Charles Olson.”


April 13, 2002
 IL RACCONTO - L'antenato del Monokini @ 1:06:28 PM
di Giose Rimanelli

Il collega Angelino Indelicato, chiamato familiarmente Dr.Punks, è chimico di laboratorio: si occupa di cavie... e di cani devo aggiungere in parentesi, siccome in privato esercita, ma gratis et amoris Deo, la difficile arte veterinaria, dal Bentham definita (come ognuno sa) “the art of healing as applied to animals.”(Ration. Reward, 218.) Prono agli errori, comunque, di questi ne fece parecchi all’inizio della sua would-be accademica carriera, di tatto soprattutto nei riguardi di studenti e colleghi, e anche a causa di una sua trasognata, sonnambolica distrazione; ma più tardi gli scarabocchiati appunti che riempivano una dozzina di gualciti libretti rivelarono che il “collega Indelicato” era delicatamente giunto a delle ipotesi piuttosto esatte sul tipo di ricerche intraprese, e tanto che quegli errori si mutarono in onori.
È il caso dell’annotata edizione del libro evoluzionista di Robert Chambers, The Vestiges of the Natural History of Creation, apparso anonimo nel 1844, che Punks redasse quand’era un oscuro Lecturer all’Università del Michigan ad Ann Arbor, dove si era reso noto per due semi inaccettabili azioni: giungere al parking-lot del campus riservato alla facoltà a bordo di una Land Rover da jungla carica di cani (ne aveva 6), ed essersi infoiato - apparentemente - con una sua studentessa, Anya Wonderkeel, donna del Delta e figlia (o moglie) di un “banking executive” di Baton Rouge, Louisiana, la quale arrivava alle lezioni trainandosi dietro una specie di crib a rotelle con dentro un minuscolo gorilla del Kenya, Baby Grünewald.
“Un’ affaire de... di eccentrici,” con sarcasmo si mormorò e si scrisse sul giornale del campus. Certamente. E per quell’affaire venne negato allo strambo Dr. Punks il promesso rinnovo di contratto in quella Università... che dovette lasciare. La professoressa Bétha del “Circolo Interno”, conosciuta anche come Ms. Bête, a una riunione di facoltà commentò quella eliminazione con la frase contegnosa e sufficiente, “Well oh well... yes, undoubtedly there comes a time when you have to cut bait and go.”
L’Indelicato era di Detroit, Michigan. Anche la mia famiglia vive a Detroit, Michigan. Ma, questo a parte, io lessi quel libro con estremo interesse, e mi mossi perché il suo autore venisse assunto da noi, all’Anaconda University, con il rango di tenured Associate Professor. E così fu, ma non senza colpo ferire. Una vittoria politica nei riguardi del verminoso “Circolo Interno”, ovunque definito “an Old Golds pack that zips around the Academic kitchen never tired of re-heated macaroni and cheese;” gente, in breve, che ora si riferiva al nuovo collega come Funk-Punk, nonostante che io avessi ufficialmente e privatamente spiegato a decani e colleghi che l’Indelicato, più da storico che da chimico o biologo, impressionato com’era dallo stile interpretativo di critici e scienziati quali Starobinski e Lacan in Francia - per quanto riguarda filosofia e psicanalisi, - commentando Chambers egli disserta anche del geologo Lyell, le cui idee su specie divenute estinte a causa della lotta per la sopravvivenza influenzarono Darwin.
Da precisare, tuttavia, che il lavoro di Punks cerca, pur basandosi sulla storiografia della scienza, di determinare se la biologia sia scienza esatta o meno, e se si conformi agli stessi principi che governano le altre scienze. Ecco la chiave dello scrigno. I progressi dell’astronomia, della fisica e della chimica sono stati ampiamente registrati attraverso i secoli. Al contrario, la biologia è un soggetto relativamente recente, e così vasto che diventa difficile se non addirittura impossibile stabilire quando sia iniziato, se è stato mai iniziato, e dove finisce. Siccome tutto il pensiero dipende dal cervello, Punks si domanda se possono o no esserci dei confini tra filosofia e biologia. E dal momento che tutte le cose viventi consistono di molecole, è possibile che lo studio della vita derivi i suoi principi di base da quelli della filosofia e della chimica? Tutto cambia, no? Ognuno però è pur sempre alla ricerca di una qualche certezza. È poi certo che la matematica sia infallibile?
Sebbene ancora relativamente giovane, Punks era stato proposto alla National Academy of Science, l’onore massimo che possa essere conferito a uno scienziato o ricercatore americano. Ma subito qualcuno tirò via la tovaglia dal tavolo apparecchiato. Questo qualcuno disse che “il plagiarismo è un qualcosa che ha a che vedere con dei testi.” Okay. Dunque confrontarono i testi, la ricorrenza di sinonimi e contrari, la stessa struttura narrativa. E infine accusarono Funk-Punk, Angiolino Indelicato, di suprema indelicatezza: plagiarismo!
“Academics with axes to grind,” egli si difese. Estrasse da una tasca dei suoi Tommy Jeans un ritaglio di giornale, e lesse: “Would Shakespeare have written `Romeo and Juliet’ if had to get permission from Bandello and pay royalties?” (1) Da quella cosa, comunque, ne uscì pulito: ma solo dopo aver scritto130 pagine di contestazione e difesa, che inviò a studiosi eminenti. Di dosso peró il disgusto, il rancore e la pena, nessuno riuscì mai a toglierglieli, e con essi camminava adesso un po’ curvo per i viottoli intorno casa sua, portando a spasso i suoi cani, che ora erano 10.
Spesso mi chiesi: ma sanno questi “accademici” che Punks è realmente uomo brillante, da rispettare e non da temere, anche se un po’ lunatico e ludico? Anzi, sospetto proprio che la sensualità gli funzioni come carica, impulso, fonte del suo innegabile ingegno: una qualità che in lui, devo purtroppo aggiungere, che a volte traligna nell’amore per il vano - quel “vano” che si fa attitudine, pericolo per intenderci, specie poi sapendo che l’operante di questo non è affatto un vanesio. Ho usato 3 aggettivi, avete notato? - brillante, sensuale, vano - per definire (suppongo) tre qualità in contrasto e non in opposizione, quindi rilevanti. Sfortunatamente per Punks, ripeto - e forse proprio a causa di quanto gli era accaduto prima, e cioè “infoiamento” e “plagiarismo” - a molti ancor oggi sembra (e così a me) che tutta la sua ricerca di esistenza sia ormai direzionata verso il vano: un qualcosa che, per lui almeno, rappresenterebbe una certa salvifica forma di noia attiva, i cui presupposti sarebbero l’ottenimento di un regime di vita edonistico, pedagogico/didascalico e gnomico alla Esiodo, alla Solone - possibilmente indolore.
Parafrasando inconsciamente Lucrezio prese a ripetersi una comoda frase: l’artista è un essere atemporale, asessuale e costantemente in stato di gravidanza. Sarebbe dunque questa gravidanza che meglio di ogni altra espressione potrebbe definire il concetto e la pratica del vano? Anche qui dovrei usare il “forse”: un avverbio che conta poco. Ma, personalmente - e appunto perché mutro una certa stima per lui - gli ho già cantato il De rerum inanitas. Veniamo al dunque?
Per pagarsi la Bentley e la Morgan e la Land Rover, che stanno acquattate nel garage, Punks produce e dirige a tempo perso per case di moda e, di recente, anche per l’HBO, videos di cosiddetto counterculture che si avvalgono di grants elargiti da una lunga catena di patronati educativi. (2) that the current laws on intellectual property may shrink the pool of freely available artworks and ideas from which artists and inventors often draw their inspiration.” E un lungometraggio a colori di 153 minuti, spiritoso e melodrammatico come potrebbe essere un esperimento in iconografia, porta anche la firma del sociobiologo Simone Donato, accademicamente un physical anthropologist, l’Io di questo racconto, meglio conosciuto per le infinite interpolazioni che i suoi libri e articoli, basati su esperimenti condotti su scimmie delle Filippine e del Borneo quali il mandrillo e il babbuino offrono al vecchio adagio: la femmina è nonogama, il maschio è poligamo.
Sentii una conversazione un giorno, in un bar di San Francisco. Un tizio diceva all’amico:

“Eat at the Y, tonight.”
E l’altro: “At the Y.M.C.A,?”
E il tizio: “Yum-yum, stupid!”

L’altro restò perplesso, poi rise. Anche altri lì intorno, risero. Avevano capito? Forse, ma io no. Poi mi costrinsi a pensarci, e dopo un secondo bicchiere credetti di aver capito. Ma per scrupolo chiesi in giro una conferma su quel brusco yum-yum, per infine apprendere quanto è universalmente chiaro: che la lettera Y è conosciuta da ricchi e poveri, ignoranti e culti. Decisi allora di visitare sex shops, e in uno di questi negozi trovai il cosiddetto codpiece, ciò che in italiano - scusate il termine - si indica come “reggipalle”. Ma cod, ah...perché mai cod? Detto cod, forse, dal nome di quel pesce mediterraneo che noi chiamiamo merluzzo? Gadus (morrhua) per i latini, che sguazza nel Nord Atlantico e nei mari vicini. Bene! E piece? Pezzo di stoffa. Appresi così che il codpiece è niente di meno che l’antenato di quel pezzo di stoffa denominato “bikini”, e, in questo caso almeno, “monokini”: un pezzo di stoffa che copre soltanto la parte di sotto l’ombelico del corpo umano, quello femminile, una specie di imbuto, un po’ come la configurazione dell’Inferno dantesco. È disegnato, infatti, nella forma della vocale greca Y, la ipsilon o ipsilonne per i dizionari italiani, (3) mentre è la venticinquesima lettera dell’alfabeto inglese, pronunziata “why”, e viene scritta come un triangolo rovesciato, l’opposto del tetractis pitagorico, non adatto quindi alla numerologia ma abbastanza adeguato alla mitologia dei simboli e alla poesia.
La domanda che immediatamente uno potrebbe porsi è questa: “È anfibia la lettera Y?” Certo: anfibia, ovvero ambisessuale quanto Tiresia , l’indovino di cielo e terra, di uomini e dèi! Ricordai che Jacques Duval, un medico del Seicento, chiamò “bouteille” il codpiece. Ed ebbe questa spiegazione: “Se immaginate una vagina capovolta, rovesciata, voi potete vedere la larga bocca di una bottiglia che pende dalla donna: una bocca invece che una base, attaccata al suo corpo: e questa è la visione, in pratica, del membro virile.”
Codpiece, dunque, o Gadpiece? (4) 1682 - N.O. Boileau’s Lustrin II, 15 Could not Faith once plighted./ Cool thy hot Cod-piece, but than must be Gadding?
Per associazione col Duval ricordai anche che Gargantua descrive il proprio codpiece con grandissimo entusiasmo, ne fa anzi un tale elogio come fosse il suo pene cum scroto, che sarebbe un frutto voluttuoso e velleitario dalle erettili virtù: sempre bravo, flessuoso e turgido, sempre verde, sempre in fiore, sempre fruttifero e, soprattutto, pieno di scherzoso umore... Scherzoso umore? Un’immagine, questa, che pare uscita dalla mente del Dr. Punks invece che di Rabelais. Ma per non correr rischi telefonai al vecchio amico Seb da Fisciano, musicologo ed esperto d’arte, ora visiting scholar alla Wake Forest University della Carolina del Nord; uomo di forti passioni, (5) dotto e generoso, che mi onora della sua stima e amicizia, divenuto arcinoto soprattutto per aver scritto - e per suo passatempo nei giorni d’inverno - di grandi ignoti, quali ad esempio i musicisti Giambattista Lulli, Gregorio Allegri, Giuseppe Baini, e spesso anche di poeti. Non appena gli menzionai quella parola/codice, codpiece, il magnifico uomo rise con pudore, in un lampo ricordando i suoi trascorsi di viveur; allo stesso tempo mi fece omaggio degli stupendi versi di un mio diletto autore, l’amico e traduttore del Petrarca, Jeoffrey Chaucer, e uno di questi versi mi fece un po’ sussultare, rievocandomi di balzo la genitrice, mia madre:

O wombe! O bely! O stynkyng cod!(6)

Mia madre m’era saltata davanti col suo cucchiaione colmo di olio di fegato di merluzzo, del quale aveva cercato - puzzolentemente devo ammettere - d’ingrassarmi nei disgraziati lunghi anni dell’infanzia. Ma l’amico Seb, che chiamo El Sabio, per fortuna passò subito ad altre importanti cose. “Il cod di cui parla Chaucer”egli disse, “è quello nel codpiece, il quale appunto serviva nel Rinascimento a nascondere e allo stesso tempo suggerire luogo e posizione del membro virile. Ora osserva con attenzione le due versioni del San Sebastiano del Perugino. Quella con la Madonna e San Giovanni Battista è del 1493, e l’altra è del 1495. La versione con la Madonna rivela in Sebastiano un grande ombelico, e tanto che pare centralizzi l’occhio di chi guarda. La fascia intorno agli inguini ha questo di particolare: la banda centrale, dove è il nodo, si estende giù e assomiglia a un lungo pene afflosciato. Ma io non penso a questo quando lo guardo, perché quando lo guardo ciò che più mi colpisce è proprio quell’ombelico: un sole direi, un sole radiante. Penso al pene, invece, e solo a un pene estremamente afflosciato quando guardo - scusa la ripetizione - il dipinto del `95. Quel nastro di fascia è talmente lungo che quasi tocca il ginocchio.” “E poi?” azzardai. “Poi” continuò lui, “poi c’è quell’altro San Sebastiano, di Antonello da Messina. Qui la ipsilon è chiarissima, e il suo interno è ben gonfio. Se comunque questo non ti pare sufficiente ti consiglierei di vederti l’Alabardiere del Pontorno, circa 1529, e anche il Carlo V con cane del Tiziano. Ah, dimenticavo! Il vero monokini contemporaneo, ciò che tu definisci il codpiece di allora, è in realtà disegnato in gesso rosso da Andrea del Sarto nel 1515 per uno studio del Battesimo della folla. E se vuoi, se proprio vuoi andare al fondo di questa storia, della “Y” vocale greca e monokini, potresti dare un’occhiata alle mutandine che indossa Sant’Agata nel suo martirio. È opera di Sebastiano del Piombo, 1520. Altro?” “No, grazie!”
Il film in questione s’intitola The “Y” Pursuit, scritto e girato col chiaro intendo di ricerca scientifica, studio quindi, caccia e inseguimento alla lettera della lettera “Y “, la quale suggerisce anche, nella sua fonetica, l’avverbio italiano “perché”. La ricerca del perché, dunque? (7)ti dirò cos’è Appunto.
Nel suo insieme il film tenta di realizzare, con l’uso pirandelliano di attori e digital art, teorie di Tiger, Fox, Morris, Dawkins, Maynard Smith e altri, per i quali l’uomo si dividerebbe in one-animal man e two-animal man; nozioni, inoltre, coadiuvate dalle mie personali osservazioni sul bonnet monkey, la scimmia dalla coda mozza, la testa a cuffia e il pelame a fronzoli sulla faccia astuta. In pratica, e senza pedanteria, il film rileva e sottolinea le differenze minime e grandi che esistono nella sessualità maschio/femmina.
E’ un film sui generis, scientifico/letterario, impersonato da uomini e animali, e narrato in forma di favola ad imitazione del Gozzi, se ricordiamo L’amore delle tre melarance, e dei cartoni animati alla Disney. Nella sua scenografia tropicale, la foresta è simboleggiata dall’albero Yg, (“Yggdrasil”), che nella mitologia scandinava “collega cielo, terra, e inferno”, e che “ricopre coi suoi rami la terra.” (8) Sotto Yg cresce e si eleva l’albero Yew, che in italiano chiamiamo tasso, alto più o meno 80 piedi, il cui legno è così duro e flessibile che i guerrieri antichi ne ricavavano i loro archi. E’ un sempreverde la cui dura scorza cura, dicono le ricerche odierne, ogni forma di cancro.
Una delle varie scene che scioccarono (e anche divertirono) il pubblico di invitati al primo e privato screening del film, fatto di specialisti e membri dell’Anaconda Board of Education, fu una trovata desunta da Ovidio e rispolverata da Mighel de Montaigne: alcune femmine mostravano di avere la bottiglia del Duval. E questa veniva fuori dal bikini a forma di Y., non quello di stoffa o foglia di fico ma quello autentico, disegnato da madre natura.
“E perché, poi, questa scena... oscena?” subito chiede qualcuno dalla platea, nel filmato s’intende, un improvvisato attore che Punks aveva reclutato dalla strada. “Non è affatto vero che le donne abbiano... abbiano un pene.”
“No, eh? Non ce l’hanno, lei dice?” osserva il medievalista in magica, il Professor Rubio, anche lui reclutato dalla strada. “Well, let’s see... Marie-Germain, nel saggio di Montaigne, venne cresciuta come maschietto, e dal padre fidanzata a una bella ragazza. Ma dopo le molte preghiere della madre il suo corpo a mano a mano si modellò nella forma maschile, e infine acquistò anche una verghetta.”
“A dick?”

“Yes, Sir! Vedrebbe lei una differenza tra verga o verghetta e pisello o pisellino? La Principessina e il pisello sotto il cuscino, ricordate? Non poteva dormire, la poverina. E se ciò non dovesse bastare chiedetelo, per favore, alla Sora Nanna dell’Aretino...”
Il Professor Rubio, che scrisse un volume sugli usi e costumi delle streghe nel Medioevo, recitata la sua parte ricade sulla sedia e non parla più.
L’altra cosa che scioccò e lasciò perplessi gl’invitati al primo screening del film fu che due degli attori (introdotti in una gabbia dalla finta coppia W.H. Masters & V.I. Johnson nei loro bianchi camici di medici,) erano gli autentici mandrilli Sam e Gina, di mia proprietà, che recitano la loro straordinaria parte di corteggiamento con digrignare di denti, schiocchi della lingua e il reciproco scambio di richiami, ee-olk-ee, ah-olk, con gli spettatori che ora ridono e a loro volta entrano nel gioco. Ma poi, d’improvviso, scende su tutti uno sbalorditivo silenzio. Uno degli attori/spettatori del film, da Punks invitato a registrare a scopo scientifico, si rivela essere, anche se di spalle, l’Assistant Vice President for Academic Affairs, Jerry Buoncamino, un cardiologo, che furiosamente butta giù sul suo taccuino i seguenti appunti, poi riprodotti (sempre nel filmato) dai giornali locali e aspramente criticati dalle eminenze grigie del “Circolo Interno”:

Femmina accosta Maschio, gli mostra area suoi genitali 3 volte.
Tempo: circa 5 minuti e 34 secondi. Maschio monta Femmina.
Attore-scimmia interrompe con una canna di bambù intromessa
tra le sbarre della gabbia..
Femmina avvicina Maschio, gli annusa il petto.
Maschio monta, trattiene Femmina per 17 secondi.
Attore-scimmia interrompe con la canna. Maschio riprova, monta
Femmina, avvinghia le sue gambe alle cosce di lei.
Attore-scimmia cerca interrompere, poi ritira la canna dalle sbarre.
Femmina, di nuovo in posizione, su 4 zampe. Maschio monta, spinge contro Femmina 3-4 volte.
Femmina schiocca le labbra rumorosamente.
Due altre profonde spinte. Maschio infine si allontana. Durata dell’azione 150 secondi.

Il film, a cose fatte, riscuote un discreto successo di critica e un buon successo di cassetta; lo annunzia un alto parlante nascosto tra le sedie degli spettatori: raccoglie 100 mila dollari in donazioni per un seminario esplorativo sull’ermafroditismo in generale, più 3 milioni di dollari offerto dalla giovane vedova Anya Wonderkeel di Baton Rouge, presente in sala: benefattrice e adoratrice di animali, già nota alla stampa per aver elargito fondi sia allo zoo di San Diego, California, che al primate center della Tulane University a Covington, Louisiana. Per suggerimento di Punks, infine, che - tra parentesi, il “Circolo Interno” vorrebbe veder sbranato dai suoi stessi cani, (9) - i 3 milioni vengono devoluti a una specifica cattedra, o CHAIR, per studi sui rhesus monkeys, macachi e derivativi, della quale l’Io che scrive diventerebbe titolare, nonché Amministratore unico.
Lentamente ora il sipario scende sulla foresta creata dall’albero Yew, con la femmina Anya che trascina per mano il suo gorilla Grünewald, e il maschio Funk-Punk che è invece trascinato dal suo branco di cani al guinzaglio. Si allontanano nudi verso l’orizzonte come digitali Primo Uomo/Prima Donna della nuova favola Y2K, mentre dalla platea il Professore d’inglese McParrot, specialista in Milton e membro onorario del “Circolo Interno”, apostrofa e minaccia: “ Oh you, you... See with heat these Dogs of Hell advance...?” (10)

Pompano Beach, venerdì 14 gennaio 2000

NOTE

(1) 1“The Artist’s Friend Turned Enemy: A Backlash Against the Copyright”, by Paul Lewis. The New York Times. Saturday, January 8, 2000. A19. “Industries and governments always favor strong intellectual property protection; academics tend to favor weaker protection,” said Robert P. Merger, an expert on intellectual property law at the University of California at Berkeley. “If you took a poll of American academics, you’d find most believe the knowledge grab has gone too far.”

(2)2Ibid. “While some of the fastest growth in copyrights has been in the field of computer software (where the number of patents granted is expected to increase to 22,500 for 1999 from 1,300 in 1990), companies are increasingly patenting such innovations as methods of doing business. Amazon.com, the on-line bookseller, for example, has patented its `one click’ sales system, allowing customers to place new orders with a single press on the computer mouse.
Criticism has been building in the academic world, with many arguing that the growing privatization of knowledge will threaten traditional intellectual and artistic freedoms. Critics say

(3)Cfr. Novissimo Dizionario della lingua italiana di Fernando Palazzi. Milano, Ceschina 1948. “Y...vocale greca, passata poi in latino nella trascrizione di parole greche, e del latino entrata nell’alfabeto francese e di altre lingue moderne; è esclusa dall’alfabeto italiano, dove è sostituita dalla i; il suo nome è ipsilon o ipsilonne, ed è di genere maschile o femminile, ma prevalentemente femminile, sottintendendosi la parola lettera: una ipsilonne//in biologia è lettera con cui si indica, nel cariotipo umano, uno dei due cromosomi sessuali// usata dai matematici, in algebra, per indicare una quantità incognita// nelle parole straniere italianizzate si cambia in i:yuta,iuta;yole,iole,ecc.// per le voci straniere, abusivamente penetrate nell’uso italiano comincianti con tale lettera, vedi appendice voci straniere// alcuni malparlanti chiamano questa vocale, al modo francese, i greca; ed è modo errato e da evitare.”

(4) The Oxford English Dictionary riporta che la parola “codpiece” nasce da “codpis” oppure “-piss”: A baggage appendage to the front of the close-fitting hose or breeches worn by men from the 15th to the 17th c.: often conspicuous and ornamented. Theintegument enveloping the testicles, the scotum
- c.1398 - TREVISA Barth. De P.R. VII.lv (1495) The codde of the genetours
- c.1425 voc.in Wr.-Wülcker 635/20 Nomina membrorum hominis. Hoc frumen, code.
- 1590 - MARTSON, Pygmal. Sat.II, 145 Nay then I’le neuer raile at those/ That weare a codpis,/ Thereby to disclole/ Wat sexe they are
- 1603 - SHAKS, Meas. For M. III.ii. 122 For the rebellion of a cod-piece, to take away the life of a man?
- 1615 - CROOKE, Body of man 250 The cod is a rugous and thin skin
- 1632 - SHERWOOD, The cod or cods of a man or beast, couillon, testicule
- 1648 - HERRICK, Hesper., Upon Shark, If the servants search, they may descry/ In his wide codpeece, dinner being done,/ Two napkins cramm’d up, and a silver spoone“
- STERNE, Tr. Shandy, Slawkenb, Tale, He put his breeches with his fringed cod-piece on

(5) In un furioso quanto misterioso rifiuto della sua terra biologica, Selimo, dalla quale anche costui che scrive proviene, in una recente e-mail così m’informa: “Per quanto riguarda i festeggiamenti per la promozione universitaria, ti ringrazio del pensiero: ci faremo un bicchiere insieme a New York, in sostituzione di quello selimano che non farò, anzi ti aggiungo che di questo risultato non ho dato notizia neppure agli amici più cari di Selimo, per il momento non intendo farlo e non voglio neppure che lo sappiano. Capisco che non è giusto soprattutto nei confronti di amici affettuosi come Renata, Titina ed altri, ma per il momento sono fermo su questa posizione. Come sai, io sono uomo di grandi passioni, sono generoso e so essere amico, ma so diventare anche duro ed intransigente; e nei confronti di Selimo sto vivendo una fase di disamore e di rifiuto. Quando mi passerà e se mi passerà, riprenderemo il discorso.”

(6) c.1386 - Chaucer Pard.T. 206 O wombe, o bely, o stynkyng is this cod

(7) Mi torna in mente una canzoncina monellesca di quando ero ragazzino, che sempre mi cantava la giovane suora dell’Asilo, suor Letizia, quando l’annoiavo con le mie domande: il perché di questo, il perché di quello. Ed eccone il refrain:
Il libro del perché
scritto ancor non è,
quando si stamperà

(8) Cifr. Carlyle, Heroes, iii, 165 The tree Ygdrasil, that has its roots down in the kingdom of Hela and Death, and whose boughs overspread the highest Heaven!

(9) Uno studioso di Galdós e Fernán Caballero alla Anaconda University, sostiene che le maligne figure del “Circolo Interno” siano protette da Artèmide, la dèa olimpica della caccia, che spinse i cinquanta cani del bellissimo Atteóne a sbranare il padrone, che non riconobbero.

(10) J. Milton P.L. X.616


March 7, 2002
 Note di diario (6) - Ho cercato le guide @ 10:43:32 PM
di Giose Rimanelli

Ho cercato le guide - Mio padre sempre mi diceva, forse parlando della sua stessa vita, "Edè jèttà ù sàngh, se te vuó fà caccùne". Che in pratica vuol dire, devi lavorar duro, se vuoi sopravvivere. Io presto mi avvidi che non ce l"avrei fatta a sopravvivere, se fossi stato debole con me stesso, rinunciando a me stesso. Ma gli altri mi bocciavano sempre, appunto perché non rinunciavo a me stesso, non abbassavo la testa. E così ho visto l"inferno, ma anche un po" di paradiso: facendo da me.
Ho salvato la pelle mettendola a repentaglio, ho salvato la mia letteratura senza imitare da nessuno, e ho camminato diritto per fossi e salite, anche quando imbracato in pantani. Ho visto questo prisma che è il mondo nelle sue molte facce. L"innocente ero sempre e soltanto io, ma non mi scoraggiai. Capii che, per crescere, avevo bisogno di sapere chi ero.

***
La fuga - Imparai la fuga nell"impotenza di confrontare la prepotenza e l"abuso. E, in fondo, io non ho mai avuto desiderio di lottare, uccidere per sopravvivere, frodare per aver soldi nella mia casa. Pur di evitare la così detta corsa dei topi, scelsi sempre la via più dura e difficile: la fuga, che è l"ignoto, una porta che si apre - come io la interpretai - verso una certa forma di libertà, o morte.
Ed ecco che - mentre con la vita lavoravo a costruirmi un nome, una reputazione, una dignità umana - con la morte diventai un conversante, un po" come gli eremiti del Medioevo che si rinchiudevano in una grotta per sfuggire la persecuzione del potere, e così esser soli, parlare con Dio. La morte, come la vita, è anche Dio infatti, perché questa la vedi e forse anche ti piace, quella non la vedi e forse non ti piace in quanto ti giunge inaspettata. Vuoi conciliartela, dunque. Vuoi conciliarti Dio nel viaggio verso di lui. Ciò facendo ti concili la stessa vita. E questo è bello perché hai soppresso i possibili rancori, le avide ambizioni. Non lo studio, si sa. Perché con questo si costruisce, e tu vuoi costruire la tua casa, il tuo eterno.

***
La radica - Ho però anche imparato che costruire nella fuga, nell"incerto, è costruire sulla sabbia. Io ho avuto case e lavoro ovunque mi sono mosso, e ciò in quanto mi sono reso necessario. Ma ciò anche diventa poi futile. Futile? Come? Con la fossilizzazione. Costruire significa avere un principio, un"idea genetica che infine tu scopri proprio nel viaggio, rendendo ancor più consistente il costruire. Quest"idea si chiama radica, radici. Dunque giunse il tempo in cui tu puoi dire a te stesso e agli altri, attraverso la tua opera, "Ho girato il mondo, ma non sono mai partito."
Il Molise non ha bisogno di me, per certo, ma io ho avuto bisogno di lui/lei: un Molise madre/padre al di là del travaglio e della spiaggia di approdo. Molise, radice e idea, punto di partenza e di ritorno nelle vesti dell"umano migrare, è anche per quest"uomo pietra miliare, leggenda e civiltà, ruota e quadro. Con questo in mente, io ho potuto costruire. Non mi sono perduto. Mi sono infatti identificato in questa pietra, e in essa mi sono pietrificato.

***
La tua bocca - Ho detto del Molise - padre/madre, vero? Mi identificai talmente con questo simbiotico binomio che mi parve di dimensione ermafroditica, e in un lontano giorno a Detroit, Michigan, nella casa dei miei - era il luglio del 1967 che più tardi mi produsse il romanzo Detroit Blues - scrissi alla spinetta una canzone/testamento che ha questo incedere:
"...la tua bocca di pietra rosa / è la memoria della grotta /camminata a piedi nudi / per raggiungere la fonte //...la memoria della tua bocca / è la pietra del santuario / sulla quale lasciai scritto /ora e sempre solo amore //...solo amore per sapienza / del travaglio nell"impresa / lasciai scritto: ritrovare / la tua bocca di pietra rosa..."
E un altro giorno - era il 9 marzo 1984 in Florida - scrissi la Ballata di Joe Selimo, identificando il Joe americano nel Giose molisano, e il patronimico Selimo con il Molise stesso, essendo Selimo anagramma di Molise, come Rimanelli è anagramma di Marinelli.
E" tutto questo che ha sempre contato per me: imprimere alla mia letteratura un"origine, un"identità.
***
Il viaggio immobile - Un amico di molti anni, lo scrittore e storico del colonialismo Angelo Del Boca, il 29 settembre 1998 mi mandò un fax da Torino per dirmi, tra altre piacevoli cose, queste speciali parole: "...ho letto con vero diletto i tuoi versi. Non sapevo che avevi mantenuto un contatto così stretto con la tua terra, un amore così profondo, quasi una passione. Ma forse è la lontananza che ti spinge a non tagliare le radici. Stupenda la cartolina con te in primo piano, vagamente cow-boy, e sullo sfondo Casacalenda incorniciata da nubi minacciose."
Gli risposi che aveva colpito nel segno, aggiungendo, tanto per sfogarmi, che anche coloro che non sono mai partiti han fatto un viaggio; mentr"io, che di questi ne ho fatti tanti, potrei assicurare non soltanto me stesso ma chiunque altro, che non sono mai partito dal mio paese, il Molise. Ciò che veramente conta, aggiunsi, è la ricerca e quindi la coscienza della propria identità. Io, dissi, ho preferito portarmi dietro il paese di origine, le radici, come la chiocciola la sua casa per non restare schiacciato nel nulla della non appartenenza. Si può vivere dove si vuole, mi son detto, e ovviamente essere onesto con la contrada della tua scelta, del tuo desiderio, ma dimenticare o addirittura cancellare la memoria del luogo da cui uno proviene significherebbe solo sfigurare chi sei.

***
L"orto concluso - Questo è un sentimento antico, mai affiochito, e comunque lo riformulai al nostro Peppe Jovine attraverso frammenti di un mio saggio in suo onore per la rivista Gradiva, con il quale ho cercato di raccontargli com"era morto.
Pazzesco, no? Forse, ma non se riflettiamo su queste parole: "[...] ora tu sei venuto a mancarci, Peppe, compagno affettuoso e disponibile, mi sei venuto a mancare con un dolore che dentro si scava sempre più dentro nei minuti che passano, perché tu mi preservavi il Molise con la vita baronale e contadina che conducevi, con quei tuoi racconti licenziosi e sapienti, e con quella tua poesia con la lacrima e la favola, il rintocco di campana nel sortilegio delle ore, la bellezza e la paura nella landa molisana assiepata di sterpi e desolato verde. Questo Molise era e resta il Primo Luogo della tua e mia vita, concluso già nel suo farsi dentro di noi, e quindi sacro al di là del travaglio, lo straniamento, l"emigrazione, la crisi che coglie sulla linea gialla del confine...


February 23, 2002
 Note di diario (5) - Il salto generazionale @ 5:31:31 PM
di Giose Rimanelli

Il salto generazionale - Un giorno Seppe mise la croce su di un foglio di carta che chiamarono contratto di lavoro, e di colpo si ritrovò imbarcato per l"America, manovale sulle ferrovie del Minnesota. Mangiava pane e cipolla, e metteva da parte la "pezza", il dollaro.
C"era una pastora chiamata Maria Giuseppa che lui incontrava verso il Cigno di Casacalenda, al tempo in cui andava a pascolare le pecore. E i due si promisero. Qualche anno più tardi Seppe tornò al paese con un cappello di paglia ancora tutto unto di sudore, e sposò Maria Giuseppa. La gente chiese in giro chi s"era sposato, e qualcuno rispose che si era sposato Paglietta. La gente conosceva Zi" Leo Marinelli, non Seppe Rimanelli. E da quel giorno lo chiamarono Paglietta. Nacque mio padre, il primo. La gente prese a indicarlo come "ù figlie de Pègliétte". Mio padre non protestò, ma andò a scuola, fu il primo Rimanelli che imparasse a leggere e a scrivere, e tanto bene che un giorno andò a Roma, era il 1924, per comprare la prima macchina da scrivere mai prima inventata, il Cembalo Scrivano di Olivetti, per scrivere lettere d"amore alla ragazza "americana" che abitava sul Corso, col padre che suonava la tromba e accomodava ombrelli, che aveva comprato terre e cavalli e aveva costruito la sua casa parzialmente col vino, in mancanza di acqua. E quella ragazza se ne innamorò e lo sposò. Il loro primo figlio è questo scrittore.
Andai via dal paese che ero ragazzino, crebbi in un seminario delle Puglie prima, poi sulle strade del mondo. Quando tornavo a Casacalenda qualcuno sempre si chiedeva, "Ma quel giovane, chi è?" E un giorno un tizio mi fermò in piazza e disse: "E" ù vére? Tu nèn sié Peppìne, ù figlie de Vicèmzìne Pègliétte?"
"Io sono Giose Rimanelli, figlio di Vincenzo Rimanelli, sì", risposi.
Credo che da quel giorno la gente seppe che avevo un nome.

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Dell"umiltà - L"errore più grande fra i grandi e piccoli della mia vita è stato quello di non aver imparato a fingere l"umiltà. Questa era fervidamente predicata in chiesa, e in un primo tempo ci credetti: l"umiltà è virtù, non crimine, mi dicevo. Lessi infatti una favoletta di Fedro, nella quale si fa questa distinzione: l"umiltà degli uomini dà sicurezza, come sempre le ricchezze son piene di pericoli. Di questo parere, ma usando una metafora, era anche un mio autore latino, Publilio Siro: "L"umiltà rompe la durezza dell"animo, come la tensione rompe l"arco". Poi mi accorsi che l"umiltà è solo una bella massima. Come mai? L""umiltà" viene di solito angariata dal suo opposto, la "superbia": e questa suppone potere e abuso specie sull"umile che, spesso, si ritiene stupido o ritardato mentale. Si determina che lo schiavo non ha vita privata o diritti, è servo di chi gli sta sopra per potere economico o sociale, amministrativo o educativo. L"abuso crea sopraffazione e disonestà. Il motto che girava quando ero ragazzo era questo: "La bugia è il capitale della bottega".

Dell"abuso - Il mio maestro elementare, almeno per i primi tre anni, mi mandava a comprar sigarette al mercato, un chilometro e mezzo andata e ritorno, controllando il tempo con l"orologio come si fa con i corridori del chilometro lanciato. Invece d"insegnare faceva la corte alle maestre nuove, di solito giovani e piacevoli. Era Preside, Podestà, e Colonnello della Milizia. Spesso arrivava in classe con stivali e frustino.
Quando cominciai a fare errori sulle sigarette o sul chilometro lanciato, riportando sigarette Popolari invece delle Macedonia, quel maestro mi chiamò sempre più spesso in mezzo alla classe a recitare il Parlamento di Carducci o La cavallina storna del Pascoli: poesie che mi vennero ad odio. Ogni volta che ripetevo "Or si fa avanti Alberto di Giussano. / Di ben tutta la spalla egli soverchia / gli accolti in piedi al console d"intorno," io ridevo, e i ragazzi ridacchiavano. Ogni volta che ripetevo "O cavallina, cavallina storna, / che portavi colui che non ritorna", io ridevo, e i ragazzi ridacchiavano. Quel maestro mi bocciò.

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Dell"apatia - C"era una maestra con tanti figli, sempre bisognosa di ripetenti, e i suoi colleghi bocciavano e mandavano da lei. Era brava, né mai si adirava. I ragazzi le volevano bene. Dai barbieri, comunque, si mormorava che di figli ne faceva due all"anno, e questa era la ragione della sua popolarità. Lei insegnava e allattava al piano di sopra della sua casa, e il marito - un impiegato del catasto - dava ripetizioni al pianterreno.
Le ripetizioni avvenivano sempre nel pomeriggio.
Era un uomo pacioso, con sempre una mezza sigaretta in bocca. Ci faceva leggere Cuore, ci dava problemini di matematica, dava poi un"occhiata agli scarabocchi e diceva, "Bravi, bravi..." Altre volte suggeriva disegno. "Fatemi una casa o una strada, ciò che volete, anche un cane. Chi mi fa un cane?" Tutti gli facevano il cane. Io disegnavo il gatto che dormiva sotto la sedia bassa, invece, che il marito della maestra spesso occupava, con la mezza sigaretta in bocca, appisolandosi. A volte si svegliava di soprassalto: "Che è, che è?" diceva. Aveva fatto una scorreggia. Il gatto fuggiva verso la gattaiola col pelo ritto, e lì si fermava, dubbioso. I ragazzi ridacchiavano. "E" stato quel dannato gatto!" lui gridava minacciando il gatto col dito, e allo stesso tempo cercando il mozzicone caduto.

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Della severità - C"era un altro maestro, del quale i ragazzi avevano paura e fascino. Lo chiamavano "U mèésc_tre ca màn"e mòrte". Essa pendeva cadaverica e inerte dalla manica della giacca, la sinistra, paralizzata dalla nascita. Quando quella mano si abbassava sul collo del ragazzo aveva la forza della ghigliottina. Ma lui diceva che accarezzava. Alla lavagna usava gessetti colorati. Da quei colori spesso uscivano dei versi. E lui, con meraviglia di se stesso e degli studenti, li cantava. Era Giovanni Cerri.
Anni più tardi, mi avvicinò per dirmi, "Vorresti leggere le mie poesie?" Le lessi e le pubblicai. Possedevano un alone di cosmica tristezza, stornata da ironia e da una vaga ricerca di Dio. Pareva uomo insoddisfatto, anche superbo, e ciò gli creò distanze.

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Dell"inefficienza - E c"era poi Don Luciano, un prete grasso e grosso, figlio di contadini morti, che viveva solo. Arrivava sempre un cinque o dieci minuti in ritardo sulla sua lezione di religione, e non gli giovò. I ragazzi gli mettevano cuscini per scorregge sulla sedia, scrivevano parolacce alla lavagna, orinavano tra i banchi. Don Luciano si lamentava col Preside, ma quello diceva sì sì e non faceva mai niente. Gli stessi ragazzi sospettarono che tutti provavano gran gusto a mortificar Don Luciano, a incominciare dai suoi colleghi.
D"inverno lo prendevano a palle di neve, d"estate gli mettevano lucertole morte nelle tasche, mentre disegnava un crocifisso alla lavagna. Era proprietario terriero, ma le terre le lavoravano altri. Lui fumava sigari toscani seduto dietro la finestra, e leggeva il messale. Seppi anni più tardi che si era suicidato.

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Dell"educazione - C"era un ragazzo bravo in matematica, che nel pomeriggio veniva a casa e mi aiutava coi compiti; io ero bravo coi temi secondo lui, quindi andavo a casa sua ad aiutarlo. Diventò meccanico, con una bottega tutta sua, tuttora vivo, mezzo cieco quanto me. Quando vado al paese, lui si pulisce gli occhiali per riconoscermi, ed io faccio altrettanto. C"era poi un altro ragazzo, il "Termolese". Non sapeva né scrivere né fare la moltiplicazione. Ma era bravo negli sport. Lo aiutai per un po", poi smisi. Un giorno disse, "Vediamo chi è più intelligente," ma intendeva dire "vediamo chi è più forte". Prima che rispondessi mi strinse per farmi inginocchiare. Mi slogò una caviglia. Mi riportò a casa a spalle. A mia madre disse che ero scivolato sul marciapiede, su di una buccia di banana. Mia madre sapeva che non c"erano banane in paese, e si fece il segno della croce.
Restai a letto un mese. Fu allora che una donna di chiesa prese a salire le scale di casa. Ripeteva: "Bisogna dare un" educazione a questo ragazzo." E mia madre diceva sì. Io sentivo attraverso i muri. Parlavano di seminario, educazione. Fu così che entrai in un seminario delle Puglie. Mio padre era in Africa a quel tempo, e non disse sì o no. Neanche io. Passarono così 5 anni, nel fervore degli studi, sebbene cominciassi a nutrire seri dubbi su quella mia vocazione. Mi esercitavo nel proibito: scrivevo romanzetti di avventure, sbadigliavo alle funzioni, leggevo la notte sotto le lenzuola con l"aiuto di una pila tascabile... A mio padre, comunque, che ora lavorava in Abruzzo scrivevo lettere di tono beatifico, biblico. Gli scrissi una volta che "per me era bello bagnarmi nella piscina di Siloe". Al pover"uomo deve esser venuto un colpo. Per accertarsi se ero o no diventato scemo passò a leggere le mie lettere a un qualcuno di sua stima, e costui gli disse: "Guarda, Vincenzo, alla sua età tuo figlio non è un fesso, direi anzi che è un piccolo genio, ed anzi anzi più che genio è un santo. Siloe non è una femmina, oh no no! Siloe è la sacra Fontana di Sion, di eterna vita..."

Un cattivissimo giorno, il famoso teologo e predicatore Padre Ciro - un uomo che si mordeva le grandi tumide labbra per farsele più rosse di com"erano -, venne a studio dove studiavamo tutt"insieme, una cinquantina di seminaristi, e mi ordinò di alzarmi dalla sedia. Ad alta voce lesse una lettera di mia padre, siccome esisteva la censura, nella quale raccontava a me, suo figlio, dell"impressione che le mie lettere suscitavano in lui e in altri che le leggevano. "E tu saresti il genio?" gridò Padre Ciro, come da un pulpito alla folla. "Uno che non sa fare neanche la 0 col bicchiere, un genio? Ragazzi, abbiamo un genio fra di noi. Hic est!"
I ragazzi risero un po", poi ammutolirono, come loro stessi offesi. E io seppi che sarei andato via.
Quella non era la mia via.


February 11, 2002
 Note di diario (4) - L'albero dei centesimi @ 4:45:54 PM
di Giose Rimanelli

Dare/Avere - E" la seconda volta che il Molise celebra, direttamente, il mio nome: con la pubblicazione di Molise Molise prima, mie minimemorie patrocinate dalla Regione nel giugno 1979, e quest"oggi, 21 dicembre 1998, con l"ufficiale accettazione di mss. miei all"Archivio di Stato: manoscritti che, protetti in quella nicchia, son diventati beni culturali italiani, patrimonio della Regione Molise. Questo è un dono da parte mia, del quale son lieto, ma qualcuno già mi fa il discorso del dare ed avere, caratteristico del baratto in società primitive. Io do una cosa a te, tu dai una cosa a me. In risposta all"Interlocutore, ecco il mio pensiero: sono andato via per crescere, come generalmente i figli van via dalla madre, che avevo 10 anni, sia pure con vari ritorni: in che forma la Regione poteva assistere questo suo "cittadino biologico" diciamo così, senza più legittimità politica, nazionale e regionale?
Di rimando, l"implacabile Interlocutore mi ricorda che nel 1361 la Repubblica di Venezia offrì al Petrarca un palazzo sulla Riva degli Schiavoni in cambio della sua biblioteca che a quel tempo era forse la più fornita d"Europa. Tempi dispotici quelli, riposi per questo larghi. Ma con ciò in mente, mi sono rivolto agli amici di Ser Francesco, gli Antichi, che per mia fortuna del resto mi abituai a considerar Moderni fin dall"infanzia, subito scoprendo che al binomio "bene" e "male" Cicerone, ad esempio, aveva sostituito "premio" e "castigo". (Ad Brutum, I, 45,3). E così seppi che i suoi nemici politici, in osservanza di quel binomio, gli tagliarono la gola: a castigo della sua mala lingua nei riguardi del futuro Augusto.

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Bene/Male - dunque? Mi avventurai su questa linea per infine ricordare che Boezio scrisse in prigione il De consolatione fhilosophiae, nel quale si trova la frase: Nullum malum impunitum, nullum bonum irremuneratum. Nessun male resti impunito, nessun bene sia senza regalo. Al che mi chiesi: cosa c"entra questa regola di premio e punizione con te, cioè me? Tu sei scrittore, no? Certo. Ed ecco che la mente vola di nuovo al supremo esempio, Ser Francesco, che in Campidoglio venne incoronato poeta. Onore, dunque, più che premio! Ricorderesti che anno era, Mister Giose? ? Certo: domenica di Pasqua 1341, 8 aprile.
A questo punto, secondo voi, il battibecco con l"implacabile Interlocutore poteva finir qui? Eh, no! Si focalizzò sul soggetto "onore", "onorificenze": le onorificenze che possono essere attribuite al di là e al di sopra di interessi politici. Venne in mente Sallustio, ricco impresario industriale, che espulso dal Senato dal politico avversario Pompeo scrisse pregevoli monografie, dalle quali vien fuori una frase che consola la mia mente: Divitias fortuna, studium parit honores. La fortuna dà le ricchezze, lo studio gli onori. Ed è qui che volevo giungere, a dispetto dell"implacabile Interlocutore. Personalmente, non posso che considerarmi fortunato, ripeto, e nel senso migliore, che per me è questo: l"America mi ha dato lavoro e casa e appartenenza, in virtù del mio contributo di studi a quella terra; e il Molise, che è la mia vera terra, ha voluto oggi onorarmi appunto per questi miei studi preservando i miei scritti e, quindi, memoria del mio fisico passaggio in questo mondo, in tal modo restituendomi de facto la mia casa: le radici.
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Paganini non ripete - Ho detto studi? Ho sentito sempre parlare di Cicerone quand"ero ragazzo. Specie dagli avvocati. Ce n"era uno, a Larino, che morì sulla spiaggia di Termoli con in mano il De senectute di Cicerone. Usava dire che Cicerone sapeva tutto di tutto, specie nel formulare belle frasi. Poi mi accorsi che gli Antichi avevano più o meno la stessa mente, studiavano gli stessi libri o, meglio, inventavano le stesse frasi, ovviamente desunte dalla loro personale esperienza o, com"è più vero, da esperienze derivate. Ma a questo riguardo, e cioè libri, studio, letture, educazione e considerazioni sul tema Cicerone ne scrisse nelle sue Disputationes Tusculanae (5, 40,117), e egregiamente, asserendo che l"essere umano senza lo studio (sic sine doctrina animus) è come il campo il quale, benché fertile, non può dar frutti senza che sia coltivato. E Plinio, in una delle sue Epistole (9. 7), scrisse che "come le terre che si coltivano con semi vari e variati, così le nostre menti con svariati studi."
Non è per saccenteria, ma la similarità di queste frasi e, quindi, dell"esperienza di quelle due magnifiche menti, Cicerone e Plinio, mi han portato un po" a riflettere su di un certo mio carattere di scrittore sperimentale, come spesso mi classificano determinati critici: uno scrittore cioè che esplora sempre altri stili, o modi di dire e vedere. Ma l"attributo di "sperimentale" viene a volte connotato a forme d"impatto derogatoria, e ciò è "forma" di urto, ferita. E" qui, dunque, che devo rifarmi a mie esperienze primitive, i calchi del primo credere nell"educazione dell"infanzia, importanti quanto la vita stessa. Vi siete accorti che la cultura spesso inizia dall"aneddoto? Quand"ero ragazzo mi dissero che Paganini non ripeteva mai due volte. La cosa mi si suggellò dentro, tanto che non scrivo mai la stessa cosa anche se poi è la stessa cosa; continuo comunque a inventare secondo la mia esperienza. E" da qui che i critici presero a chiamarmi "sperimentale". Ed io mi chiesi: la parola non è di per sé sperimentale? Ma una volta conclusa l"opera con quella parola, bisogna girar la pagina e trovare un"altra parola: e ciò in quanto la ricerca mai finisce, essendo le strade da percorrere varie e diverse, esattamente come le semine di cui parlano gli Antichi.

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Sperimentalismo - Vivo in America, parlo in inglese, scrivo i miei conti in inglese, persino saggi e libri in inglese - un tempo scrivevo anche in francese quando ero a Parigi, e in spagnolo quando viaggiavo per l"America latina -, ma scrivo soprattutto in italiano perché non posso negare a me stesso di essere italiano, una lingua lontana ma per me del cuore, della cultura, della memoria. Il caso è che lo sperimentalismo (linguisticamente e con la mia stessa esistenza) mi ha fatto cosciente del pericolo, nascosto nella lingua e nella inimmaginabile immaginazione.
Poco si salva, visto che solo i critici leggono o leggiucchiano; visto che la polpa narrativa, chiamala soap opera, non m"interessa. Il fatto è che odio ripetermi, specie se (come so) il soggetto è sempre quello: vita/morte, avventura/pensiero, sesso/bugia, lingua/dialetto, infelicità/lenimento, pianto/riso. Non ripetere significa sacrificio, anche perdita, quindi indispensabile dolore. E io so, ho quindi accettato la trafila, mai la sconfitta. Tant"è che in America ho preso anche a scrivere nel dialetto della mia infanzia, una Moliseide recitata allo specchio, e ciò solo per non allargare la ferita della separazione. E" vero: la terra madre diventa persona, è "persona". E" un po" ciò che un poeta da me sempre amato dice: "Il mondo nasce quando due si baciano."

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Ogni mondo è paese - Sono abbastanza vecchio e viaggiato. E" per questo che, spesso ormai, rido tra me e me come se continuassi un discorso con un altro, il mio invisibile e implacabile Interlocutore? E" quando - ovunque mi trovi su questa piattaforma di universo - in testa mi torna una storta espressione circa l"esperienza, che è questa: "Tutto il mondo è paese!" E" una frase compiacente, apparentemente lieve, forse distrattamente cinica che però pungola subito, apre porte alla speculazione, all"immaginazione, ma infine lascia vuoti dentro in quanto non vi intravedi garanzie, un ostello, un economico orientamento. Ogni mondo è paese! Ma che paese?
Io direi che ogni mondo è paese per la gente di ogni singolo paese, ma non per chi cerca un paese, per colui che dal confine del suo paese attraversa in quell"altro. Nel passaggio v"è trauma, e in quell"altro il trauma si intensifica. Subentra incomprensione e inabilità di servire, cioè intendere, capire. E il processo verso l"aggiustamento può essere infinitamente lungo, esattamente come un certo pianto interno, del cuore.

La cultura dell"infanzia - Ciò che, in effetti, e fondamentalmente agisce nella vita adulta - il cosiddetto spandere le proprie ali verso un possibile futuro - sono i calchi ricevuti e assorbiti nell"infanzia. Una famiglia ben orientata, moralmente onesta, e per sua controparte una famiglia ingrovigliata nel dubbio e nel giornaliero arrembaggio, imprimono nel bambino che sente e guarda quei tali calchi che opereranno positivamente come redini di equilibrio, o negativamente nel futuro del bambino fatto uomo. Ogni esempio o parola determina la crescita, il carattere: specie se, dentro, vi esiste già il sentimento del pianto.
E qual"è, questo? Questo è un sentimento che va al di là del pianto rituale, vuoi figurativamente che in termini di tematica; non è cordoglio, ma è spina incontrata nella fratta del crescere e diventare, il nido di casa; è un sentimento/dolore che non puoi mitigare, ti è dunque interminabile. E" un perenne muto pianto che più tardi assume il volto della malinconia, non della disperazione. Ma è con esso dentro che nasce la memoria.

L"albero dei centesimi - Io non sono il Redentore, dissi un giorno al mio invisibile Interlocutore, ma neanche la Vittima. Dunque? Tutto dipende da come nasci, gli risposi. E l"educazione vissuta nel tuo crescere sarà poi quella che meno cancelli: invade spirito e fantasia. E così è stato per me. Qualche esempio?

Io camminavo da solo all"asilo infantile e due signori mi fermavano all"andare. Al ritorno sempre qualcuno di casa veniva a prendermi. Il signore vestito da signore mi fermava alla curva della strada, davanti al Palazzo Di Blasio a Casacalenda, e mi regalava un centesimo. Non sapevo il suo nome. Pensavo che fosse il signore del Palazzo. Camminando giù giù verso la Terravecchia un vecchietto con la barba bianca e i capelli lunghi che io immaginavo fosse San Giuseppe il falegname, mi fermava col sorriso e mi regalava un centesimo. Lo chiamavano Zi" Leo, ed era infatti falegname. Quando mio padre venne a saperlo prese tutti i centesimi raccolti in un vasetto di vetro, e dalla finestra li buttò nell"orto di sotto, dalla parte del pozzo. "Ma perché?" protestai. "Ci crescerà l"albero dei centesimi!" lui rispose, con scherno.

Marinelli/Rimanelli - Da mio nonno, Seppe Rimanelli, appresi infine prima che morisse che quei due signori erano stati amanti di una contadina della Montagnola. Entrambi credevano che Seppe, mio nonno, che crebbe nella masseria di un pastore fosse loro figlio. Mio nonno era invece convinto che lui, Seppe Rimanelli, era il bastardo di Zi" Leo, ottimo ebanista, costruì infatti per la Chiesa Madre un pulpito intarsiato con figure come gli angeli del Della Robbia, e con berninesche trecce per colonne, che oggi un parroco postmoderno si vendette per quattro denari, e costruì gli scaffali della prima farmacia del paese, anche questi oggi venduti ad antiquari della città. Io ricordo sia quel pulpito che gli scaffali: erano capolavori di artigianeria rinascimentale.
Zi" Leo era fornito di machiavellica intelligenza: convinse Chiesa e Stato di anagrammare il suo nome, Marinelli in Rimanelli, per non perdere del tutto quel suo figliolo nato dall"amore e non dalla legittimità matrimoniale, in tal modo salvando la sua coscienza e creando una nuova casata. Con questa piccola differenza: i figli legittimi di Zi" Leo andarono a scuola, si fecero avvocati e ingegneri, mentre il figlio illegittimo, il ragazzo Seppe, crebbe schiavo del pastore e analfabeta.
Dio, quanti calci nel culo prese!


January 21, 2002
 Note di diario (3) - Amore e amare e l'amata poesia @ 9:01:28 PM
di Giose Rimanelli

Solo padrone, anzi consapevole del motivo di amore e amare è forse ancora possibile parlare di poesia, fare poesia anche se, questa, spesso è trovata in esilio; e in questo mio essa mi funziona appunto come “amata”, l"amata. Infatti, essa soltanto può ancora chiarirmi le contraddizioni del cuore, direi anzi che è lei essenzialmente che mi ha riportato alle fonti della mia esistenza, ciò che chiamiamo radici, facendomele scoprire nel loro vero senso di unicità, di appartenenza. Ciò che un tempo credevo fosse una bilancia sbilanciata quella cupa solitudine che mi custodivo nel mondo, viaggiando il mondo, mi si rivelò poi compagnia, che chiamai culla, un mio paese offuscato forse dal tempo ma mai, mai perso.
Un mio amico di tantissimi anni fa, perduto poi in tantissimi altri anni, così mi scrisse da Torino in un fax del 29 settembre 1998: "Caro Giose. soltanto ora, di ritorno dalle vacanze, ho trovato la tua lettera e i due libri. Ti sono veramente grato. Ho letto con vero diletto i tuoi versi. Non sapevo che avevi mantenuto un contatto così stretto con la tua terra, un amore così profondo, quasi una passione. Ma forse è la lontananza che ti spinge a non tagliare le radici. Stupenda la cartolina con te in primo piano, vagamente cow-boy, e sullo sfondo Casacalenda incorniciata da nubi minacciose."

E" Angelo Del Boca, scrittore, uno dei maggiori storici contemporanei del colonialismo, direttore della rivista "Studi Piacentini" Presidente dell"Istituto Storico della Resistenza e dell"Età Contemporanea. Gli risposi che, di tanto in tanto, appunto cose in quaderni sparsi che chiamo Note di Diario, e alcune di queste Note riguardano proprio la percezione da lui avuta nei miei riguardi, la quale in nuce concerne in essenza me e la mia letteratura, io ed essa situati - per eventi di storia e società - in un paesaggio di mondo viaggiato direi come in sogno, per quindi sempre o quasi ritrovarmi allo stesso punto di partenza: il letto della nascita. Giunsi - per mia stravolta salvezza - ad identificare questa culla, il Molise, per mia madre/mio padre, mia madre in ogni modo: quella che mi ha partorito e allevato. Anche se qualche critico, leggendola, abbia preso la lirica alla lettera, scritta molti anni fa in America, con quel suo titolo cattivante, Mia madre le miei vie, qui è la terra di Molise la madre, ed esattamente anche quella che mi ha tracciato (simbolicamente) le vie della crescita nella vie del mondo.
E questa è la lirica:

Mia madre le mie vie:
bastarde insidiose flessuose amorose
rotonde profonde le mie vie
nel sole e all"ombra di platani olmi
le mie vie di vie chiassose sassose
turiboli e triboli sulle vie del mondo

Mia madre le mie vie:
una mappa di vene di pori
tortuose mostruose di senape e sale
nodi di ghiande lamine d"oro tra rovi
nel fango di vie cercando la mia vita
che sale le scale porta nel mondo

Mia madre le mie vie:
una testa che scoppia di pena tremori
ineffabile amore d"amore ma tu a stento
ancor vivo nello scroscio di tuono
che taglia la sera perfora il buio di vie
su cui arranchi guardandoti intorno

Mia madre le mie vie:
icona all"incrocio di vie con fiori
secchi la testa reclina mentre a distanza
sopra ponti di vie mangiate da tarli guide
frustano cavalli carichi di pacchi sudore
nell"incomprensibile dolore


Ma all"amico lontano, Del Boca, invece di mandargli questa lirica gli trascrissi un paio di note dal Diario. Queste:

Anche coloro che non sono mai partiti, han fatto un viaggio; ed io che di questi ne ho fatti tanti posso assicurare me stesso e chiunque altro che non sono mai partito dal mio paese, il Molise. Ciò che veramente conta è la ricerca, quindi la coscienza della propria identità - e tutto ciò contro chiunque vorrebbe negartela con malizia, con lo sberleffo, la propria cattiva azioone. Il mondo è pieno di gente che si nasconde dietro personali cattive azioni. Un comico amerucano di tanti anni fa si fece memorabile per una battuta raggelante, che rintocca la campana di un certo vero, di un certo falso e vero verde, e la battuta è questa: `A sucker in this world is born every five minutes." Un pappone nasce ogni cinque minuti in questo mondo."Io ho preferito portarmi dietro il mio paese di origine, le mie radici, come la chiocciola la sua casa, per restare schiacciato nel nulla della non appartenenza. Puoi vivere dove vuoi insomma, mi son detto, e ovviamente essere onesto con la contrada della tua scelta, del tuo desiderio, ma dimenticare da dove vieni significa solo cancellare chi sei, e nel nuovo paese altro non rappresenti, forse persino a te stesso, un sei che non sei.

***
In un certo senso non aver cura di sé, del proprio essere, significa ammalarsi, entrare ambiguamente tra i portali della morte. La morte: ma non quella con la quale io mi sono abituato a conversare, una specie di amata, della quale non si ha soggezione o paura. Nel fax al mio amico Angelo Del Boca, toccando ora interessi pratici di lavoro/cultura, vi feci entrare quanto segue:
"Da quando mi son messo in pensione, nel 1990, non ho più una biblioteca universitaria a mia disposizione,per leggere o ordinare libri e riviste. Il mio interesse è sempre sugli studi, ovviamente, ma non più sull"amministratica influenza di questi nella struttura universitaria. Mi sono accorto che dopo anni di insegnamento e libri scritti non ho mai avuto tempo di provvedermi di un agente letterario. Oggi che mi guardo intorno, mi trovo come sono nato" nudo. E non posso più crescere e cercare, farmi adulto. Mi sono invece ben fatto sull"albero dai tanti rami, e da quello cui pendo son ben maturo, il tempo per staccarmici non è né vicino né lontano, ma è qui. Scrivere, ora, non significa più affermare o negare: solo essere, per il momento in bilico."

***
E a chiusura di un articolo sulla morte di Peppe Jovine, il caro amico poeta,
ho scritto che il dopo (il dopo aver ricevuto e vissuto la notizia della morte dell"amico) è più severo, emotivamente, del momento. E questo "dopo" mi ha preso tutte le ore. Ma, in verità, son felice per Peppe, questo caro fratello della terra a noi più cara. E" andato via bene, con gli amici intorno, e nel suo Castelmauro. Forse tornò lì proprio per questo. Vi sono voci segrete, inconsce, che vigilano nell’anima. Ho scritto un poemetto per lui, che piace persino a me, di 6 strofe variate nei metri, tanto che ognuna di esse potrebbe camminare anche per conto proprio, automaticamente. Ma ora son morto anch"io, e me ne vado a cuccà. No, non prima di aver aperto nuovamente l"Internet e vedere cosa c"è dentro per me.

Ed ecco quanto, forse, aspettavo di consolante e desolante allo stesso tempo dall"amico Eugenio Ragni dall"altra parte della calotta cranica, ma dalla "penna" elettronica agile, sapiente direi e scapricciatiellamente ironica nel battere al computer la riflessione, come pure da stoico compassionevole e consapevole l"enunciazione delle proprio immagini, che lui ha condensato nella veloce lunatica luce di questo messaggio:
"Da qualche tempo traverso un"esperienza poco piacevole, che tu certo hai attraversato prima di me, non tanto per la (poco) differenza di anni, ma per le migliaia di contatti umani e ferini della tua vita, passati fra due o tre o quattro continenti: la sparizione tutt"intorno di conoscenti, amici, personaggi apprezzati e qualche volta amati attraverso i loro scritti. Ho concretizzato l"impressione con un"immagine che noi vecchietti abbiamo ben fissata nella memoria: quella del tiro a segno dei lunaparks, scamuffi del nostro tempo, dove una rosa di gessetti bianchi attendeva i tiri del flobert, e così, zax, via uno via un altro, poco a poco e casaccio, i gessetti saltavano in mille frammenti. Attorno a me molti gessetti sono già saltati; spero solo nella poca mira di quei tiratori (o Quel Tiratore) di lassù per restare ancora integro per un po", perché dopotutto su questa boccia impazzita ci sto ancora benino, e mi scoccerebbe assai assai esser fatto fuori. Ormai l"elenco dei gessetti sparati si è fatto lunghetto, e mi pare di essere il gessetto ultimo o penultimo, quello che era più difficile beccare. Speriamo che sia così, se no, ciccia, tanto non ci si può fare niente e quando tocca tocca."
Conclusione, Eugenio che mi riporta a certi antichi da noi frequentati come moderni: Orazio, ad esempio, che nel cammino nell"orto della poesia tra alba e sera ti ricorda (a se stesso ricorda) che alla morte noi dobbiamo noi stessi e le nostre cose, quindi sii in armonia con essa; Ovidio, che aspettava la sua morte come un dono nell"esilio; Petrarca, che l"aspettava come onore. E lui pure, Peppe, credo che l"aspettasse bene, amichevole e persino da cortigiana amorosa: come bacio, senza dolore, e con onore di amici e compagni, vicini e lontani. E" questa coscienza che dovrebbe (mi ripeto) consolare noi suoi amici, me, anche (supponi) dovesse cogliermi lontano, fuori casa, fuori patria.
Ricordare Seneca: [...] tu illam omni loco expecta - tu attendila in tutti i luoghi...


January 20, 2002
 Note di diario (2) - Della libertà @ 4:16:14 AM
di Giose Rimanelli

Della libertà (parole scritte in rosso sulla pagina del calendario della mia scrivania, Settembre 1998) - Difendere la mia libertà è sempre significato difendere la libertà dell"altro - e però non mi è mai accaduto di dover usare questa disciplina etica in senso politico. Quiando la politica ha minacciato la mia intima e sociale libertà di vivere ed esprimermi nella cornice del legittimo e del possibile, io ho convenuto ogni attenzione a questa - che rimanesse quella che è: libera.
Ho così scoperto la fuga alla prigione, alla sevizia, all"umiliazione, alla costrizione, e dal rischio - questo rischio - ho appreso lo straniamento e l"esilio, e così pure l"irrealtà della passione. Ma da questa passione - la terra abbandnata, forse per sempre perduta - è nato il fiore: la memoria di essa, la religiosa pratica di essa.
Commemorando la morte di Octavio Paz sul New York Times Book Review, Il poeta americano Edward Hirsch scopre che il poeta messicano praticò la poesia la poesia come una religione segreta. Potrei azzardare la stessa espressione, "religione segreta,"
a riguardo del rapporto che ho stabilito con la mia terra? L"esperienza non è simile, dell"intelletto uguale comunque. Paz riteneva che scrivere è un atto primordiale, come invocare i sacramenti, incidere sulla pietra le sue rivelazioni. E così è. Scrivere è un atto primordiale, la pagina è allucinantemente vuota come il profondo abisso finché su di essa non vi spunti finalmente la parola, il raggio di sole che in sé è voce di creatività e pietà, canto e preghiera.

La parola di Octavio Paz è soffusa di suoni e visioni di antico incantesimo, evocativa in chi legge di giungle di mistero, civiltà mitiche; ma questa sua parola è pura come l"antica pietra dei Maya, e come il linguaggio dei Maya essa pare estratta dal silenzio, quello misterioso, di sacro potere.

***

Nascita come ferita - La poesia è emozione: un sentimento che senz"altro si eguaglia - o potrebbe - con liberazione. Secondo Paz essa è infatti sapienza, salvezza, forza, abbandono. E" anche, e forse soprattutto, un esercizio spirituale, una ricerca di trasfigurazine. Paz considera l"esperienza di esser nati una ferita che difficilmente si rimargina.
La ferita è pena.
E dunque è appunto attraverso questo immenso esercizio, la poesia, che Octavio Paz ha cercato riunirsi con l"altro, la voce di chi vuol vivere, e in tal modo se non del tutto sanare almeno lenire la ferita che, in sé, è divisione, dolore. I suoi poemi sono chiari e contorti allo stesso tempo, presentano il buio di gallerie, i tunnels sott"acqua e sotto terra, e ponti naturalmente, passaggi nell"altro da sé, e soglie da varcare, vertiginose altezze. Egli vacilla sempre tra isolamento e connessione, solitudine e contatto, comunione, dubbio e ragione. Certi suoi versi presentano scivoloni e vertigine, e un incessante senso di viaggiare attraverso interminabili caleidoscopi della mente.
Octavio Paz è l"uomo che ha viaggiato senza mai partire, ma per sua completezza ha continuato a cercare pur restandofermo. Perché l"ossessione è la mente, e la terra promessa è nella memoria. Paz ricercava il senso primordiale delle cose, della vita, nella distanza del presente. E io mi ci sono accostato per questa sua necessità di universalizzazione della sua ferita, la separazione, usando un suo linguaggio di solitudine. Come questo:

I cerco senza trovare, scrivo da solo,
nessuno è qui, e il giorno termina,
l"anno termina, io termino con il momento,
termino nelle profondità, l"invisibile sentiero
sopra specchi che ripetono la mia immagine frantumata,
io cammino attraverso i giorni, i calpestati momnti,
io cammino su tutti i pensieri della mia ombra,
I cammino attraverso la mia ombra alla ricerca di un momento...

Paz appare tormentato e scettico, cerebrale anche. E tuttavia le sue poesie, i suoi poemi anzi - anche se fatti di 4 versi - sono sempre guidati da un nascosto senso di angoscia, di fatalismo, come in questi 4 versi che per titolo hanno Scrivere:

Io disegno queste lettere
nel mentre il giorno disegna le sue immagini
e su di esse soffia
e non ritorna.


Come anche, a volte - anzi spesso - il poeta traccia pennellate di gioioso erotismo, come in Piedra de Sol, il poema che nel `57 stabilì definitivamente la reputazione di Paz:

voy por tu cuerpo como por el mundo, viaggio il tuo corpo, come il mondo,
tu vientre es una plaza soleada, il tuo ventre è una piazza assolata,
tus pechos dos iglesias donde oficia i tuoi seni due chiese dove il sangue
la sangre sus misterios paralelos officia i suoi riti paralleli

In genere, molte liriche di Paz paiono adombrate dall"oscura assenza, o dalla luminosa presenza dell"amata, come nei versi di sopra. Ma quando l"amata è assente dalla poesia il poeta si rivela acutamente tagliato fuori dalla natura, e da se stesso, e subito riproiettato indietro in un tempo lineare che non offre emozione, solo storia.
Solo quando l"amata (beloved) entra nel poema, comunque, il poeta percepisce il grande flusso dells circolrità del tempo, la danza dell"essere quindi, l"affermazione di un momento eterno. "cada minuto es nada para siempre," ogni minuto è niente per sempre. La poesia diventa mezzo di ottenimento, la riconciliazione di opposti, un modo di partecipazione in un universo generoso, abbondante. Diventa quindi, la poesia, una forma di creativo amore che annulla il temporale. Qui "tutto si trasforma, tutto è sacro, /ogni stanza è il centro del mondo, / è sempre la prima notte, e il primo giorno, / il mondo nasce quando due persone si baciano."
L"atto erotico e l"atto poetio si legno attraverso l;agenzia dell"immginazione. "L"immaginazione trasforma il sesso in cerimonia e rito, il linguaggio in un ritmo e metafora," lui scrive. "L"immagine poetica è un abbraccio di opposte realtà, e rima una copulazione di suoni. La poesia erotizza il linguaggio e il mondo perché l"operazione è erotica tanto per cominciare." L"amore è una vittoria sul tempo, un barlume, un assaggio di quell"altra parte, quella parte che è qui, dove niente cambia e tutto è, in verità è.


January 5, 2002
 Note di diario (1) @ 2:20:44 AM
di Giose Rimanelli

Theo a Vincent: "Il miglior modo di apprender la vita è l"amore d"ogni cosa, compreso l"amore.
E così continuò, nella sua mente:
L"amore è qualcosa di eterno: il suo aspetto può mutare, ma non l"essenza.
La stessa differenza vive in una persona, prima e dopo che è in amore.
Gentilezza nelle parole crea cnfidenza. Gentilezza nel pebsare crea profondità. Gentilezza nei sentimenti crea l"amore.
Il mondo nasce quano due si baciano, dice un verso di Octavio Paz.

***
Della Relatività (leggendo e riassumendo un articolo sulla pagina OP ED del New York Times, Martedì,29 settembre 1998) -
Certa gente oggi dice in America che la "crisi Clinton" riguarda la rigidità del passato e la flessibilità del presente per quanto riguarda giusto/sbagliato, verso/falso. Riguarda sesso, morale e legge - ma tutto visto da due differentigenerazioni e prospettive e bagaglio di valori.
Ciò mi porta a questi ricordi: da ragazzo vici il parroco della Chiesa Madre a Casacalenda, Don Vincenzino Marcogliesi, scacciare ragazzotti a colpi di mantellina sulla faccia e sulle ginocchia perché volevano entrare in chiese coi loro pantaloncini corti, la carne delle gambe nude, con sporco e sbucciature. Giocavano di solito davanti al sagrato, qualcuno s"infila anche in sagrestia e dalla porticina laterale saliva le ripidissime scalette della torre per guardare i tetti delle case, tirare le corde delle capane. Se scoperti, venivano espulsi dalle funzioni, e le famiglie notificare. Querll"era un tempo rigido, severo.
Oggi i ragazzi ti entrano in classe, all"Università, col cappello in testa, la CocaCoca per le mani, la gomma da masticare, l"hamburger per mezzogiornio. L"insegnante deve dire quest"aula è una chiesa, e io sono l"officiante. Giù il berretto, aprite il libro. Qui si viene per imparare, come in chiesa si va per pregare e ascoltare il sermone. Subentrano i compremessi: il nero non è nero, il bianco non è bianco, ognuno vede a suo modo, dipende... Dipende? Sì: infatti possiamo discutere di stile e di forma e di colori e di come spaccare un capello; questo non è più vero/ non vero ma frattura, relativismo.

***

Durante la sua testimonianza registrata in video, Clinton parlò del suo "state of mind", stato della mente, e "my understanding", il mio capire, intendere. Gli avvocati del giudice Starr sostennero un"assoluta, definitiva definizione del sesso. E il commediante televisivo Jerry Steinfeld disse, "Quando mostri il capezzolo, quello è sesso." Ma questa definizione non è condivisa da Clinton. Clinton ha fumato, ma non ha ingoiato; Egli rimase alla superficie, lacosì detta "the skin of the experience", la pelle del"esperienza, toccando vestiti, giocando col telefono, raaramente giungendo a "conclusione".

Queste son posizioni ambigue, quasi irrilevanti, quindi relative. Gli avvocati di Starr volevano cose in bianco e nero, Clinton ha succeso con il compronesso. Secondo lintelligenza di Clinton, il vero è ciò che funziona, a meno che si tradiscano i propri principi. Ma altri possono anche pensare differentemente. Clinton ha avuto il sesso senza avere il sesso.

***

L"ambiguità regna ovunque. Le realtà invece che la Realtà.Le verità invece della Verità. "Lei lo sa, l"amore può significare cose differenti, anche. Si può amare il proprio paese e anche criticarlo. Questa rottura, questo spaccare in due le cose, la mancanza di un linguaggio comune e condivisi principi corrono le vie di America. E questa divisione esiste nella stampa che riporta i fatti non fatti, al Congresso partigiano, nella casa del comune americano. La reazione dell"uomo e donna sulla strada amplifica il conflitto sui valori assoluti, e la relatività delle realtà.
Ciò che maggiormente colpì questo spettatore, durante la deposizione video del Presidente nel Map Room (la stanza della carte geografiche), dove la maniere della gente dell"Est prevalgono, Clinton beveva acqua da un normale bicchiere proprio come è logico che sia in questa parte di America, ma anche il mondo del suo paese, l"Arkansas, bevendo Diet Coke dal barattolo. Co promesso, quindi consistenza/inconsistenza, e ultimamente relativismo.
La Crisi Clinton riflette l"urto, il conflitto tra certitudine e incertezza, tra moderno e postmoderno, tra freudiana penetrazione vaginale e sesso telefonico. Un giorno, forse, ci sarà una sintesi fra le due funzioni. Ma per ora c"è solo questa feroce lotta tra passato e futuro.
Clinton è uomo che indossa molte maschere, e i suoi triboli riflettono inconsciamente lo spirito dei nostri tempi. Emblema di inconsistenza o incertezza? Ciò indica forse un altro grado di relativismo.


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